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16 giugno 2012

Emanuele Trevi

QUALCOSA DI SCRITTO

2012 - Ponte alle grazie

qualcosa di scrittoPasolini è uno degli autori italiani più citati e ricordati, ma paradossalmente è forse in assoluto il meno compreso: incensato da una serie di letture che sfiorano l’agiografia, il poeta e regista è diventato suo malgrado un simbolo, il rappresentante postumo di una ideologia che per assimilare Pasolini l’ha dovuto purgare della sua parte “scandalosa”. Pasolini è stato spesso mitizzato (con fasi alterne, sia da destra che da sinistra) ma ogni mitizzazione ha comportato inevitabilmente un tradimento, una lettura parziale, se non frettolosa. Non voglio aprire qui un discorso che dovrebbe essere sviscerato in troppe pagine,  mi basti citare una frase di Marco Belpoliti (tratta dal suo “Pasolini in salsa piccante”) che sintetizza a pieno questa mistificazione, quando dice che di Pasolini ‘ci viene sovente offerto un santino quasi fosse – e magari per alcuni lo è – il Padre Pio della sinistra, bisognosa, come i fedeli dello stigmatizzato di San Giovanni Rotondo, di uno sciamano che decifri in modo rabdomantico il presente, un sant’uomo cui rivolgersi con religioso stupore e abbandonata fiducia per conoscere il nostro futuro anteriore’. Il romanzo di Emanuele Trevi, “Qualcosa di scritto”, edito da Ponte alle grazie, offre al lettore una immagine del poeta priva di ogni santificazione e mitizzazione, riportando la sua poetica all’interno dell’ambiente che gli era proprio, quello scandalo del contraddirsi (per parafrasare “Le ceneri di Gramsci”) espressione di una visione del mondo allo stesso tempo pura e impura, apocalittica e fortemente raziocinante.

 

Qualcosa di scritto” è un romanzo (che a tratti si traveste fruttuosamente da saggio) in cui il ricordo personale si affianca con la ricostruzione critica di alcune opere di Pier Paolo Pasolini, ma questa ricostruzione, e interpretazione (soprattutto di “Petrolio”), trovano linfa e nutrimento quasi intimo dall’esperienza di Trevi stesso, dal proprio aver avuto a che fare con “l’erede” (per autoproclamazione) del magistero pasoliniano, quella Laura Betti che dalla morte dello scrittore, nel 1975, fino alla sua scomparsa (avvenuta nel 2004) ebbe  tra gli scopi della propria vita la conservazione della memoria e del lascito intellettuale del poeta di Casarsa (attraverso il Fondo Pasolini, con sede a Roma, successivamente trasferito a Bologna). Trevi non indora nessuna pillola nel ricordare la Betti, e riporta alla mente il periodo passato a lavorare per lei al Fondo Pasolini come un incubo dai risvolti molto spesso grotteschi; l’attrice viene spietatamente chiamata “La Pazza” per tutto ilemanuele trevi romanzo (risposta a distanza all’altrettanto acre “Zoccoletta”, epiteto affibbiato a Trevi dalla Betti in quel periodo), e Trevi non risparmia particolari anche poco lusinghieri sull’attrice e sui suoi comportamenti. Ma da questo ritratto, è vero impietoso, emerge a pieno la personalità dell’attrice, e la sua grandezza d’artista e di “operatrice culturale” votata a Pasolini: nella sua assoluta sincerità (e cattiveria) Trevi riesce a comporre un profilo della protagonista di “Teorema” che restituisce la sua figura in maniera più autentica di un qualsiasi elogio postumo o di un “coccodrillo” in ritardo scritto con molta retorica e poca partecipazione.

