Migliora leggibilitàStampa
11 marzo 2012 , ,

Motorpsycho & Ståle Storløkken

THE DEATH DEFYING UNICORN

2012 - 2 CD - Stickman
[Uscita: 10/02/2012]

# Vivamente consigliato da DISTORSIONI

Parlare dei Motorpsycho non è per nulla facile. La loro sterminata produzione, 15 full-length, 5 Live, 16 EP ed un numero imprecisato di singoli e di collaborazioni, è il risultato della loro proverbiale capacità di lasciarsi affascinare da generi musicali tanto diversi quanto finemente contigui, dalla loro inesauribile curiosità e da un’innata propensione al nuovo. La predilezione per il nomadismo ha portato i Motorpsycho, in vent’anni di carriera, ad affrontare e miscelare generi musicali apparentemente distanti, dal metal alla psichedelia, dal progressive allo space-rock, dal pop al folk, in un eclettismo mai fine a se stesso. L’insofferenza verso le forme “chiuse” e la tensione innata verso la differenza sono i modi con cui i Motorpsycho hanno approcciato da sempre le costruzioni delle loro strutture sonore, non ingabbiandole mai in canoni predefiniti, ma sviluppandole costantemente lungo direttrici solo in apparenza divergenti. La dilatazione della psichedelia, il jamming degli MC5 e l’apertura di John Coltrane sono state certamente le forme con cui i Motorpsycho hanno manipolato la materia sonora.

 

Nel 1996, Bent Sæther dichiarava esplicitamente: ‘la musica psichedelica è una specie di versione jazz della musica pop. Musicalmente parlando, quell'idea è stata per noi una combinazione perfetta, perché di tanto in tanto a noi piace accostarci alla canzone pop, ma con una mentalità jazz. [...] Cerchiamo infatti di scrivere le nostre canzoni in modo tale che sia possibile modificarle, improvvisando dal vivo.’ L’influenza di John Coltrane non è legata alle caratteristiche specifiche del jazz, ma essenzialmente a quella capacità innata che consentiva al sassofonista statunitense di costruire strutture musicali costantemente “aperte”, espressione di una affermatività ed una tensione creativa sempre in movimento. John Coltrane è certamente un musicista fondamentale per comprendere il suono ed il percorso musicale dei Motorpsycho.

 

Commissionato originariamente dal Molde International Jazzfestival per il cinquantennale della manifestazione, “The Death Defying Unicorn” è il quindicesimo full-length della band norvegese, realizzato in collaborazione con il tastierista Ståle Storløkken (Supersilent e Elephant9) e la Trondheim Jazz Orchestra. “The Death Defying Unicorn” è un album monumentale che narra le vicende drammatiche del naufragio della baleniera Essex avvenuta nel 1820 nel Pacifico e dei lunghi mesi di odissea dell’equipaggio nella disperata lotta per la sopravvivenza. “The Death Defying Unicorn” ripropone tutta l’epica del mare, la mitologia dell’esplorazione dell’ignoto, le forme greche del mito, il “Moby Dick” di Melville, l’orrore e la durezza del “Gordon Pym” di Poe, ma anche l’incontro con le esperienze che impongono una comprensione definitiva dell’esistenza. Nel fare questo i Motorpsycho si affidano alle forme classiche della narrazione rock ed in particolare a quel progressive che i King Crimson avevano codificato nelle sue forme più compiute all’inizio degli anni ’70.

 

Non è un caso che proprio l’epica del mare ed i temi omerici dell’Odissea costituiscano il nucleo narrativo di “Island” (1971), quarto album della fondamentale discografia crimsoniana. Il gioco eclettico dei rimandi prevede anche il recupero delle sonorità di “Trust Us” (1998), settimo album della band norvegese, in una sorta di auto-citazione che assume significato se si pensa che Psychonaut si poneva già da allora come manifesto delle peregrinazioni nomadi e senza ritorno. “The Death Defying Unicorn” è un lavoro suddiviso in due CD. L’album prende avvio dallo sguardo orchestrale molto ermetico di Out Of The Woods, mentre The Hollow Lands mantiene i canoni del prog, induriti da robusti groove che rimandano alla psichedelia heavy degli anni ‘70. Il prog-jazz emerge definitivamente nella monumentalità di Through The Veil, brano-suite di 16 minuti che decostruisce il formato canzone in passaggi free-jazz, scritture orchestrali e robusti inserimenti di fiati.

 

A dettare legge in questo primo CD è sempre l’improvvisazione, cioè quella forma di narrazione libera, tipica del prog e del jazz, regolata da poche semplici leggi. Doldrums e successivamente Flotsam mantengono alta la tensione narrativa, attraverso le rievocazioni della vita abbandonata nell’oceano, mentre la splendida Into The Gyre restituisce una psichedelia-pop degna dei migliori Motorpsycho. Il secondo CD segue un profilo narrativo decisamente più cupo e fosco. Oh, Proteus - A Prayer e Oh, Proteus - A Lament descrivono gli effetti della disperazione causati dalla fame e dall’assenza di speranza, mentre Sculls In Limbo evoca l’abbandono del corpo nelle acque sconfinate ed inospitali del Pacifico, rappresentate attraverso sperimentazioni death-prog ed impreziosite dalle trame jazz dell’ottimo Ståle Storløkken, cui seguono alcuni splendidi passaggi in La Lethe. Se Sharks mantiene l’intimità della disperazione, Mutiny! è forse il momento meno incisivo dell’album.

 

La splendida Into The Mystic chiude il lavoro riprendendo il tema musicale di The Hollow Lands ma con una luce decisamente più intensa. Nonostante “The Death Defying Unicorn” si ispiri ad eventi tragici, l’album si chiude con un lieto fine (quello dei sopravvissuti) che consente di dare significato al curioso sottotitolo dell’album: “una fantasiosa e strana favola musicale”. Un lavoro monumentale questo “The Death Defying Unicorn”, suonato con disarmante facilità ed eccelso mestiere, in cui il jazz e la predilezione per le forme “aperte” tracciano con grande maestria le direttrici dell’ascolto e mostrano per l’ennesima volta l’assoluta grandezza di questa band.

 

Felice Marotta
Inizio pagina