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19 marzo 2012 , ,

I 50 anni di “Bob Dylan”: l’uomo dalla voce come sabbia e colla


Ogni stagione della vita e della musica è ideale per parlare e scrivere di Bob Dylan: la sua grandezza e caratura artistiche sono talmente  fuori discussione - oggi che l’uomo ha la veneranda età di 70 anni - al di là di limiti temporali e di correnti musicali,  che anche ricorrenze e anniversari vari, veri tormentoni ormai di appassionati e addetti ai lavori (e segno lapalissiano di un notevole  

‘vuoto’ artistico ed ispirativo del terzo millennio) diventano prosaici nello stesso momento in cui vogliono ‘resuscitare’ un autore che in realtà  da 50 anni a questa parte non è mai uscito di scena;  che ha fatto del concetto di ‘never ending tour’ un’insostituibile  ragione di vita, che si è auto-riciclato artisticamente senza posa e senza pietà verso se stesso e i clichés che volevano affibbiargli.  Vogliamo poi parlare della percentuale dei songwriter, front-man e semplici cantanti rock, almeno delle ultime tre-quattro generazioni, che  non avrebbero mai fatto la loro comparsa se non fosse mai esistito un Bob Dylan? 

 

1971: meno di dieci dal suo primo lavoro, ma Dylan ha già inciso una sequenza impressionante di otto album che hanno mutato indelebilmente il corso della storia del folk e del rock  del ventesimo secolo, stigmatizzando  un epocale passaggio dal folk  acustico primigenio dei (suoi) maestri seminali Woody Guthrie, Pete Seeger  a un folk-rock elettrico che ha perso completamente, nonostante i frequenti momenti elegiaci della sua inesauribile ispirazione, la naiveté della campagna e l’amaro raccolto intimismo  delle lunghe elucubrazioni contro la guerra ed i suoi padroni, dello sciamanico florilegio di speranze in un mondo migliore. Il nuovo Dylan, quello della triade elettrica ‘maledetta’ - “Bringing It All Back Home”, “Highway 61 Revisited”, “Blonde On Blonde” – é pur sempre uno sciamano, ma urbano e disilluso sino a farsi male, devoto  a un anticonformismo  esistenziale e lirico  ‘totalizzante’, che rigetta sprezzante clichés, gabbie ideologiche e ruoli di ‘paladino’ sociale senza macchia.

 

Dà fondo invece nei suoi testi all’acido e corrosivo veleno delle metafore, non risparmiando nessuno, manco se stesso, spingendo parecchio  il piede sull’acceleratore di una misoginia cinica e di un romanticismo doloroso e spietato. Nel 1971, dicevo, mi piace ricordare come già lo consacrava alla storia un David Bowie efebico ed emozionante sino alle lacrime, scrivendo e cantando: ‘Ascolta Robert Zimmermann, ho scritto una canzone per te, su uno strano giovane chiamato Dylan, con una voce come sabbia e colla/Le sue parole di sincera vendetta erano capaci di inchiodarci al pavimento, misero paura a molta gente/Rendici la nostra unità, rendici la nostra famiglia/Tu sei i rifugiati di tutte le nazioni’ (Song For Bob Dylan, “Hunky Dory”).

 

Un’altra, ennesima ‘storica’ consacrazione all’uomo e artista è giunta da pochissimo, attraverso il quadruplo cd  “Chimes Of Freedom – The Songs Of Bob Dylan”,  un gigantesco tributo di cover – con luci ed ombre - di tantissimi artisti vecchi e nuovi con cui Amnesty International  ha voluto celebrare i propri 50 anni di attività ma anche quelli del ‘vecchio’, incartapecorito Dylan. Distorsioni naturalmente ne ha scritto, vi rimando al mio (e dell’amico Stefano Cicu) articolo per approfondire l’argomento, ma non ci è bastato: abbiamo voluto, nel giorno esatto del cinquantennale dall’uscita del primissimo omonimo “Bob Dylan” (19 marzo 1962), pubblicarne un articolo - di cui il nostro instancabile Ricardo Martillos si è fatto molto volentieri carico - nella rubrica Speciali con il titolo Bob Dylan 19/03/1962 – 19/03/2012: 50 Years LaterVi invito a leggerlo: saprete come ha avuto origine una delle più straordinarie epopee  rock-cantautorali di tutti i tempi, tuttora ineguagliata.

 

Concludo con le stesse parole che usa Ricardo alla fine del suo pezzo:  ‘ … il “Bob Dylan” del 1962 è solo l'inizio di un percorso musicale, letterario ed artistico che da 50 anni  a questa parte accompagna i nostri ascolti, è parte delle nostre emozioni; insomma è uno dei pochi e validi motivi per continuare a stare ancora su questa terra; ben sapendo che il giorno che il menestrello che cantava  e canta ancora a 70 anni compiuti How many roads must a man walk down before you call him a man?’ non ci sarà più ci sentiremo più soli, più vulnerabili, abbandonati a noi stessi,  con solo ad accompagnarci le sue meravigliose melodie’.

Pasquale Wally Boffoli

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