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14 marzo 2013 , ,

Yo La Tengo

10 marzo 2013, Limelight, Milano


Yo-La-TengoTre alberelli cartonati sul palco: è questa la scenografia che ci si trova davanti appena entrati nel locale. Probabilmente vogliono essere un richiamo a quello gigantesco sulla copertina dell’ultimo album "Fade", strizzata d’occhio tenera e naif come i tre incorreggibili nerd cinquantenni che prendono possesso degli strumenti in perfetto orario (giusto un quarto d’ora accademico di ritardo: dopo trent’anni di carriera glielo possiamo perdonare). Tre vecchi amici chiamati Yo La Tengo. Sempre uguali a se stessi, sempre adorabili. Ira con la stessa maglietta a strisce che gli abbiamo visto in almeno altri cinque concerti, Georgia eterna Moe Tucker con camicia da boscaiola e l’aria di una che si concede una serata al bowling dopo il turno in fabbrica, James solito monumentale capo indiano e impassibile macina-riff al basso. L’idea è semplice: un’ora e spiccioli di set acustico, altrettanti di sfogo elettrico. La prima metà scorre via aggraziata e tenue come un tardo-pomeriggio estivo, quando ci si rilassa ascoltando l’assenza di rumori e ogni tanto ci si assopisce un po’. In molti, alla fine, hanno ammesso di aver gradito questa parte di concerto come un macigno sulle gonadi. Giudizio per certi versi comprensibile, ma anche affrettato e ingeneroso.

 

E’ vero che una sequenza di atmosfere impalpabili come queste richiede più attenzione del solito, ma al di là del fatto che l’”acustico” degli Yo La Tengo è spesso movimentato da qualche elemento di disturbo – una linea di basso, un tappeto di tastierina, un controtempo ai piatti – ma è altrettanto vero che a tratti si sfiora il sublime. Succede soprattutto con le tessiture armoniche delicatissime di Ohm (ripresa successivamente anche in una poderosa versione elettrica, a conferma della sua statura di nuovo classico YLT) e di Cornelia & Jane (non riuscirò mai a spiegarmi come una voce dal registro così yo la tengolimitato come quella della Hubley possa risultare così emozionante), negli intrecci di drone-folk alla John Fahey di I’ll Be Around, nelle morbide sinuosità che sanno tanto di Lovin’ Spoonful di I’m On my Way. Tutto bellissimo, a parere del sottoscritto, ma buona parte del pubblico è interdetto e gli applausi sembrano di educata circostanza. Per portare a casa il risultato, come direbbe il leggendario Furio Focolari, dall’intertempo in giù bisogna far correre gli sci. Ed è esattamente quello che accade. Dopo una pausa lunghetta che spazientisce qualcuno, i tre tornano sul palco e attaccano la spina. Gli alberelli sono stati spostati sullo sfondo, prudentemente: la tempesta che si scatena da lì in poi li avrebbe sradicati, inceneriti.

 

Si comincia con Stupid Things ed è subito un meraviglioso carnage di rumore, feedback, iterazioni, dissonanze. Neil Young e i Sonic Youth che fanno un jam session durante il tour di "Weld", più o meno. Una folata di energia che spazza via tutto: perplessità, aspettative, anni. Ascolti i riff mitragliati a ripetizione su Watch Out For Me Ronnie, garage a voltaggio quasi insostenibile, e pensi che in fondo il senso è tutto qui, e che una musica migliore del rock’n’roll non si riuscirà più a inventare. Before We Run, che sul nuovo disco è avvolta negli archi, qui viene riletta magnificamente con l’elettrica, in un crescendo strepitoso. Il punto di non ritorno, a seguire una Sugarcube quasi dovuta (ma stavolta niente Stockholm Syndrome o Tom Courtenay, di solito immancabili), è una Little Honda nella quale i Beach yo_la_tengoBoys diventano pretesto per dieci minuti di tourbillon sonico devastante. Nei bis, c’è ancora spazio per una Upside Down richiesta a gran voce e una cover cattivissima dei Black Flag (Nervous Breakdown) cantata da McNew.  A quel punto Georgia alza le bacchette: non ce la fa proprio più. I saluti e l’inchino finali sono strappacuore, sulle note di una sussurrata Tried So Hard di Gene Clark. Stava su "Fakebook", un milione di anni fa. Che bello, sapere che gli Yola Tengo sono ancora qui.

 

Carlo Bordone

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