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13 settembre 2016 ,

Boris with Merzbow ‎

GENSHO

2016 - Relapse Records
[Uscita: 18/03/2016]

Giappone

 

Boris_Merzbow_Gensho_CoverA partire da “Il contrattacco di Godzilla” del 1955, in cui distruggevano periferie industriali e nebbiose, i due tremendi mostri “kaijū” Godzilla ad Angilas si sarebbero in futuro ritrovati e scontrati diverse volte in diversi film. Sempre radendo al suolo, con le loro battaglie, città in miniatura fatte di resina e plastica. Allo stesso modo, i due più “mostruosi” estremisti sonori del Sol Levante, Boris e Merzbow, si sono negli anni incrociati, studiati e confrontati. “Gensho” marca la sesta collaborazione tra i due e visto che a questo turno presiede la RelapseRecords, non qualche piccola label nipponica, si direbbe il classico matrimonio celebrato in paradiso. Non è proprio così.

Da una parte il trio che ha prodotto alcuni dei più mastodontici doom chitarristici di sempre. Una band che ha costruito la propria storia su pochissime linee guida, espresse in poche “canzoni” perennemente rimaneggiate; una singola opera in perpetuo divenire, che comprensibilmente ha presto finito per mostrare la corda, pur rivestendosi sempre con sapienza di un titanico fascino sonoro e mistico. Dall’altra Masami Akita, un costruttore di impalcature elettroniche per un noise industriale suonato più al laptop che alle tastiere. L’uomo la cui discografia così intricata e logorroica può ragionevolmente competere con quella di un Keiji Haino e di un Sun Ra.

 

Nel 2016, il retaggio ventennale del doom dei Boris diventa un lasciapassare verso un violaceo shoegaze titanico che nulla ha a che vedere con l’understatement dei maestri del genere. L’elettronica di Merzbow (foto a sinistra) continua anch’essa a rileggere se stessa, come Merzbow_bandl’artigiano che riassembla i ritagli migliori per produrre “qualcosa di nuovo”. In sintesi: un epico monumento per narcolettici costruito sulla reiterazione ossessiva di un rumore-accordo dissonante, liberato da tempo e percussione, fluttuante su voci sussurranti che recitano un mantra tibetano. Intenso a tratti, impressionista nel suo essere costantemente indefinito nei contorni e nei limiti. Detto questo, e detto che l’episodio in questione manca forse della nevrosi aliena di un “Megatone” (collaborazione del 2002) e della tensione spropositata di un “Sun Baked Snow Cave” (collaborazione del 2005), bisogna pur ammettere che la fascinazione sonora è talmente densa e stratificata da invadere completamente ogni luogo in cui venga riprodotta.

Perchè la vera trovata di Gensho (in italiano “fenomeno”), sta nell’ascolto in simultanea: i due CD sono fatti per essere suonati contemporaneamente su due impianti diversi in cui regolare a piacimento il volume per potere apprezzare al meglio tutte le sfaccettature di Boris_Bandquesto strano fenomeno. I Boris (foto a destra) avevano in verità già sperimentato questa boutade col doppio “Dronevil” del 2005. Quella indagata da Gensho dovrebbe essere una collisione astrale tra un sistema nervoso in tilt e l'enorme corpo di un gigante che si accascia ad ogni passo. Tra un sogno di dream pop e un incubo post industriale.

Ammetto: ho provato; lo dovevo... Doppio stream, non certo doppio stereo (non posso permettermelo). E al netto dell’audio malandrino di Spotify, ne è emersa una versione apocalittica di “Metal Machine Music” cantata da Jesus And Mary Chain e devastata dal fantasma di David Tibet. Opera dunque spropositata, come consuetudine nelle collaborazioni tra questi kaijū, autoindulgente, ridondante. Sotto sotto, più al servizio dell’onanismo dei musicisti che del piacere degli ascoltatori, ma redenta da un’aura vibrante, riverberante, radiante talmente forte da lasciare, nel bene o nel male, a bocca aperta.

Voto: 6.5/10
Giovanni Capponcelli

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