Migliora leggibilitàStampa
1 gennaio 2013

Spain + Fabrizio Cammarata

15 dicembre 2012 , Maison Musique, Rivoli (To)


spainLa Maison Musique di Rivoli, posta appena sotto al suo famoso castello e a due passi da Torino, si attesta come riferimento assoluto dell’area torinese per la qualità che da tempo offre il suo cartellone, per la fruibilità dei suoi spazi, per l’attenzione dedicata dai gestori alla qualità del suono (cosa davvero rara di questi tempi) e per quell’atmosfera di calore famigliare che si avverte appena si entra nel bar posto all’ingresso della confortevole sala. Se c’è un posto perfetto per godere di concerti con un pubblico di medie dimensioni è proprio questo. E’ in questa magnifica cornice che abbiamo passato una bellissima serata in compagnia degli Spain e di Fabrizio Cammarata.

 

FABRIZIO CAMMARATA

Poco prima delle 23 Fabrizio Cammarata è salito sul palco armato solamente di chitarra acustica e di un tamburello. Armi più che sufficienti per rapirci immediatamente. Il tempo di una canzone e ci ritroviamo sequestrati e condotti in giro per il mondo, bendati, ci si ritrova come per incanto ora al Sin-è a librarsi sulle note inarrivabili del Jeff Buckley sorpreso a sondare con Dio i misteri dell’Infinito. E della voce umana. Ora sulle spiagge del Madagascar a inseguire un antico amore, poi scaraventati al confine tra Messico e America, quell’ America fatta di polvere sugli stivali che brucia sotto un sole incandescente e sotto a un sole sporco lentamente si consuma, quella raccontata da McCarthy, musicata da Howie Gelb e che prima di essere frequentata era solamente immaginata dacammarata lontano. Da molto lontano, dalla Sicilia, da Palermo. 

 

Da una Palermo che ti brucia nel cuore e che non sai spiegarti perché all’improvviso, diventi così brumosa e ti faccia respirare arie che facevi di Nick Drake ma che adesso pulsano di un cuore africano, percosso da un piede contro un tamburello o dal palmo di una mano sulla cassa di una chitarra. Poi ancora Africa e ancora Messico a scartavetrarci l’anima, come se tra Myriam Makeba e Chavela Vargas, tra Myriam e La LLorona (quest’ultima interpretata con la stessa classe di un Caetano Veloso versione Fina Estampa), non ci fosse di mezzo un oceano. Peccato che la mezz’ora a sua disposizione voli in un attimo, anche se c’è ancora il tempo per una meravigliosa Sapphire offerta senza l’ausilio di amplificazione: cosa permessa a pochi grandi, tra questi uno che di nome fa Jeff  e di cognome Tweedy. Mi cospargo il capo di cenere per aver conosciuto tardi questo bravissimo artista e corro a comprarmi il suo “Rooms”, che scopro essere disco meravigliosamente scritto, arrangiato e prodotto su cui bisognerebbe tornare a scriverci.

 

SPAIN

Giusto il tempo di sistemare il palco e fanno il loro ingresso gli Spain, che a prima vista assomigliano a dei professori universitari (avete presente Indiana Jones quando insegna?) convenuti a un congresso di geologia. Tutti tranne uno: il chitarrista aggiunto Dylanspain McKenzie che sembra uscire da un soft-core all’italiana di fine anni 70 con Renzo Montagnani. In realtà sono musicisti sopraffini e a dimostrarlo ci impiegano mezza canzone; bisogna anche dar loro atto di aver saputo mantenere immutato il tipico suono Spain nonostante i molteplici cambi di formazione: un suono caldo e notturno, riconoscibile all’istante, di impronta marcatamente rock ma figlio tanto del soul più profondo quanto del jazz più notturno, debitore verso certo oscuro cantautorato e certo folk più legato alla psichedelica ma anche creditore di un approccio minimalista e viscerale che ha fatto negli anni numerosi proseliti.

 

Dal vivo vengono posti in evidenza il basso elettrico di Josh Haden (avrà ben imparato qualcosa da papà Charlie, no?) e la chitarra di Daniel Brummel, mentre i tasti di Randy Kirk aggiungono classe ed eleganza a una struttura musicale i cui silenzi sono forse più importanti dei pieni. Tocca a Every Time I Try aprire una scaletta che pesca a piene mani tanto dall’ultimo e pregevole “The Soul Of Spain” che dal primo indimenticato capolavoro che fu  “The Blue Moods of Spain”, e significativamente meno dai due album di mezzo. Seguono Only One avvolta in preziosi tessuti pop-soul e una I’m Steel Free che essendo la più radiofonica del lotto, ha il pregio di essere memorizzata all’istante. Ogni brano eseguito meriterebbe una citazione, ma particolari apprezzamenti vanno rivolti alle imponenti, magnifiche lentezze di Ray of Light e, soprattutto, alle delicatezze di Dreaming of Love giocata finemente in punta di dita. Il concerto aumenta poi di intensità, dinamiche espain volumi per culminare con l’esecuzione di quel capolavoro che è World Of Blue, probabilmente manifesto non solo dell’arte Spain ma dello slow-core tutto.

 

Brano che parte lento e sinuoso per inerpicarsi, nella parte centrale in territori appartenenti al Neil Young elettrico, e in quelli velvettiani nel sontuoso lungo finale esaltato dalla chitarra finalmente maltrattata con e-bow e feedback da Brummel. Il gruppo, chiamato a gran voce da un pubblico che si sperava più numeroso, riappare per il doveroso encore in cui spiccano una meravigliosa Spiritual (ripresa poi sapientemente da Johnny Cash) e Because Your Love dalle dinamiche più spiccatamente rock, alla quale spetta il compito di chiudere un concerto praticamente perfetto con l’unico neo dato dall’assenza ingiustificata di I Love You, gioiello incastonato nel loro album più recente. Speriamo che se ne ricordino nel prossimo giro estivo promesso durante i saluti finali.

Roberto Remondino

Fotografie n. 2, 3 e 4 di Andrea Pavan


Inizio pagina