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8 dicembre 2012

The Rolling Stones

50 ANNI DI ROLLING STONES

1962-2012

rolling_stones.crossfire_hurricane.posterGli eventi ed i festeggiamenti per i 50 anni nel 2012

 

Abbiamo intenzionalmente preservato questo sostanzioso Speciale a sei mani (Maurizio Galasso, Pasquale Wally Boffoli, Andrea Angelini) sui "50 Anni di Rolling Stones", destinandone la pubblicazione quasi allo scadere del 2012, in modo che siglasse la fine dell’anno in modo superbo e definitivo. Ma anche per fare le cose per bene, affinchè vi rientrasse la disamina di  due uscite in Novembre 2012 riguardanti gli Stones, di cui una video importante: la tripla raccolta definitiva “Grrr!” contenente due brani nuovi di zecca (e guarda un po’ gagliardi!) ed il film inedito del 1965 “Charlie is my Darling” con magnifici e storici bonus.  

 

Tra i festeggiamenti di questo fondamentale cinquantennale c'è stata anche la prima a Londra il 18 Ottobre 2012 di "Crossfire Hurricane", documentario di 150 minuti diretto da Brett Morgen sulla carriera degli Stones, il cui titolo è stato tratto dal primo verso del testo del brano Jumping Jack Flash, contenente tra l'altro delle rare interviste a Brian Jones. Ma nel corso di quest’anno i 50 anni degli Stones sono stati celebrati anche con l’uscita di numerosi documenti live, sorta di bootlegs ufficiali, riguardanti tour e periodi artistici diversi nel tempo della band: "Live at Tokyo Dome, 1990" ("Steel Wheels Tour"), "L.A. Friday, Live 1975", "Hampton Coliseum, Live 1981".  Il 25 Novembre infine The Rolling Stones hanno iniziato il loro “50 & Counting” tour con  un incredibile concerto all’O2 Arena di Londra  davanti a 20.000 spettatori, replicato il 29 Novembre, per poi recarsi negli Stati Uniti per altri tre concerti a New York. Tra gli ospiti  sul palco Jeff Beck, Bill Wyman, Mary J Bligee Mick Taylor.  

 

E' davvero arduo far entrare in un solo approfondimento, per quanto esteso, 50 anni di carriera, di avvenimenti, di dischi di una band, poi di una stratosferica come i Rolling Stones è impresa disperata: a corollario ed a completamento di questo tour de force vi rimandiamo quindi a tutti gli articoli correlati sul gruppo qui in calce, pubblicati nel corso dei sei anni di vita del blosgpot e poi del sito Distorsioni. Ma vi raccomandiamo di assumere il tutto possibilmente a piccole dosi, non vorremmo renderci responsabili di un'indigestione cronica, e con dei rockers settantenni eccessivi, esagerati come gli Stones il pericolo è assai probabile. Ringrazio sentitamente Maurizio Galasso ed Andrea Angelini per i loro preziosissimi contributi.

Ladies and gentlemen: THE ROLLING STONES! (Pasquale Wally Boffoli).

 

 

                                              I n t r o

 

rollingrockstarAll’alba degli anni ’80 il primo numero di Rockstar erede dell’insuperabile, mitico Popster, uscì nelle edicole con in copertina una meravigliosa fotografia di Mick Jagger on stage. All’interno del giornale la redazione segnalava e commentava i 100 dischi più importanti del decennio appena trascorso. Sette erano dischi dei Rolling Stones. Alla fine del commento su “Some Girls” il giornalista scrisse: “Chissà che nel 1990 non staremo ancora qui a scrivere di loro…”. Sono trascorsi quasi trentatré anni da allora e i “ragazzi” festeggiano il loro cinquantesimo compleanno. Ai tempi avevo 13 anni e “Some Girls” fu il portale spazio-temporale che mi proiettò nel mondo dei grandi. Nulla o quasi era chiaro (è questo il meraviglioso dell’adolescenza), ma la musica che mi travolse fu l’inizio di un  viaggio che ancora continua; fu l’incontro con un nuovo universo che si disvelava fuori e dentro di me. Grazie a Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones, Charlie Watts, Bill Wyman, Ian Stewart, Mick Taylor e Ronnie Wood un bambino volle conoscere il mondo, suonare la chitarra, sentirsi un uomo.

 

L’orizzonte si apriva con luminescenze eccitanti e ipnotiche. In tre soli mesi avevo raccolto tutti i loro dischi. L’attesa per “Emotional Rescue”, primo disco “vergine” della mia nuova vita, fu magica. Poi “Tattoo You” e gli altri a venire negli anni, sino all'ultimo lavoro in studio,rollinga-bigger-bang "A Bigger Bang" (2.005, Virgin) che narra di una band ancora straordinariamente fresca, agguerrita e - checchè ne dicano i detrattori giovani e vecchi - ancora in possesso di molti proiettili da sparare. Il 17 luglio del 1982 l’Avvento: The Rolling Stones live in Naples! Emozioni che è difficile descrivere. E fra Miss You e Doom and Gloom un’intera vita. Sogni e rimpianti, folle gioia e tristezza assassina. Se potessi ricominciare, ora che siamo al tramonto, pagherei dazio affinché tutto si ripetesse così come è stato, con la loro colonna sonora. Ma non si può. E allora auguro alle nuove generazioni di avere la fortuna e l’ebbrezza di provare anche solo un decimo delle emozioni che io ho provato grazie a una rock’n’roll band di Londra, e di condividerle con qualcuno nel corso della vita perché lo so che è solo rock’n’roll, ma rende i sogni e la vita degni di essere vissuti con gioia. Stay hungry! Stay foolish!

 

 

The Rolling Stones: “Grrr!” 

