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15 aprile 2018

Antonello Cresti

SOLCHI SPERIMENTALI KRAUT. 15 ANNI DI GERMANICHE MUSICHE ALTRE (1968-1983)

2018 - Crac Edizioni - pag. 297 - €. 25,00

61TOK8noxIL._SX337_BO1,204,203,200_Il krautrock è un pasticciaccio creativo ascrivibile e contestualizzabile con gli anni della speranza. Nella Germania del 68 e fino alla prima metà degli anni ’80 del secolo scorso (il libro copre esattamente l’arco temporale tra il 1968 e il 1983) la contestazione giovanile era un modo efficace per prendere atto di un’identità sociale che per la prima volta poteva ribaltare e influenzare gli equilibri del potere. L’attitudine rivoluzionaria, i meccanismi di protesta e di opposizione rafforzavano la coesione, il senso comunitario e identitario, la convivialità e soprattutto, una visione ottimistica del futuro. La trasposizione temporale al domani lasciava presagire una inamovibile idea di progresso, emancipazione, libertà. Un contagioso senso di conquista inarrestabile capace di saziare ogni più avida aspirazione. È quindi gioco forza che nel calderone underground di quel periodo sfrenato di passioni e di entusiasmi confluisse il tutto e le sue contraddizioni. Voglia di inventare nuove regole ma anche di attingere dal passato, anche solo per finalità dissacranti, voglia di personalizzare la propria voce dandole una connotazione specifica e originale, ma allo stesso tempo non disdegnare aperture inclusive di generi disparati e spesso avversati (l’avanguardia, il jazz, il progressive). Antonello Cresti continua la sua esplorazione trasversale di tutti quei “Solchi” che dalla penombra dei riflettori della moda e delle tendenze hanno finito in qualche modo per incidere e per direzionare le mode e le tendenze successive.

 

L’acume e la curiosità dell’autore, dimostrate nell’indagine storiografica, sociologica e musicologica con “Solchi Sperimentali” e “Solchi Sperimentali Italia” hanno sicuramente destato un interesse notevole per il modo in cui si è tentato l’approccio. In buona sostanza l’indiscutibile merito delle sue trattazioni è quello di fare leva sulla memoria storica ed emotiva riportando alla luce, come in un'avvincente caccia al tesoro/reperto, qualcosa di fortemente sedimentato nel nostro inconscio identitario.  La sua è stata una ricerca libera che ha fuso diverse realtà e diversi ambiti ma evidenziando da tutto questo ‘altro’ disparato l’elemento trasportatore di influenze ben precise. La trovata metodologica ad alto tasso comunicativo è stata quella di intervistare i vari protagonisti dimenticati di realtà seminali e lasciare intravedere al lettore, attraverso una larga rete di indizi e associazioni, gli elementi connettivi più vicini alle proprie preferenze. Insomma una sorta di gossip che ha avuto il grande merito di allargare le nostre conoscenze e il nostro approccio critico alla realtà musicale. In questo senso è plausibile accettare l’osservazione introduttiva che spiega questa ulteriore indulgenza nel revivalismo più nostalgico con la giustificazione che non esistono trattati definitivi capaci di fermare e archiviare il tempo e i suoi accadimenti. Il tempo è sempre rileggibile e ricontestualizzabile alla luce di tutte le variazioni sopraggiunte. In questo senso si può rispondere affermativamente alla domanda: c’era proprio bisogno di un’ulteriore trattazione di krautrock? Non solo. Questa definizione strampalata e azzardata che inizialmente sembrava essere una provocazione giornalistica, assume adesso connotati simbiotici e semantici precisi e appropriati. Che ben venga allora la voglia di conoscere e approfondire senza avere la presunzione di essere di fronte ad uno strumento esaustivo e rigoroso nelle demarcazioni, ma bensì a un manuale d’uso che rimetta l’ultima parola alla nostra predisposizione all’ascolto, alla voglia di muovere obiezioni plausibili per un dibattito sempre costruttivo e inclusivo (ma davvero si può avere l’ardire di far confluire l’espressività poliedrica, tormentata e avanguardistica di Nico  in questa insidiosa linea di demarcazione?). Sì, perché questa vuole essere una finestra, un curiosario che, non prendendosi troppo sul serio, invita a prendere sul serio la propria passione per leggervi attraverso l’andamento complesso e contraddittorio del mondo. Inserite con forzature ma non per questo prive di interesse sono anche le schede di Christina Kubisch e l’industrial nerissimo di Nekropolis. Il grosso merito delle opere di Cresti è senz’altro quello di adattare l’operazione ‘recupero’ a una lettura antropologica del presente. La spinta propulsiva arriva sempre da chi sa rompere gli equilibri aggiungendo qualcosa di nuovo al già detto.

 

Solchi Sperimentali Kraut. 15 anni di germaniche musiche altre (1968-1983)” è un volume di quasi 300 pagine che si avvale anche di un ampio saggio introduttivo curato da Valerio D’Onofrio e Valeria Ferro per una disamina completa del fenomeno e le sue linee guida. Una trattazione curata e ben contestualizzata che finalmente finisce su carta stampata 4cdaae2b192d5de0b5b2189b6c2d7ed9ma che di fatto gli estimatori del genere avevano già potuto consultare via web. Molto curata è la sezione costituita dalle singole schede ordinate per ciascun protagonista che riportano attenzione a lavori peculiari, spesso meno celebrati dalla critica ma non per questo meno importanti nell’inquadramento concettuale. Stimolanti e propedeutiche agli intenti maieutici di invito all’ascolto sono anche i contributi raccolti da alcuni degli esponenti della scena anche se qualche perplessità può suscitare l’allargamento del territorio di analisi, pur se motivabile nella premessa e giustificabile negli intenti anti assiomatici espressi dall’autore. Giustissimo stigmatizzare i paletti atti a demarcare territori tanto labili di fenomeni complessi e di concause trasversali, ma non va mai dimenticato che uno dei tratti distintivi del krautrock è proprio la specificità territoriale e la temperie socio culturale su cui decide di ripartire una “Germania anno zero”. Così come può apparire riduttivo circostanziare determinati artisti all’estetica kraut senza tenere conto della vastità dei linguaggi a cui guarda tutto il loro lavoro. Ciò premesso si apprezza incondizionatamente la bella intervista a Roberto Cacciapiglia e Giuseppe “Baffo” Banfi.

Romina Baldoni

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