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24 gennaio 2016 , ,

Steven Wilson

4 ½

2016 - K-scope Records
[Uscita: 22/01/2016]

Inghilterra  #consigliatodadistorsioni    

 

steven-wilson-4-e-mezzo-2016-570x523Diavolo di uno Steven Wilson, lo stakanovista del rock ha colpito ancora. Uno non fa in tempo a metabolizzare le varie opere precedenti, che si susseguono una dopo l’altra, che l’ex leader dei Porcupine Tree sforna un nuovo album solista a un anno di distanza dal capolavoro “Hand. Cannot. Erase"L’enigmatico titolo vuole significare paradossalmente che non si tratta del disco numero cinque, ma bensì di una via di mezzo tra il quarto e il quinto album ("4 ½", appunto) nella labirintica concezione mentale del musicista inglese. Che dire? La cifra stilistica è quella che i fan di Wilson ben conoscono, anche perché dei sei brani, per un totale di trentasette minuti, quattro sono outtakes dell’album precedente, uno di “The Raven”, e l’ultimo è una versione live cantata con la cantante israeliana Ninet Tayeb del classico dei Porcupine Tree Don’t  hate me. 

Di conseguenza anche i musicisti presenti sono quelli che accompagnano Wilson nell’ultimo periodo: Adam Holzman, Nick Beggs, Guthrie Govan, Dave Kilminster, Craig Blundell, Marco Minneman, Chad Wackerman e Theo Travis

 

wilsonNel dettaglio l’album si apre con My book of regrets, una mini suite di dieci minuti che si snoda tra gli echi di The Incident (Porcupine Tree), ritornelli pop à la XTC, progressioni in cremisi e solennità tipicamente prog, al contrario di Year of thr plague, strumentale delicatissimo e semiacustico con uno struggente violino solista. 

E se Happiness III mette invece deliziosamente in vetrina la vena più cantautorale e canzonettistica di Wilson, Sunday rain sets in, altro strumentale, si apre a una rarefazione bucolica dominata dal flauto di Theo Travis di rara bellezza. Vermilloncore ancora wilson1strumentale, propone momenti hard col basso di Nick Beggs protagonista e fughe di sinth in spazi siderali per poi giungere allo stratosferico finale con Don’t hate me dei P. T., in una versione da pelle d’oca di dieci minuti arricchita da assoli di sax, di piano elettrico e da atmosfere oniriche e spaziali. Se questi sono “gli scarti” di dischi precedenti, ben vengano altri scarti futuri, perché anche se non c’è niente di nuovo sotto il sole, Steven Wilson ci propone ancora una volta un album imperdibile.

 

Voto: 8/10
Maurizio Pupi Bracali

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