 

Dietro gli insulti, le intemperanze e, diciamolo, la follia, della donna emerge un affetto profondo che va al di là delle parole, e che forse a parole è davvero inesprimibile, e viene fuori soprattutto l’immenso e incondizionato amore che l’attrice (anche a distanza di anni) continuava a provare per Pasolini, un amore sincero, vissuto e soprattutto contemporaneo, non vivo solo nel ricordo (ché, per dirla con le parole stesse del poeta ‘Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, l’aver conosciuto’), portato avanti con commovente – se non folle – passione. E naturalmente, dietro alla Betti emerge lo stesso Pasolini, vero e proprio fantasma che aleggia per tutto il romanzo; ed emergono le sue opere, specie quelle dell’ultimo periodo, “Salò” e “Petrolio”. E “Petrolio stesso entra nel romanzo e diventa uno dei protagonisti dell’opera. Il romanzo di Trevi arriva a “Petrolio” attraverso un’esperienza che è prima di tutto personale; ma tramite questa memoria intima (e attraverso un viaggio, che è un “ritorno” ad Eleusi) sviscera alcuni dei punti-chiave del testamento letterario di Pasolini: il suo non essere un “romanzo” ma solo “qualcosa di scritto”, e cioè  molto di più di un romanzo, una forma, un oggetto (non solo letterario: extra-letterario, oltre-letterario); il suo status di opera senza fine, a prescindere dall’incompiutezza; il suo essere un magma, un vortice, forse – per dirla con Gadda – uno gliuommero, e quindi pur essendo una Visione (fortemente mistica, e religiosa, di quella religiosità “romanica” tutta pasoliniana) il suo essere specchio fedele del vortice e del magma del Reale.  “Petrolio” irrompe nel mondo letterario italiano nel 1992, dopo tre lustri dalla morte dell’autore.

 

pasolini bettiIrrompe è il verbo giusto, entra di petto in un mondo letterario, quello italiano dei primi anni Novanta, che ha già sostituito alla “letteratura” la mera “editoria” (sono due cose ben diverse), con la forza di una tempesta: non è uguale a nulla, non è rapportabile con nulla. Non è un bel prodotto, una bella trama limata da un editor di lusso, puro prodotto d’intrattenimento (pseudo) colto. Scrive Trevi: ‘Confrontata alla letteratura del 1975, la letteratura del 1992 appare molto più – come dire? – striminzita. La varietà dei generi, con tutta l’infinita gamma di sfumature, contaminazioni, variazioni individuali, sembra quasi scomparsa, ridotta ad una sola esigenza, fare un bel romanzo. In pochi anni, insomma, si è verificata una mutazione così radicale e così irreversibile che Petrolio, una volta riemerso dal fondo del cassetto, sembra provenire non da un’altra epoca, ma da un’altra dimensione [...]’. Questa alterità del romanzo portò con sé, ovviamente, una serie di fraintendimenti e di letture superficiali, che Trevi smonta con facilità. Trevi, infatti, ripercorre e ritrova “Petrolio” come se si trattasse di un’opera iniziatica, il resoconto (forse blasfemo, in quanto rivelatorio d’una verità nascosta e segreta, ma allo stesso tempo sempre puro, in quanto intimo e sincero) di una cerimonia d’iniziazione che parte da Eleusi, passa per Sodoma e arriva all’Italia degli anni Settanta (con un volo d’uccello che comprende e abbraccia Eschilo, i misteri eleusini fino a giungere alle Le centoventi giornate  del Divin Marchese), una cerimonia di cui vengono descritti i riti con rigorosa precisione; un insieme di cerimonie che vengono vissute in prima persona dall’autore stesso (“Petrolio è un’opera in cui la parola si fa carne e la carne diventa letteratura).