3 CD - 12 Novembre 2012 - ABKCO Records/Interscope

 

rollinggrrr!Monumentale come la loro cinquantennale storia ecco “Grrr!”, la raccolta definitiva. Una più che esauriente panoramica sull’immensa produzione della band che ha tracciato la strada del rock indicando la direzione da seguire a intere generazioni di musicisti. È disponibile in cinque formati: 1) digitale; 2) triplo cd contenente 50 brani + booklet di 12 pagine; 3) edizione “de luxe” con tre cd + booklet di 36 pagine + cartoline con la riproduzione delle locandine originali; 4) edizione “superdeluxe” con quattro cd che raccolgono 80 brani + un cd bonus + un vinile 7” + un poster + booklet con foto inedite e altre varie amenità; 5) cofanetto di vinili 12” con 50 canzoni. Per avere una visione più completa prendiamo in esame l’edizione “superdeluxe” che si apre con i due brani che apparvero sul primo 45 giri della band: Come on di Chuck Berry e I wanna be your man scritta per loro dagli amici/finti rivali Lennon e Mac Cartney, brano che apre i concerti del recente mini tour anglo-americano.

 

Fra chicche come That’s how strong my love is e Little Red Rooster e classici della prima ora divenuti poi immortali quali It’s all over now di Womack&Womack, The last time (la cui versione orchestrale divenne una hit mondiale nel 1997 sotto le mentite spoglie di Bittersweet symphony dei Verve), Get off of my cloud, Time is on my side, 19th nervous break down, la furia creativa e iconoclasta della formazione originaria nata sui palchi del Crawdaddy e del Marquee e accampata nello storico tugurio di Edith Grove, c’è tutta. Mick Jagger, Keith Richard (allora senza la s finale in spregio al cognome paterno), Brian Jones, Bill Wyman e lo Stone fantasma Ian Stewart, assente in immagine, ma presenza fondamentale col suo Boogie Style al piano, nonché instancabile road manager e tutor della band fino al 1985, anno della sua prematura scomparsa, incendiano gli anniROLLING-STONES-Paint-it-black Sessanta con (I can’t get no) Satisfaction, As tears go by, The last time, Little red rooster, Paint it black, Under my thumbLet’s spend the night together, Ruby Tuesday, Have you seen your mother baby standing in the shadow.

 


Fra il 1967 e il 1969 c'è una fondamentale svolta musicale introdotta, nel secondo cd della raccolta, dalla magnifica Jumpin’ Jack Flash. È in questo periodo che Keith Richards (ormai con la s) scopre grazie a Ry Cooder le potenzialità e il fascino delle accordature aperte che danno vita al suono e ai riff che diventeranno il marchio di fabbrica dei Rolling Stones. Brani come Honky Tonk Women, Gimme Shelter, Street fighting man o la sublime You can’t always get what you want aprono nuovi orizzonti, mentre il decennio si chiude con la morte di Brian Jones, folle bardo dall’immenso talento strumentale espresso purtroppo solo in piccola parte e in maniera sempre discontinua. Lo sostituisce Mick Taylor, chitarrista eccellente, raffinato bluesman già alla corte di John Mayall (arrivò dopo Eric Clapton e Peter Green nei Bluesbreakers) e hanno inizio così i leggendari, scintillanti, eccessivi anni ’70: Brown Sugar, Wild Horses, Tumbling Dice, Happy, Angie e l’inno supremo It’s only rock’n’roll (but I like it). I concerti sono grandiosi e gli Stones entrano nell’immaginario iconico di ogni ragazzo che sogna di tuffarsi nel mondo incantato, violento e sensuale del rock.

 

rollingstonesbrianjonesProprio dopo l’uscita di “It’s only rock’n’roll” nel 1974, Mick Taylor lascia il gruppo inseguendo grandi sogni solistici che non si avvereranno mai, pur rimanendo un valido turnista al fianco di personaggi come Bob Dylan o Mark Knopfler, solo per citarne alcuni. Il tour del 1975/ '76 è comunque memorabile e vede l’entrata in scena del vulcanico e irresistibile Ron Wood. Il ragazzo porta energia nuova e finalmente Keith Richards riesce a realizzare il suono che da sempre sognava per la band: due chitarre che suonino come una sola. Un intrecciarsi e inseguirsi di riff che daranno vita nel 1978 a un album storico come “Some Girls”, qui rappresentato dalle travolgenti Miss You e Beast of burden. Non è da meno “Tattoo You” del 1981 che offre al mondo la superba Start Me Up. Ma gli anni Ottanta incombono. Il decennio di plastica non è in grado di recepire la grandezza dei suoni del recente passato. Ma anche nel vuoto di quegli anni, bui anche per Le Pietre, brillano piccole gemme come Undercover (of the night), tratta dall’omonimo album del 1983. Album discusso e discutibile, ma che riascoltato dopo quasi trent’anni svela inaspettati arabeschi e intarsi sonori. La distanza fra un disco e l’altro aumenta.

 

Mixed Emotions e Highwire sono i segnali della rinascita che coincide purtroppo con la defezione di Bill Wyman e l’avvento come collaboratore stabile, ma non membro ufficiale della band, del grandissimo Darryl Jones, già bassista di Miles Davis e infiniti altri. Con lui il suono acquista ulteriore vigore, come testimoniano Love is strong, You got me rocking, I go wild (tratte dal notevole album "Voodoo Lounge"), Like a rolling stone di Dylan e i due inediti registrati a Parigi nel 2012: le ottime Doom and gloom e One more shot. Il 7” regala 4 chicche da session della BBC: Route 66 e Cops and robbers sul lato A e You better move on e la leggendaria Mona di Bo Diddley sul lato B. Un cd bonus con cinque demo completa una raccolta titanica che forse nulla aggiunge a chi segue da sempre i Rolling Stones, ma di certo potrebbe rappresentare per i più giovani la chiave d’accesso per un mondo lontano eppure ancora presente, per lasciarsi avvolgere da suoni e canzoni che per molti di noi sono stati la colonna sonora di un’intera vita.

