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24 Febbraio 2013 , , ,

Steven Wilson THE RAVEN THAT REFUSED TO SING (AND OTHER STORIES)

2013 - K-scope
[Uscita: 25/02/2013]

Steven Wilson THE RAVEN THAT REFUSED TO SING (AND OTHER STORIES) K-scope 25/2/2013Il luminol è un composto chimico utilizzato dalla Polizia Scientifica per rilevare il sangue, dai biologi per la ricerca di rame, ferro e cianuro e dai biochimici per permettere l'identificazione di specifiche proteine. Il titolo del primo brano di questo disco è proprio Luminol, allora mi è venuto in mente di utilizzare in questa recensione un criterio simile a quella sostanza, al fine di rilevare le tantissime tracce di progressive rock che permeano in maniera costante e amichevole tutte le composizioni di questo nuovo lavoro di questo geniaccio di nome Steven Wilson. Dico subito che il  disco è davvero notevole. Le atmosfere create da Wilson e dai suoi compari musicisti passano dall’intimistico al sinfonico, dall’acustico all’elettronico, dal rock al jazz fusion rispolverando, in maniera del tutto attuale, quelli che sono i dettami del prog classico e del rock degli anni ’70: uso di tempi dispari, virtuosismo, melodie scritte senza l’assillo della soluzione di continuità necessariamente richiesta dal formato canzone, brani di lunghezza inusitata per i nostri tempi, ma allo stesso tempo scorrevoli e mai stucchevoli grazie ai continui cambi di atmosfera (una pacchia per chi, come me, ascolta ancora con nostalgia Supper’s Ready o Trilogy), il tutto alternato ad aperture di lirismo senza freni.. Quando, più avanti, cercherò di definire le fonti alle quali, secondo me, Wilson si è probabilmente ispirato, non lo farò per sminuire questo grande artista, il cui ottimo lavoro può essere sicuramente apprezzato anche da chi non ha mai ascoltato neanche uno dei modelli che via via citerò. I geni di ogni epoca, si sa, hanno sempre trovato ispirazione dal lavoro di qualche predecessore, ma ne hanno dato poi una propria interpretazione del tutto personale.

 

Nel disco non c'è alcuna concessione all’elettronica come musicista aggiunto. I sintetizzatori e gli strumenti (tanti) ci sono, ma sono suonati a manina e con maestria, come si faceva una volta; i sequencer sono banditi da questo lavoro che racchiude solo 6 brani. L’uso di strumenti decisamente vintage (mellotron su tutti) dà, come spesso accade ai lavori di Wilson e dei Porcupine Tree, un’ulteriore connotazione che definirei sospesa nel tempo. Ad aggiungersi al tutto, l’impeccabile engineering affidato ad Alan Parsons (Abbey Road Studios ai tempi dei Beatles, Pink Floyd e Alan Parsons Project successivamente)Steven Wilson THE RAVEN THAT REFUSED TO SING (AND OTHER STORIES) K-scope che sembra avere volutamente dato alcuna enfatizzazione di tipo digitale alle registrazioni, mantenendo nei suoni un feeling tutto analogico. Si parte alla grande. Nel primo brano, Luminol,  un’intro e una parte iniziale che ricordano Roundabout degli Yes (soprattutto grazie al bassista Nick Beggs che aggredisce le corde "alla Squire”, alla batteria suonata principalmente sui tom e sul rullante, affidata all’ottimo Marco Minnegan e ad alcune armonizzazioni vocali). Poi, si aggiungono suoni difficilmente udibili nelle produzioni recenti, quali il flauto e un hammond distorto suonato da Adam Holzman e segnato dalle sue molteplici precedenti esperienze jazz e jazz-rock. Nella parte centrale, il brano cambia decisamente atmosfera e voci, chitarre e flauto inventano qualcosa a metà tra i Pink Floyd di A Pillow of Winds e le armonizzazioni dei Crosby, Stills, Nash e Young di Suite Judy Blue Eyes. Improvvisamente si scatenano il mellotron e la chitarra ed è ancora pieno progressive. Giusto in tempo per tornare alla fusion ed al tema dell’inizio. Luminol è un vero giro panoramico attraverso venti anni di musica.

 

 

 

Si prosegue con Drive Home una ballad sui generis che definirei superba. Parte (dopo un accenno di chitarra acustica) come un pezzo dei King Crimson di "Red" (a me ha subito ricordato Starless anche per l’apporto fondamentale del sax di Theo Travis, non a caso già collaboratore di Robert Fripp) e mantiene un andamento ciclico ed ipnotico, sempre più impregnato di lirismo per poi,  alla fine, sfociare in un lunghissimo quanto struggente assolo di chitarra dell’ottimo Guthrie Govan. Assolo che, altro riferimento, ricorda alcune cose di Steve Hackett soprattutto della prima produzione solista (Voyage of the Acolyte o Spectral Mornings). Tempo dispari e grande energia nell’inizio del terzo brano (The Holy Drinker) dove è sempre il sax a farla da padrone con un apporto ritmico corposo da parte di basso e batteria. Dopo è la vena più metallica a venire fuori (nella parte cantata) per poi ritornare alla fusion con un rhodes che svisa e il flauto a contrappunto;  in questo disco, però, Wilson non ci fa mancare nulla e tira fuori, come Steven Wilson THE RAVEN THAT REFUSED TO SING (AND OTHER STORIES) K-scope un coniglio dal cilindro, improvviso e inaspettato, un hammond che sembra campionato da Tarkus degli E.L.&P.  così come il moog che chiude il pezzo.

 

 

Il pezzo più breve dell’album (The Pin Drop) è quello che mi ha convinto meno. Lo trovo poco incisivo e decisamente sotto tono rispetto al resto del lavoro. Salvo solo l’ottimo lavoro del sax. The Watchmaker parte con un cantato appoggiato su una chitarra arpeggiata molto dolce e onirica a supporto delle voci, ma poi ci si ritrova al progressive rock con mellotron e chitarra in primo piano (nella parte centrale e finale) richiamando il Mike Oldfield di "Tubular Bells", Pink Floyd e Genesis insieme. L’ultimo brano (la title track) è il più onirico e ipnotico di tutti. Andamento decisamente lento e in crescendo con un finale ciclico che torna a ricordare lo Steve Hackett di Voyage of the Acolyte. Degno finale di un bellissimo disco per quelli che, come me, vedono di buon occhio il ritorno del progressive come parte importante del panorama rock internazionale.

Voto: 8/10
Marco Lamalfa

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