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4 giugno 2013

VV.AA.

Primavera Sound Festival 2013 23-24-25 maggio, Barcellona


Un reportage completo del Primavera Sound, che magari abbia persino qualche pretesa di oggettività, non è difficile da scrivere: è semplicemente impossibile. Dieci anni di frequentazione (ma in realtà ne basta uno) ci hanno insegnato che l’unica via d’uscita è affidarsi alle impressioni, ai flash, alla cronaca spezzettata. Ognuno si costruisce il suo Primavera in base ai propri gusti musicali e alla propria capacità di ottimizzazione del tempo (nonché alla resistenza fisica: il passaggio-da-palco-a-palco-al Primavera sarà tra breve dichiarato specialità olimpica dal CIO). Pensare di trarre una valutazione omogenea da questa molteplicità di punti di vista – talmente molteplice che a volte chiedi cosa hanno seguito gli amici che erano lì con te a Barcellona, e ti viene il dubbio che fossero al tuo stesso festival – è utopico. Nonché perfettamente inutile. Del resto, il senso stesso del Primavera è nel suo essere rapsodico per natura. Che poi è l’unico argomento possibile per dare un senso al gigantismo di una rassegna musicale che prevede qualcosa come 150 concerti compressi in cinque giorni: l’offerta superiore alla domanda come ragion d’essere di un paese dei balocchi che oggi può esistere solo tra i recinti del Parc del Forum barcellonese. L’unico posto al mondo dove la crescita continua è perseguita con successo da un anno all’altro. Sic stantibus rebus, per raccontare il “nostro” PS 2013 ci siamo perciò divertiti a stilare una pagella alla Gianni Mura: rapida, semplice, indolore, parzialissima (mancano Blur, Deerhunter, Nick Cave, Animal Collective, Daniel Johnston, Grizzly Bear e infiniti altri: cosa si diceva delle scelte?). Nonché, al contrario di quelle del Maestro, del tutto inattendibile. Vamos.

 

 


primavera sound barcellona festival 2013Organizzazione
(7.5): efficiente e rodata. Fila tutto liscio, e come sempre i concerti attaccano con una puntualità più svizzera che mediterranea. La logistica dei palchi, rinnovata per l’ennesima volta, ha comportato un allargamento dell’area del festival, con conseguenti bestemmie di chi ha dovuto farsi chilometri a piedi, ma anche un deflusso più ordinato, senza effetti-tappo e congestioni di masse itineranti come alla Mecca nelle giornate di punta. Code ridotte al minimo e igiene accettabile nei limiti di una manifestazione con decine di migliaia di persone. Ad abbassare la media i cibi immangiabili, la birra imbevibile e un’acustica a tratti inascoltabile. Poco significativo il merchandising, gestito dalla Rough Trade. Bella e utile, invece, la ruota panoramica: faceva tanto Coney Island e ha permesso di concentrare i tossici in un’unica sede.

 

 

Pubblico (6): meglio degli ultimi anni. Gli hipster sembrano spariti di colpo e si vedono capelli mediamente più lunghi, entrambi ottimi segnali di civiltà. In generale, ci è sembrata un’audience più tranquilla, attenta, con meno ansie da prestazione e (tranne le solite eccezioni) più interessata alla musica che al contorno.

 

 primavera sound festival 2013 barcellona

Savages (5): la pantomima è un’arte teatrale antica e nobilissima, ma se applicata al rock’n’roll ci mette poco a diventare farsa. Le ragazze inglesi hanno un gran tiro e tengono bene il palco, indubbiamente, ma lo scimmiottamento dei modelli sarebbe evidente persino al protagonista di Tommy. Parafrasando Foscolo, traduttori (traduttrici) de’ traduttori di Siouxsie, Patti Smith, Ian Curtis. Per un’ora di concerto va bene, ci si può anche divertire, ma se non si aggiunge quanto meno un micron di originalità non si va da nessuna parte.