 

Doom and Gloom

One More Shot

 

 

Charlie is my Darling, Ireland 1965

Limited Edition, Super Deluxe Box Set (5 CD/DVD) diretto da Peter Whitehead - ABKCO FILMS 2012

Soundtrack Charlie is my Darling 6 Novembre 2012 Universal

 

rollingcharlieNon solo “Grrr” e le due isolate nuove perle Doom and Gloom e One more shot. Non solo biografie gossippare su Mick Jagger o decenti ulteriori bibbie sulla storia della più grande rock’n’roll band di tutti i tempi (passati, presenti e futuri). Ma una vera chicca per storici della musica e fan integralisti. Quarantasette anni dopo la fine delle riprese, vede la luce “Charlie is my Darling”, primo vero film-documentario sui Rolling Stones e straordinaria testimonianza di un week-end tour in terra d’Irlanda nel 1965. Satisfaction aveva appena raggiunto il numero uno nelle classifiche inglesi e si apprestava a conquistare l’America e il mondo, e i cinque londinesi mettevano a ferro e fuoco il Regno Unito. Nato da un’idea dell’ineffabile mentore Andrew Loog Oldham e diretto da Peter Whitehead, il documento è rimasto in deposito per beghe legali e solo oggi, con centinaia di metri di pellicola ritrovati e riesumati, offerto al pubblico e alla storia. Il disco-colonna sonora e il film catturano una band un attimo prima che divenga leggenda, la maturità e la follia di cinque ragazzi destinati a riscrivere la storia della musica rock. Grandiose le versioni telluriche di The Last Time e Time is on my side, per non dire della devastante energia elettrica di una lacerante Satisfaction.  Ma è l’ascolto e lo sguardo d’insieme che fanno sì che questo cd/dvd rappresenti una pietra miliare. Pezzi come Play with fire o Route 66 catturano in immagini e sonoro, frammenti incandescenti di un’epoca irripetibile.

 

Una rabbia violenta e ingenua, un desiderio asfissiante di vita che alimenterà o brucerà le generazioni a venire cambiando radicalmente il mondo fino ad allora conosciuto e accettato. È una band ancora senza segreti, ripresa e registrata in treni, aerei, bus, auto, rollingcamere d’albergo intrise di fumo e musica. Questo “Charlie is my Darling – Super De Luxe Set”  è gioia per gli occhi e le orecchie dei fans.  Oltre al film, due cd audio: uno, da brividi, è la colonna sonora originale e inanella ventidue brani dell’alba del rock, brani che da allora saranno leggenda; il secondo, forse ancora più intrigante, è uno scrigno che raccoglie perle del tour inglese del 1965 (Everybody needs somebody to love, Pain in my heart, Off the hook, Little Red Rooster). Inutile aggiungere che la confezione e i bonus sono degni della musica e delle immagini. Boocklet con foto inedite e rieditate, vinile 10” con brani dal vivo del concerto di Belfast e relativa locandina, ristampe di giornali d’epoca e riviste Britanniche e irlandesi. Una cornucopia, un baule volante dei sogni di intere generazioni, un altro giro di giostra nel parco giochi più bello della nostra vita.

                                                            

                                                               Maurizio Galasso

 

Satisfaction

The Last Time

 

 

The  ROLLING  STONES    1962 -  1968

 

 rolling-stones-nowIl loro primo disco fu pubblicato dalla Decca nel Giugno del 1963: era una ruspante cover di Come On di Chuck Berry, un idolo per loro.   Avevano aperto le ostilita’ appena un anno prima grazie ad un sollecito Brian Jones che  riunisce a Londra un combo di giovani musicisti malati di blues, tra cui tali Mick Jagger e Keith Richards provenienti dai sobborghi della capitale! Alcuni di loro si sono fatti le ossa sin dal ’61 nei Blues Incorporated di Alexis Corner ma  gli Stones, completati dall’ossuto Bill Wyman  al basso e l’essenziale Charlie Watts alla batteria e divenuti presto la new thing di una scena londinese in pieno fermento dimostrarono già dai loro primi concerti di non essere degli interpreti scolastici ed ortodossi della lezione nera d’oltremanica!  L’acerba aggressività vocale  di Jagger e la sua irrequietezza sul palco di ribelle alle solide ed imbolsite regole di quella borghesia da cui proveniva,  le selvagge  schermaglie chitarristiche di Brian Jones e Keith Richards  che dettavano nuove regole, l’uso sporco dell’ harmonica blues, una ritmica pedante ma ipnotica: per tutte queste caratteristiche  gli Stones prendevano le distanze dalla canonicita’ del British-blues  che in quegli anni furoreggiava a  Londra.

 

Solo i magnifici The Pretty Things  e The Yardbirds  potettero contendere loro in quegli anni lo scettro inglese di un beat blues originale, inedito, rivoluzionario, orgogliosamente ‘raw’ e selvaggio. Questa attitudine di rudi ribelli without a cause, abilmente sviscerata dal manager Andrew Loog  Oldham, fece ben presto dei cinque  il simbolo dell’insoddisfazione giovanile anglosassone! La loro dipendenza dai modelli blues e rhythm & blues americani durò comunque quattro album, un lungo apprendistato nel quale si fecero ottimamente le ossa. In questi primissimi dischi rivisitarono, adattandoli alla nuova sensibilità beat metropolitana ed alla loro personalità, maestri senza tempo come Willie Dixon, Bo Diddley, Jimmy Reed, Muddy Waters,  moltissimo Chuck Berry, rollingout-of-our-heads-ukHolland Dozier , Otis Redding,  Sam Cooke, Leiber & Stoller.  I dischi in questione uscirono con nomi diversi nelle versioni inglesi ed americane: in quella inglese “Rolling Stones” (1964), “Around and Around” (1964), “Rolling Stones n.2” (1965), “Out Of Hour Heads” (1965) tutti  incisi per la gloriosa Decca. I titoli originali delle edizioni americane (London) sono invece: “England’s Newest Hit Makers”, “The Rolling Stones 12 X 5”, “The Rolling Stones Now!”,  “December’s Children” ai quali  va aggiunto l’e.p.  “5 X 5” del 1964.

