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9 novembre 2018 ,

Dead Can Dance

DIONYSUS

2018 - PIAS Records
[Uscita: 02/11/2018]

Inghilterra-Australia

 

deadcandanceI ritorni discografici dei Dead Can Dance, oltreché preziosi in sé, offrono il destro per riflessioni di mera matrice musicologica. Se, infatti, con “Anastasis” del 2012 il duo formato dai geniali Brendan Perry e Lisa Gerrard, dopo qualche lustro di silenzio e di raccoglimento spirituale, recuperava in parte sonorità della sua migliore produzione dark e gotica, senza trascurare, beninteso, l’ecumenismo musicale, inglobante lemmi musicali della tradizione mediorientale e africana, in specie, che ne aveva contraddistinto intensamente le ultime intraprese fino agli anni Novanta, con quest’opera, “Dionysus”, il tratto dark e gotico si stempera, fino a sfumare del tutto. Il nuovo album dei Nostri rappresenta, infatti, la sintesi recata fino alle estreme conseguenze di un afflato pan-musicale che li porta ad accepire, già sin dal titolo e in primis, suggestioni di derivazione ellenica, con riferimenti a suoni e danze rituali per l’appunto di matrice dionisiaca, immaginificamente riportabili a toni d’elegia tragica di taglio

Dead Can Dance foto 1euripideo, (“Le Baccanti”, del grande trageda greco, possono ben fungere da punto di riferimento imprescindibile), con relativo adeguamento dell’impianto strumentale e vocale d’insieme: cori come di Menadi invasate dal dio dell’ebbrezza, vestite di pelli di volpi, agitanti il tirso sul monte Citerone, in preda alla follia bacchica; belati di greggi in lontananza, tamburi e flauti rituali di pastori disseminati tra le balze e pronti a unirsi al corteo.

 

Contestualmente, in un sincretismo sonoro di grande impatto, il rimando a melodie della tradizione bulgara, col tessuto vocale di un gruppo storico come Le Mystère De Voix Bulgares, con cui Lisa Gerrard ha inciso diverse tracce del suo repertorio personale, e deadl’uso della gadulka, uno strumento a corde tipico di quella cultura musicale, o il richiamo alla tradizione precolombiana nella quale canti rituali venivano innalzati alle divinità indigene sotto l’effetto del peyote, o, ancora, il rinvio alla vocalità “ululante” di certe tribù di ascendenza berbera, originarie del Nord Africa, completano un quadro cultural-musicale di assoluta fascinazione. L’opera è divisa in due ‘atti’, costituiti rispettivamente da due lunghe suites da sedici e diciannove minuti, circa, contemplanti complessivamente sette frammenti, Act I: Sea Borne, Liberator Of Minds, Dance Of The Bacchantes; Act II: The Mountain, The Invocation, The Forest,  Psychopomp. La vocalità preziosa di Lisa e Dead Can Dance foto 2Brendan è sempre ammaliante, il coacervo di suoni di diversissima estrazione affascinante, anche se non sempre perfettamente in simbiosi con l’unità ideale e intrinseca che un’opera così concepita dovrebbe recare in sé. In ultima analisi, un album dal raffinatissimo tratto artistico, ma forse troppo carico di istanze culturali che non trovano, almeno parzialmente, convincente conciliazione in un canone musicale univoco e pienamente efficace.   

 

Voto: 7/10
Rocco Sapuppo

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