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21 ottobre 2014 , ,

Mark Lanegan Band

PHANTOM RADIO

2014 - Vagrant Records
[Uscita: 20/10/2014]

USA

Mark-Lanegan-Band-Phantom-Radio-White-Vinyl“Guai a colui che, giunto a un dato momento dell’essenziale, non si arresta!” scolpiva non senza una ironia nerissima il filosofo E. Cioran nel “Sommario di decomposizione”. Incurante del monito cioraniano Mark Lanegan sforna spavaldo il terzo disco con il marchio Mark Lanegan Band; il titolo de lavoro, con evidente spoil del contenuto, è “Phantom Radio”. Non è dato sapere se, dopo aver da sempre collaborato con qualsiasi cosa si muovesse nel raggio di attrazione dell’orbe terracqueo e prodotto un disco per ogni capriccio, questa uscita fosse proprio urgente. Ciò che con certezza si può affermare universalmente e senza fallo è la sua gran classe compositiva e il suo inarrivabile talento vocale ben rappresentati anche in questo ultimo sforzo artistico. Ciò che risulta meno convincente rispetto a “Blues Funeral” del 2012 è la mancanza di quella esuberanza creativa che ha reso celebre Lanegan e inconfondibili le sue costruzioni melodiche. Nei precedenti lavori vi è uno speciale entusiasmo della tristezza che in Phantom Radio è completamente assente; l’entusiasmo qui si fa mestiere. Mestiere pregevolissimo è quello presente in Harvest Home che apre il disco proponendo un mid‑tempo aggressivo e molto raffinato nella trama timbrica tra una walking guitar arpeggiata, se così si può dire, e un freddo tappeto synth; riproponendo uno spleen anni ’90 di maniera in versi che impuniti possono affermare: “wandering the floors with the ghosts I have known” oppure “black is the colour, black is my name”. 

 

mark-lanegan_1_732_677E di maniera risulta anche Lanegan che scimmiotta se stesso e le sue ossessioni in Judgement Time. Come forzatamente mimato appare il tecno-pop di Floor of the Ocean e i sintetizzatori da ostentazione vintage di The Killing season o la spensieratezza patinata di Seventh Day. La tentazione sarebbe quella di pensare a quella di Lanegan come ad una prova contro se stesso o un esperimento in cui si prova a spacciare del talento allo stato puro: talento senza più, talento vuoto. Ma il talento ha bisogno di applicarsi ad una materia e trasformarla; il talento è il lavoro della realtà. E la tentazione interpretativa si fa tanto più forte quanto più il marchio di fabbrica Lanegan sembra imprimersi tra la musica e le parole come nelle torbide atmosfere di I am the Wolf. Tuttavia ascoltando Torn Red Heart saremmo tentati di morderci la lingua e, se fosse possibile, i pensieri; qui Lanegan cessa di citare se stesso e comincia a citare i Velvet Underground e, per quanto possa apparire bislacco, vorremmo si tornasse immediatamente all’autocitazione. Detto fatto; ed è subito The Wild People con una certa soffice premura nella voce e il sollievo di essere arrivati alla fine del disco, e di essere nonostante tutto ancora Mark Lanegan come ci ricorda Death Trip to Tulsa. Quest’ultimo brano non redime il disco ma apre su variazioni sonore inedite in Lanegan: l’uso di scale orientalizzanti suonate da sintetizzatori su un tappeto ritmico ipnotico squarcia il torpore nel quale eravamo stati gettati. Che Lanegan finisca di fare Lanegan è la cosa più da Lanegan che Lanegan potrebbe fare per tornare a far tremare di cupezza i nostri pensieri e le nostre orecchie. 

Voto: 5.5/10
Luca Gori

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