 

 

Aftermath

 

Una compiuta autonomia artistica che trascende il minutaggio spicciolo del 45 giri giunge nel 1966 con “Aftermath”,  primo dei loro album indispensabili che mette a fuoco per la prima volta in modo netto il genio eclettico di Brian Jones  prima di tutto e di Keith Richards attraverso inedite sfaccettate intuizioni timbriche e strumentali  (l’uso dell’harpsichord, dello xilofono, di percussioni varie) e di Jagger-Richards a livello compositivo. In brani come I’m Waiting, Out Of Time (portata al successo anche da Chris Farlowe), Lady Jane, Take it or leave it, Under My Thumb  gli Stones  mettono arollingaftermath-uk- fuoco  un ruspante e personalissimo marchio di fabbrica ispirativo traboccante di nuove, caustiche idee che prendono le distanze dalle matrici blues e dal rhythm’n’blues delle origini: queste poi in altri episodi di Aftermath sono  oltretutto trasfigurate mirabilmente e caricate di una affascinante indolenza/sensibilità/energia ribelle tutta bianca (Stupid Girl, Flight 505, It’s Not Easy, Think, High and Dry).

 

Un capolavoro acustico-elettrico che col senno di poi potremmo definire antesignano del modello esecutivo ‘unplugged’ che si sarebbe affermato molto tempo dopo,  un gioiello di concentrazione ispirativa con il tour de force finale di undici minuti di Goin’ Home improvvisati in studio,  in cerca di nuove direzioni per il blues tanto amato, con la memorabile armonica sullo sfondo di Brian Jones a scavare i recessi psicotici più nascosti e gli  up & down  vocali orgasmici  di uno Jagger smanioso,  impagabile improvvisatore! Nel frattempo hanno già raggiunto la fama mondiale, scalato le hit-parade e sono idolatrati dai beat quindicenni grazie ad una serie di singoli a dir poco epocali: Satisfaction, It’s All Over Now, The Last Time, Get Off Of My Cloud, 19th’s Nervous Breakdown, Paint It Black, Have You Seen Your Mother Baby Standing In The Shadows, nei quali Richards scolpisce riff  chitarristici  seminali, il tutto ben compendiato  in  “Big Hits !” (1966).

                                          

I  due 45 giri successivi del 1967, Let’s Spend The Night Together e We Love You,  escono in piena sbornia psichedelica con gli Stones  - Jagger soprattutto - reduci da

RollingStones-BabyB20disavventure giudiziarie per uso di droghe, affaccendati  in due album strapazzatissimi dalla critica e venerati dai loro fan:  “Between The Buttons” e “Their Satanic Majesties Request”.  Certo  i Rolling si avventurano in questi solchi in territori sonori del tutto inusitati, ma chi non lo faceva il quel periodo? Il  tempo ha dato loro ragione: la critica ottusa ed ortodossa di allora e degli anni successivi ha fatto sempre orecchie da mercante alle copiosissime intuizioni ed ai piccoli capolavori disseminati in questi due albums che ancor oggi risplendono di una psichedelia abbagliante e notturna, estremamente personale, che non deve niente a nessuno. Del 1967 è anche da segnalare l’ottima raccolta “Flowers” che pesca negli album sino allora pubblicati come nei 45 giri. Nel 1969 esce invece “Through The Past Darkly (Bih Hits Vol.2)”, subito dopo “Beggars’s Banquet”,  proponendosi come definitivo greatest hits della decade ’60.

 

                                                       Pasquale Wally Boffoli

 

 

Can The Blue Men Sing The White?

 

Il mondo della critica musicale è notoriamente popolato da teste pensanti e scriventi più o meno attendibili. Fatti salvi i gusti personali, il criterio di valutazione e giudizio sulle opere è, a volte, ingiustamente condizionato da assurdi preconcetti, privi di sostanza, rolling stonesquando non di buonsenso, ad una oggettiva analisi. Il vecchio assioma che i bianchi non sappiano/possano e quindi non debbano cantare il blues è stato sfatato qualche decennio fa quando la swingante Inghilterra beat sfornava con frequenza strabiliante talenti vocali modellatisi sul culto dei grandi interpreti di colore come Ray Charles, James Brown, Sam Cooke, Otis Redding, ma presto capaci di forgiarsi, già in giovanissima età, uno stile personale e riconoscibile.

 

Eric Burdon, Stevie Winwood, Mick Jagger, Van Morrison, Rod Stewart, Steve Marriott, Paul Rodgers, Roger Daltrey, per citare solo i più famosi, hanno con la loro opera e le loro ugole spazzato via il banale luogo comune che stabiliva l'impossibilità di cantare in modo credibile e autentico la sofferenza, il pathos, l'emozione e la gamma completa dei sentimenti profondi scaturiti dalle pene del cuore e del vivere quotidiano, senza avere la famigerata pelle nera. Ma pregiudizi ancor più duri a morire e paradossali, anche perchè spesso inspiegabilmente condivisi e avallati dagli stessi fan di un artista, resistono inossidabili. Uno di essi afferma che i Rolling Stones siano stati e siano per definizione al loro meglio una Rock-Blues band, incapace di esprimersi su livelli accettabili in alcuna altra forma musicale e bolla come infelici, esecrabili, quando non totalmente inutili efallimentari, le loro escursioni al di fuori di questo campo stilistico ben delimitato. 

 

the-rolling-stones-satisfactionUn urlo di protesta, un ghigno di sgomento, una smorfia di disprezzo nei confronti di simili affermazioni? No, non ce n'è bisogno: una tranquilla ed educata affermazione ci guiderà verso una sibillina dimostrazione di infondatezza:“Signori, BASTA KAZZATE, prego!!”. E' indubbio che le radici, motivazioni, passioni e il talento cristallino della band fondata da Brian Jones e dai gemelli musicali allora non ancora scintillanti Jagger e Richards, siano fin dai loro albori affondate e prosperate nel blues dei maestri neri Muddy Waters, Willie Dixon, Jimmy Reed, Elmore James, Chuck Berry. L'ossessione-venerazione che Brian Jones e gli altri avevano per questa musica li fece diventare dei professionisti e acquisire successo e fama. Ma una volta al top si resero immediatamente conto che nella competitiva scena londinese dei '60 dominata dall'originalità e versatilità dei Beatles, per stare al passo con i tempi bisognava essere autori del proprio materiale e non rimanere nel limbo delle cover band senza futuro.