 

Woods (6): il loro folk-rock westcoastiano con tenui riflessi psych rende molto meglio sui dischi. Melodici e piacevoli ma a tratti sfiorano l’insipido. E se si suona un genere come quello, sarebbero auspicabili armonie vocali non dico a livello di CS&N, ma almeno dei Jayhawks. E non è questo il caso.

 

Wild Nothing (5): un po’ sperso sul palco grande alle sei del pomeriggio, risulta inevitabilmente moscio. Le chitarre effettate anni 80 sono interessanti per i primi tre brani, poi si va a prendere da bere per la compagnia.

 

Neko Case (6): la signora in rosso del country-power-pop c’entra con il Primavera tanto quanto i Mayhem l’anno scorso. Cioè zero. Suono pulito e formalmente impeccabile, in discreta forma la voce, ma purtroppo non siamo al South by Southwest.

 


Tame ImpalaTame Impala (7.5)
: impressionante la crescita rispetto a tre anni fa, quanto a resa dal vivo. La sensazione è che ora non sia solo “Kevin Parker e manovalanza”, ma un gruppo vero. Parker, identico al giovane J Mascis, sembra persino meno slacker del solito e canta discretamente, per quanto è nelle sue possibilità. Vero che è sempre più una faccenda di suono che di canzoni vere e proprie, ma l’esperienza sensoriale globale - nonostante lo sfondo che vorrebbe essere psichedelico e che invece, come ha suggerito genialmente il collega Emiliano Colasanti, fa venire in mente il salvaschermo di Windows 98 – è piacevolissima. E Feel Like We Only Go Backwards, viste le reazioni del pubblico, potrebbe diventare una nuova Do You Realize, come momento “amiamoci tutti” dei concerti.

 

Dinosaur Jr (7): ed eccoci al Kevin Parker vecchio. J Mascis, Lou e un  batterista che non è Murph (a meno che non gli siano improvvisamente ricresciuti i capelli) pestano sempre duro, con dedizione e pure qualche nostalgia hardcore. Volumi prudenzialmente più bassi del solito (troppo: ma è un problema che si riproporrà), discreto feeling sul palco, selezione che pesca dal nuovo disco ma senza esagerare. Il problema è che i dinosauri suonano al Primavera un anno sì e uno no, e l’abitudine è la peggior nemica dell’eccitazione.

 


bob mould liveBob Mould
(10)
: lo zio di Minneapolis fa il vuoto. Sintetizzando: un uomo solo al comando, la sua camicia è a scacchi, il suo nome è BOB MOULD. Sale sul palco come uno che entra per fare una rapina in banca, ci sbatte tutti contro il muro, sposta il filo della chitarra con gesto incazzato, e poi via, si mitraglia. One two three four, tre quarti d’ora di Sugar (i primi cinque pezzi, gli stessi di “Copper Blue”), di brani dall’ultimo disco (“it will kick your ass”, proclama agli infedeli) e di… sì, di cinque canzoni di quelli là. Su Celebrated Summer e Makes No Sense It All è l’inferno, letteralmente. Non ce n’è per nessuno: quest’uomo potrebbe essere la nostra vita.

 

Hot Snakes (7,5): basso perforante e attitudine punk’n’roll che potrebbe bastare a tre quarti delle band presenti al festival. Per noi, di sicuro può bastare. Tra Jesus Lizard e Rocket From The Crypt (dai quali arriva qualche membro del gruppo), lasciano esausti e soddisfatti. Esattamente come deve sempre essere il rock’n’roll, e quell’altra attività dalla quale ha traslato il nome.

 

Phoenix (8): all’estremo opposto degli Hot Snakes, nonostante il palco limitrofo. Piacioneria, coolness, french touch, disco e ammiccamenti di vario tipo. Ma anche un grandissimo senso dello spettacolo e canzoni pop irresistibili. I concerti ai festival si fanno così. Tra i migliori show in assoluto.

