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20 aprile 2016

Thalassa (Italian Occult Psychedelia Festival) Edizione IVa presents: “ONGAPALOOZA, 10 years of Boring Machines”

Thalassa (Italian Occult Psychedelia Festival) Edizione IVa presents: "ONGAPALOOZA, 10 years of Boring Machines" 31 marzo, 1-2 aprile 2016, Roma, Dal Verme


  verme                         I N T R O

 

Già dall’anno scorso, Toni Cutrone aveva lasciato intendere agli addetti ai lavori che l’esperienza del Thalassa, nella sua accezione di manifestazione dedicata alla psichedelia occulta, non aveva più ragione di essere. Quest’anno infatti il Circolo degli amici del Dal Verme ha fatto slittare a sottotitolo evocativo il termine Thalassa per puntare i riflettori su una delle sue ramificazioni più estreme e più autenticamente sotterranee. Un Ongapalooza celebrativo di quella Boring Machines che in fatto di occultismo, più ancora che di psichedelia, aveva contribuito a presentare senza ombra di dubbio i nomi più rappresentativi della scena. Dieci anni di musica underground, entrando in questa tipologia di genere con la dovuta cautela. In realtà la musica di Onga abbraccia una filosofia di opposizione e di rivolta che non si ferma alle ostentazioni esterne ma esalta direttamente una certa psicologia comportamentale. Un gusto deviato per l’alienazione e per le zone d’ombra. Un’attrazione per tutto il disarmonico e il distorto che legge le atonalità e le distopie della nostra società omologata e, suo malgrado, ingabbiata nelle perversioni e nelle atrocità delle nuove strategie mediatiche. Quello che affascina di Boring Machines e del suo eccentrico ideatore è proprio un’apparente mancanza di strategia. Il rumoroso contrasto di questo spiazzante candore che impatta con un’offerta in catalogo più oscura e macabra del più spaventoso grand guignol d’essai

 

verme1La contraddizione, l’irrisolto, l’urticante e il fastidioso si elevano ad arte. E non è un caso che in questa edizione anche i fili forieri di un’arte tramandata, seppure in evoluzione, come quelli della psichedelia, siano stati quasi del tutto recisi per obbedire ad una ostinata legge del rigetto e della demolizione tout court. In questa tre giorni ha prevalso il noise e il drone, l’elettronica mortifera e ossessiva, l’indugio in certe zone psichiche che hanno a che vedere con il visionario, con il tormentato, con la parte pornografica e oscena dell’inconscio. E non sembra assolutamente un caso che l’oltraggio sia stato in qualche modo avversato per ben due serate su tre dagli inquisitori, dai revisori dei conti del ben pensare e dell’ordine da mantenere. Troppo turbamento della quiete pubblica. E qui davvero sorge spontanea la domanda se sia più noioso il noise di Boring Machines o la dormienza apatica dell’indifferenza, il passivo che si eleva a ortodossia del qualunquismo.

Per il resto un grosso plauso all’accoglienza sempre familiare del clan vermicolo, alla loro lungimiranza nel catalizzare e convogliare l’incontro sempre verso prospettive interessanti, sulle quali è piacevole discutere, farsi osservatori e riporre aspettative. Pubblico molto partecipe, numeroso e caloroso, motivato e attento, giovane e meno giovane, locale e delle più disparate e inattese provenienze. (R.B.) 

 

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31 Marzo, Giorno 1 

 

HOLIDAY INN

HOLIDAY INNA dare inizio alla corsa, tanto per confondere e spiazzare gli scommettitori al botteghino, è un cavallo fuori scuderia. Gli Holiday Inn sono un giovanissimo duo locale che suona un synth punk ridondante e malato. Il cantante Gabor (Gabriele Lepera) è un perfetto ibrido tra Iggy Pop e Alan Vega. Alle tastiere Bob Junior che spara accordi super amplificati e acidissimi. Ed è proprio questa prima performance, quasi in modo paradossale, a stabilire le coordinate entro cui verrà incanalata tutta la manifestazione. Pochissimo spazio all’evanescenza più sognante. Cunicoli claustrofobici, vortici ossessivi, rumorosità incisiva e a tratti violenta. La saletta del Dal Verme è piccola, nera come la pece, per scendere si deve percorrere una scaletta angusta, scomoda, insidiosa. La porta dell’ingresso è pesante, si deve spingerla con forza. Tutto là è concepito come percorso criptico che può essere affrontato solo da chi è realmente deciso e motivato a farlo. Si scende per essere inghiottiti, per essere seviziati da quelle sonorità lugubri, torbide, disarticolate e psicotiche. (R.B.)