 

La storia dice che fin dal 1965 molti brani composti da Jagger-Richards e arrangiati dai 5, con una menzione particolare per il polistrumentismo geniale e virtuosistico del compianto Brian Jones, esulano del tutto dai contesti e dalla grammatica della musica nera. Tell Me, As Tears Go By, Lady Jane, Play With Fire, Congratulations, I'm Free, The Singer Not the Song, Sitting On A Fence danno prova di versatilità stilistica e strumentale in sintonia con i rapidi cambiamenti dell'epoca ed entrando spesso regolarmente nelle rolling stonesclassifiche di vendita. Il primo album composto interamente da canzoni di Jagger-Richards,“Aftermath” del 1966 è una multiforme visione a 360°del pop-rock-blues giovane, molto più influenzato dall'approccio di Brian Wilson alle meraviglie soniche della sala di incisione che dai maestri di un tempo. Brian Jones eccelle particolarmente in queste incisioni inserendo negli arrangiamenti strumenti come l'harpsichord, il dulcimer, il sitar, l'arpa, tastiere di vario genere, il flauto e dimostrandosi un jolly capace di tirar fuori sonorità interessanti da strumenti  mai suonati o imbracciati prima. 

 

 

Between The Buttons - Their Satanic Majesties Of Request: la psichedelia barocca degli Stones

 

La virata pop-psichedelica del disco “Between The Buttons” (registrato fra ottobre e novembre del 1966) segue la stessa tendenza modernizzando i suoni (distorsioni, manipolazioni ed effetti di studio come echo, flanging, phasing e una immagine stereofonica molto separata) e  avventurandosi  anche su terreni inesplorati. La delicata e splendida Backstreet Girl e' addirittura un omaggio alla chanson francaise, la gotica Sherolling stones-between Smiled Sweetly comprime un chiesastico organo hammond e la voce di Mick, mai così desolato, la conclusiva scherzosa Something Happened To Me Yesterday oltre ad essere l'esordio di Keith Richards alla voce solista  è un salto nel buio nel vaudeville cabarettistico sulle orme dell’hit inglese Winchester Cathedral (New Vaudeville Band). Risultati eclatanti dunque, ma questo l'album rimane tra i meno apprezzati e ricordati della loro storia, anche se all'epoca vendette benissimo sull'onda dell'infallibilità del quintetto all'apice della popolarità. La pietra dello scandalo della discografia delle Pietre Rotolanti è considerata però l'album successivo: dopo 45 anni si continua a versare inchiostro velenoso contro il supremo capolavoro di multicolore psichedelica Their Satanic Majesties Of Request del 1967.

 

Le avvisaglie dell'evoluzione erano state chiare ed eccelse, il blues non bastava più a coprire le distanze da percorrere, la mente a volte corre più veloce delle mani sulle tastiere delle chitarre o dei sitar, così in rapida successione da fine 1966 c'erano stati la cacofonia iperdistorta di Have You Seen Your  Mother Baby Standing In The Shadow, orgia di Les Paul a volume 12, fiati dirompenti e testo ribelle satira contro i matusa,  il Raga-Rock di Paint it, Black e la ballata pianistica elisabettiana Ruby Tuesday a cui Brian (sempre lui, dannazione, ma quante  idee geniali scorrevano sotto quel caschetto dorato?) dona contrappunti flautistici di grazia e autunnale malinconia e un violoncello scarno e asciutto che incute rispetto. Nonostante tutto questo, si è scritto e detto da  45 anni a questa parte: ‘Gli Stones hanno perso la bussola, hanno abbandonato il blues (già era avvenuto rolling stones-brian jonescon successo  infinite volte come abbiamo visto) volevano imitare i Beatles di Sgt.Pepper (stesso anno, stessa estate, stesse spiagge ma non stesso mare: nulla della gotica psichedelia degli Stones ricorda o assomiglia alla sognante, giocosa, caleidoscopica positività della musica beatlesiana del 1967), volevano cavalcare la moda del flower power psichedelico senza averne le capacità!” e via delirando, scemenza dopo scemenza, kazzata dopo kazzata. 

 

Si dimentica come all'epoca la scena musicale londinese fosse così ristretta e intima che tutti i grossi nomi si conoscevano, frequentavano e influenzavano a vicenda, spesso sentendo in anteprima i brani gli uni degli altri senza plagi, paure o timori, in una totale osmosi creativa non preordinata: Beatles e Stones passavano weekend insieme, poi andavano nei club a vedere Jimi Hendrix, o all'Alexandra Palace a un happening psichedelico a sentire i Soft Machine o i Tomorrow per finire la serata alle 3 di notte negli studi di Abbey Road o agli Olympic Studios a registrare le idee per nuove canzoni avute in giornata. L'allargamento della coscienza mentale, la psichedelia, il tentativo di trascendere i confini musicali e l'immaginazione a briglia sciolta erano sparsi ubiquamente per Londra nel 1967, come la tipica pioggerella britannica che ogni giorno accompagna irolling stones-satanic sudditi di Albione. Perfettamente inseriti e anzi, spesso avanguardia del clima, della vita sociale, delle tendenze culturali della vita londinese e consumatori curiosi di sostanze poco lecite come e più di altri loro contemporanei, gli Stones si immergono convinti in lunghe sessioni di registrazione, sperimentando per ore diversi arrangiamenti, tempi, atmosfere per le singole canzoni. I tempi di registrazione si dilatano a dismisura dopo che una scientifica operazione di polizia orchestrata per incastrare Keith Mick e Brian provoca arresti, cause, udienze e altre spiacevoli distrazioni nella primavera/estate del 1967, ma alla fine nel dicembre dello stesso anno, in una sgargiante copertina in 3D opera del fido ottimo Michael Cooper, il disco viene alla luce.

