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9 settembre 2017

Mogwai

EVERY COUNTRY’S SUN

2017 - Rock Action Records
[Uscita: 01/09/2017]

Scozia   #consigliatodadistorsioni     

 

mogwai-every-country-s-sunLa parabola artistica dei Mogwai si è sempre contraddistinta per la proteiforme tendenza alla variazione del canone stilistico della loro resa sonora, talvolta, anzi spesso, entro lo stesso contesto. Caratteristica che rende lo stigma espressivo della valorosa band scozzese peculiare e quasi esclusivo. Dagli esordi degli anni Novanta, con lavori rimarchevoli quali “Come On Die Young” e “Rock Action”, ai dischi della piena maturità creativa degli albori del secolo ventunesimo, come il sontuoso “Happy Songs For Happy People” o l’intrigante “Mr. Beast”, passando per i più recenti segmenti sonori di “Hardcore Will Never Die, But You Will” e “Rave Tapes”, senza obliare il bellissimo commento musicale al film-documentario di Mark Cousins, “Atomic” del 2016 (nel frattempo, s’era registrata la defezione di uno dei pilastri della band di Glasgow, John Cummings), al loro nono album in studio, “Every Country’s Sun”, la coerenza artistica dei Nostri appare vieppiù granitica. Stuart Braithwaite conduce superbamente un’avventura sonora che in tempi di asfittica coazione a ripetere rappresenta un esempio di talento creativo in costante e brillante rinnovamento.

Mogwai foto 1Affiancato dal fido Dominic Aitchison al basso, dal bravo Martin Bulloch alla batteria e dal valente Barry Burns alle tastiere, il lider maximo allestisce ancora una volta un album di rara e variegata potenza artistica, nel quale insieme convivono elementi del più classico post-rock e istanze sperimentali dalla spiraliforme traiettoria sonora. Fin dall’incipit, Coolverine, le cose sono messe senza indugio in chiaro: atmosfere oblique, liquide distese di suoni che d’improvviso precipitano in gorghi di senso, frastagliandosi in perlaceo frammento. Il tracciato sonoro di Party In The Dark, coniugato secondo stilemi musicali di manifesta contiguità con la migliore tradizione synth-pop, affascina e seduce con le sue note dirette, invece, con il cantato lieve e armonico che si Mogwai foto 2dispiega sull’uniforme consonanza degli strumenti.

 

Tra le altre tracce dell’album, ci piace rammentare, in particolar modo, la notevole prova di matrice sperimentale di Crossing The Road Material, il cui tessuto strumentale pare trapassato come da gelidi aghi sonori e il cui assemblaggio di chitarra, basso, batteria e tastiere dà vita a una potente miscellanea di  rock obliquo, elettronica in divenire, pop d’ambiente di rara raffinatezza; Don’t Believe The Fife, dal quieto incedere iniziale, sorta di piana rappresentazione di cerebrali paesaggi sonori immersi negli smeraldini riflessi di una mente in cogitazione, fino al repentino tramutarsi, nel finale, in bruciante scudisciata di indubbia matrice rock, con chitarra ustionante anzichenò e ritmi che innalzano onde di unnamedrumore verticale sino al cielo; la venefica zaffata di allucinato rock di Old Poisons,  con un suono come scavato nella roccia e tuffato in soluzioni alla soda caustica. Il sigillo finale, Every Country’s Sun, che sintetizza esemplarmente le varie anime espressive che convivono, unite sia pure nella varietà, nel canone stilistico dei Mogwai: tendenza alle atmosfere trasognate e oniromorfe sul ciglio dell’abisso, accenni di puntuto sperimentalismo presto volgente verso quiete quanto repentine virate di mera devianza sintetica, al confine tra rock e pop dove le palpebre, velandosi, trattengono immagini di angeli caduti. Capolavoro. 

 

Voto: 8/10
Rocco Sapuppo

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