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1 novembre 2014

Pasolini

Abel Ferrara

2014 - Belgio, Italia, Francia - Cast: Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea, Adriana Asti - Durata 86 min. - Uscita 25 settembre

A mente fredda, a quasi un mese dall’uscita del film, ci fermiamo a riflettere su Pasolini, ultimo lavoro di Abel Ferrara. È solo un caso, ma nel giro di un mese sono usciti due film, due biopic anomali su due tra i più grandi poeti italiani di sempre: Giacomo Leopardi e Pier Paolo Pasolini. Due film molto diversi, due modi di avvicinarsi alla biografia: il primo fermo, misurato (anche nelle intemperanze), didascalico (nel senso buono della parola) e didattico (ma non scolastico); astratto e permeato d’una poesia sghemba e assolutamente non lineare il secondo. Il film di Ferrara è imperfetto, e questo è innegabile; ma disperata era anche l’idea di fondo: quella di intervallare i momenti degli ultimi tre giorni di vita di Pier Paolo Pasolini con ricostruzioni filmate dei suoi ultimi capolavori incompiuti: Petrolio, romanzo-mondo magmatico, incommensurabile e irriproducibile, biografia, testamento, saggio, e mille altre cose in uno (e in molti), postumo ancor prima d’esser scritto (come La divina mimesis); e Porno-Teo-Kolossal progetto per un film pensato per Eduardo De Filippo (di cui resta una sceneggiatura che, come sempre in Pasolini, è prima di tutto un romanzo da leggere), e che forse avrebbe aperto, dopo la pars destruens di Salò, una nuova ed inedita pars construens, che possiamo soltanto immaginare, leggendo quanto è rimasto scritto.

 

Willem Dafoe si cala mimeticamente nel ruolo, pur rimanendo troppo newyorkese, troppo cool, per entrare in quei panni in modo naturale, così come la Roma di notte assomiglia un po’ troppo alla grande mela, con quelle atmosfere cupe cesellate dai lampioni accesi cui il regista ci ha abituato (una Roma notturna girata per dettagli, scorci, angoli, che la desemantizzano e le fanno acquistare un fascino metropolitano che forse non ha maiPasolini-di-Abel-Ferrara avuto: poco pasoliniano, davvero, tutto ciò). L’interpretazione dell’attore americano, però, non manca di una partecipazione sinceramente sentita: ogni movimento, ogni gesto è studiato alla perfezione, ma non diventa macchietta, e neanche teatro (e nel doppiaggio italiano Fabrizio Gifuni fa bene il suo lavoro, non cerca l’imitazione d’una voce ben nota, ma neanche la stravolge). Questa sincerità, in fin dei conti si trova in tutto il film, che è abile nel ritagliare momenti altissimi (l’intervista con Furio Colombo è il picco intellettuale e poetico del film, per le cose dette, e lì il merito è di Pasolini, ma anche per come queste parole si fanno immagine) ma sa anche indugiare sulla quotidianità di tre giorni che sarebbero stati come altri, se non fosse per il tragico epilogo. L’anticlimax della narrazione è forse il punto forte del film. 

 

Certo non mancano i momenti deboli: le scene tratte da Petrolio rischiano di essere apprezzate solo da chi conosce bene il libro, e Porno-Teo-Kolossal in mano a Ninetto e Riccardo Scamarcio scivola pericolosamente nella farsa involontaria, il che forse neanche stona con il tono di quel che doveva essere quel film, una metafora in forma di commedia; e basta leggere qualche riga della sceneggiatura per capirlo: "Il treno rallentando entra nella stazione (dove infatti anziché esserci scritto «Roma Termini», c’è scritto «Sodoma Termini»"). Ma quella sincerità, quell’omaggio sentito e vivo di Abel Ferrara nei confronti di Pasolini rimane, e gli fa perdonare anche qualche caduta di stile, o qualche scelta che forse doveva essere messa un po’ più in contesto. E, alla fine, Pasolini è un film che commuove; un film che andava fatto, e che sottrae Pasolini alla santificazione di una certa critica (e di una certa sinistra), un Pasolini scandaloso e puro allo stesso tempo ("in salsa piccante", direbbe Belpoliti), senza dietrologie e ripuliture. Lirico e farsesco ad un tempo, Pasolini è un riuscito saggio sulla fine della modernità, sull’ingresso della civiltà occidentale nell’età dell’immagine e della violenza (“Roma violenta”-“Roma a mano armata”, ere geologiche prima di “Romanzo criminale”), un ingresso che esigeva una vittima sacrificale, e scelse un poeta.

Luca Verrelli

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