 

mulatu astatkeMulatu Astatke (8.5): rilassante oasi di decompressione, nella pace del sempre magnifico Auditori. Il vecchio band-leader etiope regala alla platea un concerto di gran classe, sfoderando un entusiasmo e una gioia di suonare che scaldano il cuore. Atmosfere sospese a metà tra il Miles Davis di “In a Silent Way” e Il ladro di Baghdad, ma con estremo rigore e senza esotismi cafoni. Splendido.

 

Kurt Vile (6): Un altro che dal vivo perde molto della sua incisività. L’impostazione da ballata elettrica younghiana è ciò che lo rende interessante per le prime tre canzoni e noioso alla quarta, quando capisci che tanto da lì non si schioda. Troppo statico.

 

Nick Waterhouse (7.5): piacevolissima anomalia vintage. Giovane, ma sembra catapultato da un’altra era. Vagamente simile a Eli Paperboy Reed, mescola suggestioni Stax, r’n’r sudista, richiami fifties, coriste da  Soul Revue e chitarre alla Ventures. Tanto per ricordare ai venti-trentenni mai andati oltre Smiths e Joy Division che la musica non è nata nel 1981. Ottima la cover di I Can Only Give You Everything.

 

Free Fall Band (4): “rock spagnolo”, come si sa, è un ossimoro. A vedere l’entusiasmo locale per questa patetico gruppetto pop di sfigati si capisce perché.

 

OMOM (5): la monotonia e la ripetitività sono impliciti nel nome stesso del gruppo. In teoria dovrebbe condurre alla illuminazione, ma dopo venti minuti di basso tastiere e batteria che vanno avanti sullo stesso riff circolare l’unico posto verso cui ci dirigiamo è un altro palco.

 

Matthew E White (8): coltivavamo il sogno di vederlo con coriste e sezione fiati, e così non è stato. Ma anche in formazione ridotta (bravissimi tastieristi – hammond e synth – e percussionista) il groove elaborato dallo spilungone virginiano (con un look che probabilmente era fuori moda già nel ’74) è irresistibile. Il riferimento principale alla fine appare evidente: i Little Feat. Che di per sé, in un contesto quale è il Primavera (o la scena musicale odierna) fa un po’ ridere. Ma White riesce a rendere contemporanee e vive le sue influenze, ed è questo che lo rende diverso da – tanto per fare un nome non a caso – le Savages.

 

Breeders (4): terribili. Vedere un personaggio come Kim Deal, che a modo suo ha dato un contributo di nevrotica genialità a quello che una volta si chiamava a buona ragione “Indie rock”, ridotta a sciorinare svogliata e al limite del catatonico le canzoni di un disco di vent’anni fa mette quasi a disagio. Last Splash è invecchiato bene, loro no.

 

Solange (6): personaggio alieno, in questo contesto, ma interessante. Ottima presenza scenica e bella voce, ma l’impasto musicale è troppo plastic soul anni 80 per i nostri gusti.

Jesus and Mary Chain

 

Jesus & Mary Chain (6): verrebbe da essere più severi e tirare in ballo il termine “delusione”, ma quelle canzoni, mannaggia a loro, sono ancora troppo, troppo belle per istigare alla cattiveria. D’accordo che il terrorismo sonico lo hanno messo nel cassetto un qualche giorno dell’86, più o meno, ma con i volumi così bassi e la strafottenza giovanile che diventa annoiata sufficienza da mezza età sembra di essere davanti a una buona cover band di Lou Reed, o poco più. I due poli opposti sono in positivo Cracking Up, con quel riffone joy-divisioniano  che non fa prigionieri ed è adatto al contesto, e in negativo la tremenda versione di Just Like Honey, con ospite alla seconda voce una tizia con il look da direttrice didattica che scopriamo solo il giorno dopo essere Bilinda Butcher.

 


Goat
(6.5): finalmente qualcuno che suona a un volume come dio comanda. L’impatto iniziale è eccellente: riffoni che colpiscono al plesso solare, le voci delle due cantanti riverberate con effetto psych notevole, bella compressione sonora. Poi però, se non si è del tutto vergini in questo genere di cose, ci si rende conto che è una (piacevolissima) baracconata nella quale si mescolano senza troppe sovrastrutture Funkadelic, Gong, Hawkwind, Arthur Brown, forse persino un po’ di Zappa. Le divagazioni etniche sono ridotte al minimo. Comunque, da vedere.