 

La bellezza estetica, il valore storico e oggettivo di “Their Satanic Majesties Of Request” alla pari dei celebrati capolavori del genere di quell'epoca (Beatles, Beach Boys, Pink Floyd, Byrds, Thirteen Floor Elevators, Zombies, Jefferson Airplane, Frank Zappa) sta proprio nelle impalpabili trame oniriche di brani come Gomper (flauti e percussioni arabo-marocchine, melodia indiana, testo visionario) nel lucente candore di 2000 Man, nella torrida distorsione e nelle previsioni apocalittiche di Citadel, nel sogno ad occhi ben chiusi di Bill Wyman  In Another Land, suo unico brano mai apparso su un album della band, nell'arcobaleno sonoro She's a Rainbow, ma soprattutto nell'immortale, spettrale, agghiacciante 2000 Light Years From Home: il viaggio intergalattico dove Asimov rolling2000incontra Aldebaran, il propellente è l'incredibile e sinistro lavoro al Mellotron di Brian Jones, capitano lisergico di un viaggio ai confini dell'umana bellezza. Questa canzone, ma a ben sentire tutto questo album, sarebbe ancor oggi venerato e ricordato negli annali come suprema opera di ingegno se fosse uscito nel 1967 a firma Syd Barrett, l'unico autorizzato e legittimato, chissà perchè, dalla critica priva di cervello e orecchie ben sturate, a poter intraprendere viaggi astrali musicali senza incorrere negli strali punitivi di chi è ancora ancorato alle categorie stilistiche e alle etichette di comodo. Ma gli Stones no, loro non sanno fare musica sperimentale! 

 

Non solo rock'n'roll

 

Se non vi basta, la prova del nove arriva dal meraviglioso singolo dell'estate 1967 We Love You, sbeffeggiante e ironico contro l'establishment che li voleva a marcire  in galera e non a cambiare le vite di milioni di giovani. Il brano inizia  con il rumore della porta di una cella di prigione che si chiude bruscamente ed è segnato da uno strepitoso martellante riff di pianoforte, cori di Lennon e Mc Cartney e una coda di Mellotron in cui il solito Brian supera se stesso in un duello all'ultimo sangue con i tonanti tamburi di Charlie Watts; un'apocalisse totale, su tutto la voce di Jagger che intona "Non ci importa se ci rinchiudetedietro una porta chiusa, non vincerete mai, saremo ancora vivi quando voi sarete morti, non ci cambierete mai, ma noi vi amiamo":  come si poteva essere giovani nel 1967 e non avere la vita cambiata dopo aver ascoltato We Love You? Per la cronaca la facciata B di We Love You era Dandelion, ennesima ispirazione da Lewis Carroll, cori da giardino d'infanzia e pillole proibite, e sognanti atmosfere psych -folk. Rolling-Stones-We-Love-You--Dadndelion

 

Anche durante il ritorno sui percorsi a loro più abituali del Blues-Rock che nei successivi 5 anni li farà entrare definitivamente nella leggenda con una serie di album immortali da“Beggars Banquet” a “Goat's Head Soup”, fondamentali in qualunque discografia, non mancheranno mai episodi di diversità stilistica. La stella cometa psichedelica ha una struggente coda prima del tramonto, Child Of The Moon (1968),  poi il country nashvilliano di Country Honk (da “Let It Bleed”, 1969), il country-rock cosmico  di Wild Horses, le escursioni latineggianti jazz di Can't You Hear Me Knocking, la potente evocativa orchestra di Moonlight Mile (tutti contenuti in “Sticky Fingers”,1971), la languida classica bellezza dell'ultra venduto singolo Angie (1973) e le due magnifiche ballate con tocchi progressive, Winter e Can You Hear The Music (da “Goat's Head Soup”, 1973). 

 

Tutte canzoni eseguite con grande intensità, arrangiamenti intelligenti, perizia tecnica (fondamentale il contributo dell'eccellente Mick Taylor subentrato nel 1969 allo scomparso Brian Jones) e volontà di espandere gli orizzonti compositivi e creativi. Successivamente e fino ai tempi correnti, al giorno d’oggi, anche nei periodi meno felici e creativi, gli Stones hanno continuato, spesso per iniziativa  di Mick Jagger (che si fa un vanto di voler essere al passo con i tempi) a cimentarsi con divertimento e successo con il country (Faraway Eyes, Indian Girl), il funky (Hot Stuff, Fingerprint File), la disco (Miss You), il reggae (Cherry Oh Baby, Cracking Up) a dimostrazione che contrariamente a ciò che si dice di loro “It's NOT only Rock'n'Roll !”. A questo punto la provocatoria e ironica domanda posta anni fa da una vecchia canzone dei Bonzo Dog Band per ribaltare  lo storico pregiudizio: “Can The Blue Men Sing The White??” dovrebbe incontrare un coro di risposte chiare e forti! 

                                                                Andrea  Angelini 

Pubblicato in origine su Sound36 com  

 

Beggar's Banquet

 

Il 1968 è anno rivoluzionario per antonomasia : gli Stones cavalcano la tigre come sempre a modo loro con  una rabbiosa Jumpin’ Jack Flash (marchiata da uno dei più grandi riff di Keith Richards nella sua onorata carriera)  e una politica Street Fighting Man, contenuta in  “Beggar’s Banquet”, l’album che segna il loro ritorno alle radici blues dopo lo stupendo RollingStonesBeggarsBanquetLPsbandamento psichedelico ed un sensibile avvicinamento al country, grazie anche alle frequentazioni di Jagger-Richards con musicisti americani del calibro di Gram Parsons e Ry Cooder. “Sento dovunque il rumore di piedi che marciano/l’estate è vicina ed è proprio il momento di combattere in strada, ragazzo/ ma cosa può fare un povero ragazzo se non cantare in una banda di rock&roll / Perché nella sonnolenta Londra non c’è assolutamente posto per un combattente di strada!”.

 

Famosa la copertina originale di Beggar’s Banquet col cesso, all’epoca censurata e cambiata in un anonimo sfondo bianco attraversato da aristocratici caratteri, in netto contrasto con il titolo geniale dell’opera, “Il Banchetto dei Mendicanti”, ben rappresentato invece dalla foto interna a tutto campo dell’album apribile: gli Stones in vesti da  straccioni impegnati in un’orgia mangereccia medievale, in compagnia di cani, gatti e pecore. Una scena assolutamente epica e dalla forza allegorica unica. Magnifica la sapida ispirazione compositiva di brani come No Expectations, Dear Doctor, Factory Girl, Prodigal Son (unica cover, di  Rev.Robert Wilkins), con le chitarre slide ed acustiche di Richards a tessere le trame di un suono cristallino ma robusto che sembra scaturire dalla corteccia degli alberi e dalla terra ancora umida di pioggia. Ma questo è solo un volto del fascino immortale di Beggar’s Banquet, prodotto magistralmente da Jimmy Miller, l’ultimo lavoro cui contribuisce  l’introverso e sfortunato Brian Jones, che sara’ trovato morto nella sua piscina il 3 luglio 1969.

