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15 novembre 2018 , ,

The Zombies

27 Ottobre 2018, Bologna, Teatro dell'Antoniano


965a9d3e7b2ccc528f40b8394da25605This Will Be Our Year, come recita il titolo di una loro vecchissima canzone. Che sia questo l’anno degli Zombies? La stagionata band inglese prova a lanciare la suggestione, un po' fuori tempo massimo, soprattutto perché a distanza di cinquant’anni dall’epoca d’oro, è giunta alfine la candidatura per l’introduzione nel 2019 nella Rock’n’Roll Hall Of Fame. Che sia la volta buona? Il destino è stato un po’ malevolo con la band di Colin Blunstone (voce) e Rod Argent (tastiere), i due membri storici rimasti a tenere in piedi il glorioso nome. Al tempo in cui le canzoni che ancora questi ex-ragazzi degli anni '60 portano sui palchi di tutto il mondo, erano fresche d’uscita, il successo vero sfuggì loro di mano. Come ricorda lo stesso Argent (rivelatosi il più loquace dal palco e anche il più generoso nel concedersi, prima del concerto, ad autografi e e foto con i fans), quello che ora è considerato un album di culto, un classico del pop di quell’epoca – “Odessey and Oracle” (1967) - alla sua uscita, fu pressoché un fiasco totale. Ci è voluto che Paul Weller lo citasse tra i suoi dischi preferiti perché si ricominciasse a parlare seriamente di loro.

La stessa Time zoOf The Season (oggi conosciutissima anche come sottofondo di spot pubblicitari), divenne un hit in America svariati mesi dopo, con la band abbondantemente sciolta. Grazie soprattutto all'alone di culto guadagnato da “Odessey & Oracle, anche gli Zombies ormai da più di un decennio sono tornati sulle scene, sia con nuove registrazioni (passate invero piuttosto nell’indifferenza generale), sia con una capillare attività concertistica, incentrata soprattutto sulla scaletta di quell'album ora così mitizzato. E’ pero questa la prima volta in assoluto che gli Zombies suonano in Italia e l’occasione per i mediamente non giovanissimi fans della band, è allettante. In un Teatro dell’Antoniano se non proprio gremito, quanto meno riempito per la quasi totalità, in perfetto orario, come si conviene a dei signori inglesi non proprio di primissimo pelo, gli Zombies prendono posizione sul palco.

 

zomI due leader storici sono accompagnati da preparati musicisti anch’essi piuttosto navigati, ma sconosciuti ai più, come Tim Toomey alla chitarra. Al basso, sino a qualche mese fa li accompagnava Jim Rodford, ma dopo la sua scomparsa avvenuta a inizio anno, nella band oggi rimane suo figlio Steve, dietro la batteria. Le quattro corde sono mosse ora dall'appena meno attempato Soren Kock, L’avvio del concerto è lasciato alla ruvida Roadrunner di Bo Diddley, che gli Zombies suonavano già nei primissimi tempi e che serve più che altro a calibrare i suoni e a sgranchirsi un po'. Già dal brano successivo i toni si ammorbidiscono e si vira verso quel pop raffinato di stampo molto british, incentrato sugli impasti vocali, che caratterizzava la formazione. E’ del tutto evidente che la dimensione migliore per questo tipo di musica sia quella delle registrazioni in studio, piuttosto che quella concertistica, con le orchestrazioni di “Odessey and Oracle (nella foto con Rod Argent) che rappresentavano un limite già al tempo della sua pubblicazione, tanto che poi di fatto non venne mai riproposto dal vivo. Dopo l’esecuzione ZOMBIES-771229di alcuni brani, tra i quali, accanto a classici del passato I Love You, Tell Her No o alla cover di You Really Got A Hold On Me, compaiono anche un paio tratti da “Still Got That Hunger” (2015), a oggi il loro ultimo album di inediti, la band si avvia in un mini-set di cinque brani tratti dal loro più amato album. C’è quindi curiosità, misto a un po' di timore, di capire se e come la band - e soprattutto Colin Blunstone, che ha la responsabilità più delicate -  possa superare questa prova del nove. Ebbene, il tutto regge. La voce dell’ormai ultra-settantenne voce solista fa quello che può, inerpicandosi con mestiere sui sali-scendi di A Rose For Emily o di Care of Cell 44, ma complice la magia di pezzi straordinari e il fondamentale sostegno, anche vocale, offerto dai capaci compagni di scena, non si può rimanere delusi.

 

zombLa sequenza non può che concludersi che con la canzone che chiude il disco: Time Of The Season. E’ qui che il cantante solista compie qualche scivolone, soprattutto nella prima strofa, riprendendosi comunque più che bene sulla seconda parte. E’ il brano con il quale Rod Argent guadagna l’attenzione, con un paio di assoli all’organo che ci fanno ricordare come, nei suoi anni, rivaleggiasse con i vari Brian Auger o Manfred Mann, quale maestro dello strumento. Il pubblico che sino a  questo punto è rimasto piuttosto compito, applaude a lungo al termine dell’esecuzione, che si protrae, a differenza dei pezzi suonati in precedenza, ben oltre i 3-4 minuti. A questo punto del concerto Rod Argent ricorda come dopo lo scioglimento le strade dei vari Zombies si siano artisticamente divise, pur volendo sottolineare come a livello personale i vari membri non si siano invece mai allontanati. Viene quindi dato spazio a un paio di pezzi che hanno caratterizzato le carriere soliste dei due leader. L’atmosfera vira improvvisamente verso l’hard-prog anni ’70 (invero odipiuttosto easy), di Hold Your Head Up, il più grande hit della formazione che prendeva proprio il nome dal tastierista (Argent) e nella quale militava anche Rodford padre. Qui Argent si produce in insistite svisate all’organo che possono rimandare anche ai più illustri colleghi della tastiera di quegli anni (non è azzardato pensare per un attimo ai vari Jon Lord e Keith Emerson). Il brano si prolunga oltre i 10 minuti, con Blunstone che lascia il palco per ampi sprazzi, forse anche per rifiatare in vista del finale. Il brano successivo fa luce proprio su una parentesi della sua carriera forse tra le meno amate: la collaborazione con gli Alan Parsons Project. E’ dal best-seller “Eye In The Sky” che il cantante riprende Old & Wise, una lenta ballata orchestrata (a dire il vero non così lontana dalle sue prove solistiche anni ‘70), a cui aveva prestato la propria preziosa ugola.

 

Dopo gli ultimi due rimandi alle rispettive carriere soliste, un po’ da cover-band di classic-rock di ultra-lusso (del resto Argent ha militato anche nella All Stars Band di Ringo Starr, zombiesper cui non è nuovo al ruolo), gli Zombies ritornano, per così dire, nei propri panni, con il loro più grande classico: Shes Not There. Anche in questo caso l’esecuzione è brevemente introdotta dal tastierista, che ci racconta come questo sia stato il loro primo brano mai registrato (nel 1964!). La resa di questo altro evergreen non delude i presenti e permette ancora una volta ad Argent di prodursi in ampi assoli. Senza concedere bis gli Zombies lasciano quindi il palco dopo appena meno di un’ora e mezza di concerto, non prima di un ultimo duetto tra i due membri storici: un’eccellente versione della magari meno nota The Way I Feel Inside, per sola tastiera e voce.  

 

Filippo Tagliaferri

Foto 3 a sinistra: The Zombies nel 2018, di Hussain Katz 

 

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