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21 maggio 2017 , ,

Oteme

L’AGGUATO, L’ABBANDONO, IL MUTAMENTO.

8 aprile 2016 - Ma. Ra. Cash Records

Proposta oltremodo interessante questa degli Oteme (Osservatorio delle Terre Emerse) dove al quartetto strumentale classico del rock: chitarra, basso, batteria, tastiere, viene affiancato un ottetto di ottoni più un’arpa, qualche percussione, un banjo e le due belle voci di Stefano Giannotti (anche leader e autore dell’intera opera) e Emanuela Lari conseguendo un risultato a dir poco affascinante. E a farla da padrone sono proprio gli ottoni; arrangiati mirabilmente in un contesto difficile da descrivere musicalmente se non facendo riferimento a grandi cose di un passato non troppo remoto.

Ed ecco che allora l’iniziale e strumentale La grande volta si destreggia tra i borbottii free jazz di un trombone che svisa su un tappeto percussivo e altre sonorità tra lo Zappa più cameristicamente orchestrale e gli Art Ensemble of Chicago più pacati e narcolettici. Sonorità che ritroviamo anche nella stupenda Sarà il temporale, cantata a due voci in una forma canzone di estremo interesse che non trova similitudini nel panorama italiano come invece in certe cose dei Canterburyani Hatfield and the North, mentre la dolce e strumentale Bianco richiamo mette in scena una suggestiva melodia sottile di stampo quasi folk elisabettiano rivestita da fiati ancorché morbidamente Zappiani e dalla delicatezza delle sonorità dell’arpa. Si ritorna a Canterbury nella bellissima Camminavo tra echi degli Henry Cow meno arrabbiati e ancora i già citati Hatfield and the North che fanno capolino nelle parti cantate.

 

La strumentale trilogia che dà il titolo all’album si snoda invece in tre brevissimi brani che vedono susseguirsi partiture orchestrali per ottoni da musica classica del ‘900 come in L’agguato (Stravinskij è forse un paragone esagerato ma serve per capirci) mentre L’abbandono ha l’afflato epico americaneggiante di cose Gershwiniane e Il mutamento in meno di due minuti si muove tra ritmi di bolero, melodie da operetta e stacchi free jazz. Dopo la pioggia, altra magnifica canzone, ci riporta nuovamente a Canterbury, ma questa volta i riferimenti sono addirittura il grande Robert Wyatt e certe formule stilistiche vocali proprie dei National Health. Ed essendo questa una musica progressive nel più ampio e dilatato spettro sonoro che il termine possa descrivere non poteva mancare una suite in sette movimenti della durata di oltre venti minuti, Tracce nel nulla, che agglomera mirabilmente quanto detto finora: momenti musicali fiatistici avant-gard, delicatezze acustiche e brani cantati di una forma canzone “altra” che ben si sposa con l’eclettica oteme2strumentazione e con lo stile sperimentale dell’ensemble che cavalca e trascende generi e situazioni proponendosi a un ascolto aperto e scevro da pregiudizi.

Si conclude come si era cominciato: Un’altra volta è un tappeto magico e percussivo su cui camminano fiati sommessi e intersecanti che ricamano merletti sonori per poi spegnersi dopo poco più di un minuto; degna conclusione di un album raffinato e colto (anche i testi sono estremamente interessanti) che sarà particolarmente apprezzato dagli orfani di Canterbury e da chi cerca, nel panorama musicale italiano, qualcosa di veramente valido e al di fuori di ogni schema conosciuto.

 

Maurizio Pupi Bracali

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