 

rollingBeggars Banquet_Keith mandolin 1Parachute Woman (forte dell’imperativa armonica di Jagger e di un distorsore incredibile) e Stray Cat Blues, stratificato, sconvolto tunnel degli orrori, sono due autentiche mazzate hard  con cui gli Stones impongono la loro seminale lezione - trasfigurazione di quel blues che tornava ora sugli scudi. Jig-Saw Puzzle e Salt  of the Earth invece sono due epiche, corali ballate di stampo dylaniano, corroborate dal prezioso ed  avvolgente pianismo del session-man Nicky Hopkins, nelle quali gli Stones raschiano il fondo di un magnifico populismo: “beviamo alla salute della gente che lavora duramente /dell’umile di nascita/ brindiamo al sale della terra”. Così si conclude quel banchetto  dei mendicanti  inaugurato dallo sconcertante voodoo satanico di Sympathy for the Devil , trionfo di tribalismo percussivo africaneggiante marchiato a fuoco dal solo killer fulminante di Keith Richards e dall’esasperata interpretazione vocale di Jagger, un ossequio storico a sua santità il Male che rimarrà loro appiccicato addosso per sempre, un incubo di cui non si libereranno più.

                                                         

                                                   Pasquale Wally Boffoli

 

Let It Bleed: non  'lascia che sia' ...  'lascia che sanguini' 

 

 

rolling let-it-bleed1968, 1969: anni incandescenti. Dopo l’eruzione hard folk blues di “Beggars Banquet” gli Stones inseminano generazioni di futuri rockers con l’album che sarà, per molti motivi, un punto di non ritorno, una boa di bolina non solo per la band, ma per l’intera storia della musica rock. Brian Jones è ormai ingestibile e Mick e Keith hanno ben chiara la direzione che la ormai “ più grande rock’n’roll band che il mondo abbia mai conosciuto” debba seguire. Honky Tonk Women  è un singolo che dilania anche se non compare nell’ L.P. (Country Honk sarà una chicca). È sesso, eccesso, danza e soprattutto uno stramaledetto capolavoro ritmico. È impossibile resistere agli intarsi tessuti da Charlie, Keith e Bill.

 

È un Sabba ipnotico e sensuale che la voce di Mick ammanta di lussuriosa magia. L’urlo estremo e sguaiato di Monkey man è il ritratto in note di una generazione che vedrà, di lì a poco, annegare i sogni di Woodstock nel sangue di Altamont. Gimme shelter, canzone e film, sono il canto di morte, violento e soavemente struggente, di un’utopia che sembrava realizzata. Brian è ormai un’ombra e Mick Taylor, il ragazzo prodigio del blues inglese, lacera in maniera sublime le rime e le armonie di Midnight Rambler. Mick Taylor è un puro e un purista. Quando, nel 1974, lascerà gli Stones non sarà più lo stesso. Non è mai stato “uno dei ragazzi”, ma i suoi assoli, eleganti e sensuali, hanno accompagnato la bandarollingmickonstagealtamont lungo la scalata all’Olimpo delle rockstars. I Rolling Stones, a partire da quest’album e per i successivi, saranno per decenni THE BAND. Ascoltare la title track è sempre un’emozione. Una ballata elettroacustica da delirio lisergico.

 

Mentre dalla sponda opposta si sussurrava, malinconicamente, “lascia che sia”, dalla strada, dalla vita, tra la miseria e il lusso si gridava “lascia che sanguini“! Siamo carne e sangue, alcool e redenzione. Love in vain rende giustizia  a Robert Johnson e al suo Mentore dell’Incrocio. You got the silver rivela Keith come bardo straziato e struggente al punto di commuovere Michelangelo Antonioni che fece follie per avere la canzone nella colonna sonora del suo “Zabriskie Point”. Gli anni sessanta stanno finendo, i fiori lasceranno presto il posto a simboli di morte. Brian morirà a luglio e poco dopo i Rolling Stones celebreranno loro stessi nell’apoteosi di Hyde Park. “ Pace! Pace! Lui non è morto! Non dorme! Si è svegliato dal sogno della vita…” , il caro Shelley. Non puoi sempre avere quello che vuoi, ma alle volte, se ci provi, potrai avere ciò di cui hai bisogno. Poi verranno i ’70.

Let It Bleed

 

 

Sticky Fingers  - Rolling Stones Records 1971

 

 

stickyfingersÈ un album epocale. Un autentico punto di svolta. Il vero, assoluto capolavoro dei Rolling Stones. Molto cambia: la band lascia la Decca per la EMI e fonda una propria etichetta discografica, la Rolling Stones Records; Mick Taylor è ufficialmente il nuovo chitarrista e per la prima volta nel gruppo il ruolo di chitarra ritmica e solista sarà nettamente separato; Keith Richards folgorato dalle potenzialità delle accordature aperte durante le sessions con Ry Cooder, presente nell’album (immortale la sua slide in Sister Morphine), darà vita ai primi di una serie di riff che marchieranno la musica futura degli Stones e dell’intero universo rock; la copertina firmata da Andy Wahrol con una autentica cerniera lampo che si apre (e si chiude) sui jeans ritratti dal genio della pop art. Ma ciò che rende quest’album assolutamente unico è una scaletta da pelle d’oca che incendierà i decenni successivi per giungere fino a noi ruggente ed esplosiva come allora.