 Goat

Titus Andronicus (5): vorrebbero essere i Replacements. Vorrebbero. 

 

Adam Green & Binki Shapiro (5): niente di più triste di uno che fa il cazzone ma sta inesorabilmente invecchiando. Binki Shapiro caruccia, ma puramente ornamentale.

 

Melody’s Echo Chamber (7): mezzo punto in più per I Follow You, uno dei pezzi più belli e appiccicosi dell’ultimo anno, e un altro mezzo per la vaga somiglianza con la Jane Birkin del ’71. Si sente molto, anche dal vivo, la mano di Kevin Parker, ma benché ancora acerbo il pop caramellato e retrofuturista della ragazza francese ha un suo perché.

 

Dexys (8.5): forse uno dei concerti più controversi del festival. Abbiamo visto persone andarsene dall’Auditori in preda a noia e disgusto, ma d’altra parte c’è stata pure la standing ovation finale. Prima metà impostata sull’ultimo (bellissimo) disco, dall’impianto concept, e quindi molto teatrale. Le canzoni sono strepitose, e la voce di un sempre più inguardabile Rowlands tiene benissimo. Un incrocio tra Van Morrison, celtic soul e Bergman, a sostegno di uno “script” che parla di un uomo tendenzialmente infedele e anaffettivo. Talmente anaffettivo, il vecchio Kevin, da rifiutarsi pervicacemente di suonare alla fine del concerto la canzone che tutti vorrebbero ascoltare. Gioca come il gatto con il topo, e a ogni “one, two, three, four” ti aspetti che partano le prime battute di Come On, Eileen. Ovviamente non succede mai. Nonostante il coitus interruptus, si esce soddisfatti e rinfrancati. Anche quest’anno la vecchia guardia non ha tradito le attese.

 

Meat PuppetsMeat Puppets (8): a proposito di vecchia guardia. Le “bamboline” di carne ne hanno messa su un bel po’, soprattutto Curt Kirkwood. In più, rispetto al passato, hanno anche un secondo chitarrista e un batterista (che tra l’altro è il figlio di Doug Sahm) decisamente più dotato e potente di Derrick Bostrom. Con quella sorta di scazzata professionalità tipica delle band americane della loro generazione, imbastiscono un live spaventosamente efficace e molto, molto, molto psichedelico. “Up On The Sun”  in quel modo avrebbero potuta suonarla i Grateful Dead all’apice della forma. Fratelli nella notte.

 

My Bloody Valentine (6.5): qualche anno fa, il concerto degli irlandesi al Primavera fu un’esperienza al limite del dolore fisico, e perciò straordinaria. In questa occasione i decibel sono calmierati, fin troppo, nessuna lama elettrica trafigge il diaframma e i vezzosi tappi per le orecchie gentilmente donati dall’organizzazione rimangono in tasca. Partono con I Only Said, che è già un “alzateci e preghiamo”, ma si capisce che c’è qualcosa che non va. In molti lamentano il fatto che non si sentono le voci, ma siamo seri, chi ha mai ascoltato un pezzo dei MBV seguendo la linea vocale? No, il problema sta più nella composta freddezza, un po’ da compitino, di Shields, Butcher e compagni. Soltanto nell’ultima parte si aprono le cateratte e si lascia defluire il rumore bianco. Bello, ma un po’ tardi.

 

E per finire:

 

primavera sound festival 2013 barcellonaClima (0): peggior performance del festival. Gelida, più che altro.

 

Futuro (N.G.): quien sabe? La conferenza stampa di congedo smentisce le voci di un possibile trasferimento del Festival in altro luogo (Bordeaux?), e intanto viene annunciato il primo nome per il 2014: Neutral Milk Hotel. Avanti tutta, dunque? Alla crisi economica e agli sponsor l’ardua sentenza.

 

Carlo Bordone

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