 

FABIO ORSI

Fabio Orsi nella sua decennale carriera ha attraversato molti territori. Napoletano di nascita, ha trascorso la sua adolescenza nella provincia di Taranto prima di trasferirsi a Berlino. Se i primi lavori (“Osci”, 2005) mescolavano field recordings ed una elettronica fortemente legata ai suoni e alle luci della sua Puglia, i successivi lavori non hanno mai smesso di investigare i rapporti che legano le forme minimali della memoria al vissuto FABIO ORSIdella propria terra (per tutti “Picture Myself In A Cloud”, 2008). Con il trasferimento in Germania le trame sonore iniziano a definire i caratteri di una psichedelia kosmische che lo porta con “Wo Ist Behle” (2011) ad approdare alla Boring Machines e alla prima edizione del Thalassa (2013). La ricerca sonora di Fabio Orsi è sempre ricerca fonografica. Il suono, come la luce, è un oggetto costantemente legato ad uno spazio ed un tempo, capace di attrarre a sé le sensazioni e i ricordi, con i suoi contorni, i suoi chiaroscuri e le sue emozioni. E non è un caso che l’ultimo lavoro per Boring Machines (“Открытка из России / POSTCARDS FROM RUSSIA”, 2016) voglia accentuare ancor più la correlazione tra suono ed immagine. La performance di Fabio Orsi scorre carica di luce. Il set è diviso in tre parti. La prima si sviluppa come un viaggio transcontinentale tra pensieri, risvegli, sogni in assenza di gravità, non molto distanti da certe magie che rimandano ai Pan•American. La seconda parte procede per trame fluide dalle forme pulsanti e frattali, persistenti ed ipnotiche sino all’ultima sezione caratterizzata da strutture ritmiche seducenti che sembrano voler raccontare paesaggi e storie di luoghi lontani. (F.M.)

 

SQUADRA OMEGA

SQUADRA OMEGADopo le atmosfere rarefatte e sottilmente inquietanti di “Lost Coast” anche la Squadra Omega ha addensato il suo suono, muovendosi in territori decisamente più sotterranei e riducendo la visuale ad un trip puramente mentale ed esoterico. Un’allucinazione gravosa, avvolta dai fiati che innalzano una coltre spessa, feedback di chitarre e un incedere ansiogeno che legge stadi di tormento e malessere. Anche l’intermezzo bellissimo di free jazz in qualche modo rispecchia un disagio e un’impellenza di evasione. “Altri Occhi ci guardano” infatti è un viaggio occulto, una ricerca multidimensionale e sensoriale carica di rifiuto e senso di rigetto per l’era industriale e per le scorie e le macerie che ne hanno deturpato i paesaggi. (R.B.)

 

PASSED

La prima giornata a DalVerme si conclude con PASSED, oscuro progetto proveniente da Arezzo, con una performance incentrata su “Illuminant​/​Glory”, rilasciata a marzo per la PASSEDBoring Machines. Illuminant si sviluppa come un rituale selvaggio governato da percussioni tribali che trascinano l’individuo in luoghi sempre più infimi, verso una morte che risulta necessaria per rinascere a nuova vita. Il rituale oscuro cresce progressivamente in intensità sino a raggiungere un punto di non ritorno e rovesciarsi, come in una clessidra, su di un nuovo cielo non ancora completamente illuminato. Glory è una nuova coscienza che guardando oltre la figura umana cerca una legame profondo con la natura più arcaica. Una delle performance più interessanti della tre giorni. (F.M.)

 

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1 Aprile, Giorno 2

 

ADAMENNON / ALTAJ

ADAMENNON ALTAJImmaginate di trovarvi in uno sconfinato altopiano della Mongolia e non riuscire a sentire null’altro che un vento persistente che insiste sui propri sensi sino ad occupare interamente ogni anfratto della mente. E’ questa la prospettiva che accoglie i partecipanti alla seconda giornata dell’Ongapalooza.  Adamennon e Altaj si fondono attorno ad una medesima passione per lo sciamanesimo, sviluppando un mantra persistente caratterizzato da una psichedelia cosmica particolarmente dilatata ed oscura. La bella performance segue lo split “Turiya” pubblicato per la benemerita Boring Machines. (F.M.)