 

Pasolini PetrolioUna lettura di “Petrolio” che potrà forse anche essere parziale (ma in fondo nell’opera doveva confluire una vita intera, e le sue ricostruzioni critiche non possono che essere parziali se quella vita non la si è vissuta), ma che almeno si eleva sulle troppe considerazioni meramente “giornalistiche” (nel senso peggiore del termine) che sono state spesso proposte. Scambiato troppo spesso per un puro resoconto della strategia della tensione, “Petrolio”, venne (e viene) sovente liquidato in maniera facile come opera politica nel senso comune del termine, lasciando fuori dall’attenzione critica le parti ritenute, ad una superficiale analisi, di pura “provocazione”. Ma l’apocalissi politica, pur presente nel romanzo, rientra nello schema più ampio, portato avanti da tutte le parti dell’opera, e che rimandano all’estetica pasoliniana almeno dalla fine degli anni Sessanta: la descrizione (condotta di pari passo col cervello e con la carne) di quel genocidio che il post-capitalismo andava perpetrando nei confronti della società italiana. “Petrolio  è il testamento di Pasolini, e il preambolo ai fatti di Ostia, non perché (come giornalisticamente si crede) nel libro ci siano rivelazioni sconcertanti o inedite sugli anni di piombo, ma perché nel libro si descrive una fine (con toni mistici e apocalittici) di cui Pasolini era già vittima prima ancora di rimetterci concretamente la vita.

 

I segreti di “Petrolio” vanno al di là degli scoop giornalistici (la storia dei fantomatici “Lampi sull’ENI”, buona a riempire i rotocalchi, ma che insulta i veri scopi del poeta); e la morte di Pasolini, se fu delitto politico, non lo fu in virtù di non meglio precisati complotti politici, ma in virtù del fatto che Pasolini non poteva (metaforicamente, e poi, purtroppo, concretamente) non morire con quella società di cui lo scrittore aveva tanto ardentemente descritto l’annientamento. La fine della meglio gioventù e il coincidente affermarsi di una nuova gioventù (per citare due titoli pasoliniani che racchiudono forse, contrapposti, tutto lo svolgersi della sua poetica, cui è sottintesa una visione estetica della Realtà) erano lapasolini spia di un cambiamento di cui il poeta non poteva che essere vittima. Si sofferma Trevi sulla morte del poeta: le opinioni più diffuse, divise tra complottisti e sostenitori del delitto a sfondo sessuale non hanno portato e non portano a nulla. La teoria del complotto è troppo facile e forse anche rassicurante, così come era troppo facile l’ipotesi del delitto compiuto dal solo Pelosi: isolare un colpevole, sia esso palese o anche occulto, che stia a rappresentare il lato marcio della società cui Pasolini si opponeva diventa necessariamente un’ipotesi limitante; non c’erano lati oscuri, parti buone e parti malate, tutta la società era vittima di un’unica malattia, quel conformismo (morale, politico, linguistico, sociale) che la attanagliava da ormai troppo tempo, e di conseguenza tutta la società fu colpevole della morte del poeta, e di quella società Pasolini non fu martire, ma – cosa ben diversa – vittima sacrificale.

 

Il romanzo di Trevi, dunque, s’inserisce in quel filone di scritti (di cui fa parte anche il libro di Belpoliti sopra citato, nonché il bel saggio di Andrea Cortellessa del 2005 intitolato “Grandezza e miseria di un luterano corsaro”, o anche il recente “Pier Paolo Pasolini raccontato ai ragazzi  di Fulvio Abbate) che tenta di restituire una lettura più autentica di Pasolini, privando la sua figura di quella retorica politicamente corretta che ne aveva fatto un santo, o peggio ancora un martire; offre un Pasolini (e insieme a lui una Betti) petrolio pasoliniscandaloso ma autentico: e riattribuendogli le contraddizioni gli restituisce quella grandezza “eretica” che le letture agiografiche avevano per forza di cose limato, molto spesso fino all’erosione completa. E in fondo anche il libro d Trevi più che un romanzo è “qualcosa di scritto”: un romanzo, appunto, ma anche un saggio, un diario, un memoriale, la storia d’un ritorno alle origini mitiche della parola, tutto insieme, in una storia “quasi vera” in cui le opere d’arte hanno il ruolo di personaggi e le persone aleggiano come spettri nel ricordo dell’autore.

 

 

Luca Verrelli

Emanuele Trevi: "Qualcosa di scritto", 2012, Ponte alle grazie 


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