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15 ottobre 2017 ,

Motorpsycho

THE TOWER

2017 - Stickman Records
[Uscita: 8/09/2017]

Norvegia

 

La dismisura è sempre stata una caratteristica dei Motorpsycho. Giunti al loro diciottesimo album, i norvegesi di Trondheim proseguono nella ricerca di un eclettismo rigorosamente aperto e sempre riconoscibilissimo. La predilezione per il nomadismo ha portato la band, in vent’anni di carriera, a lavorare su linee di sviluppo che hanno intrecciato insieme hardcore, psichedelia, progressive, space-rock e pop in trame sonore sempre nuove e mai scontate. Quest’ultimo “The Tower” incrocia i lavori degli ultimi anni, dal concept omerico di “The Death Defying Unicorn”  (2012), al jamming hard-psichedelico di “Heavy Metal Fruit” (2010) sino alle deviazioni pop del lontano “Phanerothyme” (2001). "The Tower", ispirata alla Torre di Babele di Pieter Bruegel nella rilettura del pittore norvegese Håkon Gullvåg, rappresenta da un lato la propensione alla monumentalità dei nostri, ma dall’altro la rappresentazione delle nuove forme moderne di alterigia e aggressività, alimentate da atteggiamenti sempre più oscurantisti ed arroganti. I riferimenti classici di quest’album si possono trovare in Ligeti, Bartok, Stravinsky, Van der Graaf Generator, Magma ed in quel progressive denso di esoterismo ed occultismo. La band norvegese accentua il carattere psych-prog delle ultime produzioni, recuperando un approccio più narrativo e digressivo, che avevamo già apprezzato in “The Death Defying Unicorn”.

 

L’avvio The Tower è un hard-prog classico che mescola insieme i viaggi cosmici degli Hawkwind con un heavy-blues di derivazione seventies. I ritmi si fanno più duri nel successivo Bartok of the Universe, che prosegue nella direzione di un prog particolarmente roccioso. Una leggerezza accattivante caratterizza A.S.F.E., che riprende i ritmi di quel Spin, Spin, Spin di derivazione psych-folk, mentre la psichedelia si fa ancor più dilatata e joyciana in Intrepid Explorer, che descrive le peregrinazioni omeriche legate all’epica del mare. Brani più melodici caratterizzano la parte centrale dell’album con Stardust e The Maypole, con motivi che ricordano le sperimentazioni pop di “Let Them Eat Cake” (2000). L’arpeggio strumentale di A Pacific Sonata e la conclusiva Ship of Fools riprendono le tematiche crimsoniane legate all’epopea del mare e alle imprese maestose e caotiche già descritte in “The Death Defying Unicorn”. Un lavoro che, lontano dai capolavori degli anni ‘90, non deluderà i fan nuovi e di vecchia data della band norvegese.

Voto: 7/10
Felice Marotta

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