 

FATHER MURPHY

Altra formazione assolutamente ineffabile i Father Murphy riescono sempre a reinventarsi e offrire dei live set coinvolgenti, fortemente emotivi e fieramente infedeli alle aspettative legate ai lavori realizzati. Dal vivo esce un sentire estemporaneo che costruisce atmosfera e empatia con chi ascolta. I loro sono dei cerimoniali, delle ritualità di partecipazione e solennità. Chiara e Freddie Lee sono ormai affiatati e la loro ricerca è sempre più capillarizzata verso tutti i colori e i cromatismi della suggestione mistica. Il FATHER MURPHYsacro diventa quindi qualcosa che ci sovrasta e ci ammutolisce; una grandezza evocata attraverso sensazioni e di fronte alla quale ci si sente inadeguati e fragili. Eloquenti le sequenze fatte di colpi secchi e scanditi, i riverberi metallici e da ultimo, il tremulo dilagare della tromba come soffio di fatalità a cui non ci si può sottrarre. Proprio con “Lamentations” e dopo una ampia divagazione in ambito produttivo (Aagoo, Flenser, Backwards), ci si ricongiunge all’idea di sorte avversa affrontata con i lavori per Boring Machines: “…And He ToldUs To Turn To The Sun”, “No Room For The Weak” e lo splendido “PainIs On Our Side Now”. (R.B.)

 

MAURIZIO ABATE

Ecco un personaggio magnificamente coerente. Maurizio Abate con la sua chitarra acustica racconta fiabe di decadenti visioni. Poesie della memoria, dei ricordi, delle nostalgie. Un folk cristallino e minimale, un groviglio rarefatto di pura materia onirica e immaginifica che guarda direttamente al metafisico. Una bellezza disarmante che però si MAURIZIO ABATEoffre in tutta la sua fragilità e vulnerabilità, poiché sembra riflettere qualcosa di troppo intimistico, di troppo profondo e personale per essere pienamente compreso. Qualcosa che quindi si profila a suo modo, ugualmente, come estremo. Un John Fahey dei nostri tempi e delle nostre lande. Dei monologhi strumentali, ottenuti dal fingerpicking e da alcune modifiche direttamente operate sulla chitarra a scopo amplificativo, a volte sconnessi, contorti, meravigliosamente ammassati che si librano in solitaria come scintille scorte tra le acque in una notte di luna, come sussurri inascoltati. Uno più straordinario dell'altro gli ultimi: "A Way to Nowhere" e "Loneliness, Desire and Revenge". (R.B.)

 

HEROIN IN TAHITI

Reduci da un indiscusso successo con l’ultimo imponente "Sun And Violence", gli Heroin in Tahiti salgono sul palco con una mezzora di ritardo per uno fastidioso contrattempo occorso all’ingresso. Ed è probabilmente anche per questo che Valerio Mattioli e Francesco de Figuereido iniziano il concerto con il volume degli amplificatori più alto del solito. Le sonorità twang-surf distorte e dilatate si trasformano in una sorta di space rock visionario e ipnagogico. Il suono live molto più avvolgente e denso rispetto alle produzioni da studio, rimanda all’immaginario dei B-movie degli anni settanta e a quella convergenza di cinema popolare, colonne sonore e library music. Non si tratta di mettere insieme un’operazione meramente revivalista, ma di andare a recuperare quella forza visionaria ed utopica che segnò l’inconscio e l’immaginario collettivo di intere generazioni. Non mancano le suggestioni di un folklore primitivo e di culture arcaiche, che trovano nel Mediterraneo il luogo privilegiato di espressione. Una performance notevole che esalta uno dei gruppi di hauntology più validi attualmente in circolazione. (F.M.) 

 

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2 Aprile, Giorno 3 

 

MAI MAI MAI

Il terzo giorno inizia con Mai Mai Mai, misterioso officiante dietro le cui oscure maschere si nasconde l’infaticabile Toni Cutrone, protagonista delle serate underground romane con il DalVerme e delle produzioni lo-fi con la sua NO=FI Recordings. Giunto con “Πέτρα” al suo terzo lavoro, Toni ha sempre incentrato la ricerca sonora sulla memoria di una MAI MAI MAIinfanzia vissuta ai margini di un territorio dischiuso sul mare. L’Egeo ed il Mediterraneo, (il Thalassa richiama da sempre queste suggestioni), è il centro di un mondo che si apre su tradizioni arcaiche, sulle rovine della Grecia antica, sui ricordi di uomini che hanno trascorso intere vite in mare.  Vengono in mente i libri di Alvaro Mutis e le peregrinazioni del suo Maqroll il gabbiere tra rumori assordanti di motori diesel e mari in burrasca. Se “Theta” esprimeva il senso di un mare creatore e onnipresente, “Delta” l’idea di un ordine mistico nascosto tra le sue pieghe, “Petra” si spinge verso una materializzazione di quei flussi pulsanti. La performance thalassiana inizia con Βάσσαι, che richiama la forze oscure che stanno dietro alla materia con una inquietudine vicina alle sonorità più cupe di John Carpenter e finisce inevitabilmente con Πέλαγος, divinità arcaica pervasiva del nostro passato e del nostro presente. Il suono sporco e frammentario ricorda che ogni oggetto è destinato a perdersi, erodendosi sino a diventare detrito, residuo, rovina. Un progetto, quello di Mai Mai Mai, in continua crescita. (F.M.)