 

Brown Sugar è “IL” pezzo rock. Riff assassino, ritmica selvaggia, voce da orgasmo e armonie vocali e strumentali da tatuarsi nei timpani. Sway ci trascina nei bassifondi dell’anima ed è un esempio basilare per comprendere (e amare) la scrittura musicale, ritmica e armonica di Keith Richards. C’è pudore nel parlare di Wild Horses. Un brano perfetto. Una ballata malinconica e disperata fino ai versi finali di un testo tra i più belli della storia della musica popolare: “…wild horses, we’ll ride them someday”. Una luce di speranza in un periodo buio che vede sì gli Stones ormai Dei supremi dell’Olimpo del rock, ma che li vede anche accarezzati dalla morte, avvolti dall’aura oscura del delirio e degli eccessi. Marianne Faithfull , l’allora fidanzata di Mick (erano la coppia glam per rollingstickyeccellenza), ha tentato il suicidio e da alcuni suoi versi Jagger e Richards plasmeranno un capolavoro di dolore e solitudine: Sister Morphine è più di una canzone; è una pagina scritta con sangue e lacrime strappata al diario di bordo di una vita alla deriva.

 

Ma c’è molto altro in questi solchi. Il blues certo: I got the blues e You gotta move sono da manuale. Can’t you hear me knocking e Bitch affrontano a viso aperto i canoni del R&B e del Funky che domineranno la musica nera negli anni ’70 e mostreranno al mondo l’immenso talento chitarristico di Mick Taylor. Dead Flowers è l’impronta country lasciata nell’anima e nelle corde di Keith dal suo grande amico Gram Parsons che di lì a poco morirà per overdose. Negli anni successivi troveremo nella produzione di Mr. Riff molti altri brani testimoni dell’amore dell’artista per la musica tradizionale americana e di Hank Williams in particolare. La conclusiva Moonlight Mile saluta gli anni Sessanta con il suo dolce e onirico velo di ricami d’Oriente e suggestioni psichedeliche che già s’adombrano di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato e di vago timore per ciò che invece sarà.

 

Brown Sugar         

                                               

Exile on main street -  Rolling Stones Records 1972

 

exilePer molti racchiude l’essenza dei Rolling Stones, l’antitesi perfetta ai Beatles, l’incandescente testimonianza del genio di Keith Richards. Per altri è puro caos, documento fedele delle circostanze in cui fu realizzato. “Exile on main street” è comunque uno dei più grandi album rock di tutti i tempi. Gli Stones si stabiliscono in Francia e Mick sposa Bianca. Il nuovo disco verrà inciso a Nellcote, il castello residenza di Keith, ma le cose andranno per le lunghe soprattutto a causa dei problemi di dipendenza da droga e alcool che attanagliano il gruppo. La scelta di Nellcote come quartier generale  per le registrazioni è dovuta anche al fatto che così gli altri sono sicuri che Keith ci sarà. Lo studio viene allestito nelle cantine del castello, collegate con il Rolling Stones Mobile (il loro studio di registrazione mobile) parcheggiato nel parco.

 

Nellcote diventa un caravanserraglio di amici, parassiti, pusher e perfetti sconosciuti, ma la band, anche se a fatica, riesce a incidere materiale per un album doppio. Il singolo scelto è Tumbling Dice, forse l’unico brano di “Exile on main street” fruibile come tale e comunque completamente diverso dalla furia rock dura e pura di Jumpin’Jack Flash o Brown Sugar. Sarà comunque sempre uno dei pezzi preferiti dal pubblico durante i concerti. Le chitarre di Keith Richards e Mick Taylor creano una dinamica ipnotica pieno/vuoto che ammalia e conquista, lasciando l’ascoltatore senza alcuna difesa in balia del pulsare del suono. L’album non è immediato, necessita di qualche ascolto, ma èexile1 incredibilmente ricco e potente. Il primo disco si apre con due classici brani rock’n’roll come Rocks Off e Rip this joint proseguendo con Shake your hips di James Moore e la fulminante Casino boogie per chiudersi con la citata Tumbling Dice. Le prime sorprese arrivano all’ascolto della seconda facciata con le perle country/folk di Sweet Virginia,Torn and frayed e soprattutto la splendida Sweet Black Angel dedicata alla paladina dei diritti civili Angela Davis. Chiude Lovin’Cup con un riff da brividi.

 

Ad aprire il secondo disco ecco Happy, grandiosa canzone manifesto del Keith autore e cantante: “…ho sempre accettato caramelle dagli sconosciuti… non vorrò mai essere come mio padre… lavorare per il capo notte e giorno…”. Just wanna see your face è una jam acida e lacera che rende perfettamente l’atmosfera che si respirava a Nellcote in quei giorni.Turd on the run e la magistrale Ventilator Blues precedono uno dei blues più struggenti scritti dalla coppia Jagger-Richards: Let it loose è emozione pura, tormento exileaffascinante che dilania l’anima; uno dei punti più alti della produzione Stones negli anni ’70. La quarta facciata è rock-blues all’estrema potenza: All down the line, Stop breaking down, Shine a light e Soul survivor sono un poker d’assi che non concede scampo. Appena pubblicato “Exile on main street” volerà al n° 1 delle classifiche In Gran Bretagna e negli Stati Uniti per rimanervi 20 settimane. Il tour che seguirà, divenuto poi leggendario, metterà a ferro e fuoco l’intero continente Nordamericano.  Rolling Stones è ora sinonimo di Rock.

                                                         

                                                             Maurizio Galasso       

 

Tumbling Dice

Happy

 

 

La scaletta del 25 Novembre 2012 all'O2 Arena di Londra

 

‘I Wanna Be Your Man’     rolling stonea tattoo you                                        

‘Get Off My Cloud’

‘It’s All Over Now’‘Paint It Black’

‘Gimme Shelter’ (with Mary J. Blige)
‘Wild Horses’
‘All Down The Line’
‘I’m Going Down’ (with Jeff Beck)
‘Out Of Control’
‘One More Shot’
‘Doom and Gloom’
‘It’s Only Rock and Roll’ (with Bill Wyman)
‘Honky Tonk Woman’ + Champagne and Reefer (with Eric Clapton)
‘Before They Make You Run’
‘Happy’rollinggoat
‘Midnight Rambler’ (with Mick Taylor)
‘Miss You’
‘Start Me Up’
‘Tumbling Dice’
‘Brown Sugar’
‘Sympathy For The Devil’
‘You Can’t Always Get What You Want’ (with choir)
‘Jumping Jack Flash’

Maurizio Galasso - Pasquale Wally Boffoli - Andrea Angelini

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