 

EVEREST MAGMA 

Componente degli Eternal Zio (che nel 2013 parteciparono al Thalassa con un set di folk-psichedelia), Rella già conosciuto come The Woodcutter, propone il progetto Everest Magma, nuova incarnazione psych-drone. Un kraut-rock allucinato costituito da trame dissonanti e da frammenti sonori replicati in loop si sviluppa in un mantra persistente e disturbante, metafora di una realtà discontinua completamente disfatta.  (F.M.)

 

LUMINANCE RATIO

Non si finisce mai di restare estasiati e rapiti dall'esibizione live di questi fantastici ragazzi. Luminance Ratio sono: Andrea ICS Ferraris, Gianmaria Aprile, Luca Mauri e Luca Sigurtà. Strumenti trattati con effetti e field recording, i cimbali che con i ritmi invasati e primitivi dipingono scenari tribal futuristici. Davvero una mistura esplosiva e incontenibile fatta di violenza catartica e liberatoria. Vengono anticipati alcuni momenti del nuovo album "Honey Ant Dreaming" per la label inglese Alt.Vinyl con il di più improvvisativo ed estemporaneo che è ormai la loro vera carta vincente. (R.B.)

 

VON TESLA

Terrorismo drone allo stato puro. Glitch che si stratificano in sottofondi di pulsazioni techno e poi un gioco snervante di cadute libere, di esplosioni rumoristiche e distorsioni. Quel Be Invisible Now! e poi Be Maledetto Now! che fu tra i primi a dare un'incarnazione e delle coordinate eversive a Boring Machines sembra andare sempre più alla deriva. Sopraffatto dalla serie di suoni malsani e alieni che cattura e che libra nell'etere con accanimento crudele e implacabile. Von Tesla (Marco Giotto) è tra gli artisti più non allineati del nostro panorama elettronico e davvero non stupisce la grande intesa con Onga, così come non stupisce che il suo innato talento lo abbia portato a collaborare coi Cluster. Un creativo, un fiume in piena, uno che spara layer di sequencer devastanti e poi li fa collidere, intersecare ed esplodere. Gioca con il caos, ma sa riprendere sempre le intricate traiettorie. Lo aspettiamo sulla intera lunghezza dopo il validissimo 12" uscito per Enklav nel 2015 "Farewell is a Building". Magari su Boring Machines. (R.B.)

 

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CONCLUSIONI

In conclusione non sembra del tutto casuale che il Thalassa sia approdato all'Ongapalooza. In un mondo musicale in completa ridefinizione, in un periodo di transizione dove ogni linguaggio ha bisogno di ritrovare nuove forme espressive per cogliere il cambiamento e lo sconvolgimento, la completa distruzione dei valori e dei canoni estetici, parlare di psichedelia è riduttivo. Certamente Thalassa vuole cercare di incanalare delle intuizioni, vuole essere la bandiera e il portavoce della necessità del nuovo. Questo nuovo è ancora qualcosa che rimane indefinito, che sta compiendo il proprio assetto morfologico. Guardare a Boring Machines e al cammino compiuto dalla label in questi 10 anni è come voler inquadrare un modus operandi, una metodologia in grado di cogliere con lucidità e intuito le cose giuste, gli spunti da portare avanti. 

 

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[nella foto, da sinistra: Felice Marotta (Distorsioni), Onga (Andrea Ongarato, Boring Machines), Romina Baldoni (Distorsioni)]

 

 

 

Non è casuale l'incontro di Onga con la scena underground emersa a Roma Est, soprattutto ad opera di un circolo come quello del Dal Verme. Ora ci si prepara a qualcosa che dietro l'appellativo Thalassa possa aiutare a puntare i riflettori su un alternativo e su un avanguardistico che incarni idee, progetti, fermenti e attitudini fuori dal coro, qualitativamente valide, di italica connotazione ma non in senso campanilistico. Qualcosa che raccolga storia, tradizione e cultura per rileggerla guardando al futuro e che proprio attraverso le voci illuminate, ispirate ed elitarie sappia riprendere le coordinate direzionali per costruire un'identità agguerrita e competitiva. (R.B.)  

 

 

Guarda i live ONGAPALOOZA di  Holiday Inn -  Fabio Orsi 

di URSSS.com, Rete televisiva

Romina Baldoni - Felice Marotta

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