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25 marzo 2012 ,

Lilith and The Sinnersaints

Una specie di blues …


Alla sua bella recensione del nuovo lavoro di Lilith, “Kind Of Blues” - atteso da tempo, e finalmente uscito il 29 febbraio 2012 su Alpha South/Audioglobe, a quattro anni di distanza dal precedente “The Black Lady And The Sinnersaints” - il nostro Andrea Fornasari ha voluto far seguire consequenzialmente un’intervista, che  Lilith-Rita Oberti ha concesso molto gentilmente a Distorsioni. Eccola, buona lettura.

 

 

Andrea Fornasari (DISTORSIONI) - Partiamo dall' inizio-inizio, con la più classica (ma inevitabile) delle domande: come e quando nasce il progetto? Quali i musicisti coinvolti e il percorso artistico della band fino ad oggi?

LILITH - Il progetto nasce nei primi 90 dopo lo scioglimento dei Not Moving, quando incomincio a girare da sola, tentazione che mi porterà a due album, un po' di singoli e centinaia di concerti in tutta Italia e mezza Europa. Nel 1997 la decisione di fermarmi per riprendere, quasi a chiusura di un cerchio, nel 2007, conclusa una breve reunion dei Not Moving. Nel gruppo sono passati numerosi musicisti e collaboratori ma l'ossatura attorno a cui sono girati è sempre stata composta da me alla voce, Tony Face Bacciocchi alla batteria, Massimo Vercesi alla chitarra (attualmente il gruppo è completato da Christian Josè Cobos al basso).

 

Già dai titoli degli album è evidente l'omaggio a classici del jazz: si tratta di una scelta condivisa da tutti i componenti o nasce da una tua particolare “simpatia" per il genere?

Il precedente "The Black lady and the sinner saints" citava Charlie Mingus, questo Miles Davis mentre il mio album d'esordio del 1992 "Lady sings love songs… at the party", Billie Holyday. Ma anche "Stracci" del 1996 era un omaggio a Pasolini (è un episodio, girato dal regista, di "RoGoPaG", film del 1963) e l'Ep con cui ho aperto la carriera , "Hello I love me" era un omaggio ai Doors. Tutti personaggi di rottura, con una personalità estrema, incuranti delle mode e delle istanze commerciali. A me il jazz non piace poi tanto, preferisco il blues, mi piacciono tantissimo certi personaggi che lo hanno rappresentato. Più punk del peggior punk! Fu illuminante il libro su Mingus: ”Peggio di un bastardo”.

 

Sempre riguardo alle influenze, passando naturalmente per le sonorità e i generi, ce ne sono anche di non strettamente legate alla musica? Mi spiego: riferimenti letterari, o magari riguardanti il cinema, autori particolari?

Questa musica ha sempre avuto un aspetto fortemente teatrale e cabarettistico. Volutamente. Ho sempre amato personaggi come Marlene Dietrich o Mick Jagger, per citare due estremi oppure Willy De Ville o Darby Crash dei Germs che hanno portato la teatralità sul palco all'ennesima potenza. I testi sono poi pieni di riferimenti letterari, cinematografici, pittorici, comunque extra musicali, spesso anche alla tradizione della mia terra, l’Europa degli anni venti, l’America sempre di questo periodo, i peggior bar fumosi, le ghost town, Agotha Kristof e Agata Christie, il torbido ma anche il mistico.

 

Ascoltando l'album appare evidente l'approccio, diciamo "punk", alla materia: non solo per gli "omaggi" e l'inevitabile vostro passato che ritorna, ma anche e soprattutto in virtù di una immediatezza, una certa urgenza, una sorta di essenzialità. E' qualcosa di cercato, di voluto o pensi che ormai faccia parte del vostro dna?

Anche questo aspetto è una sorta di cerimonia, l’evento unico, senza possibilità di aggiustamenti. Non siamo capaci di fare altrimenti. L'approccio è sempre quello. Il punk ci ha insegnato quello, ce lo siamo sempre tenuti stretto e in qualche modo continuiamo a tramandare questa attitudine attraverso la nostra musica e i nostri concerti.

 

Mi spieghi come sono nate le cover presenti sul disco?

Alcune sono da tempo nel nostro repertorio, altre saltate fuori all'ultimo. A noi piace spaziare, prendere, reinterpretare. Ad esempio Ghetto degli Statuto gira nello stereo dal giorno della sua uscita, nel 1987. E' uno dei migliori brani della canzone italiana e un giorno canticchiandola mi è venuto in mente che ci poteva essere un modo per rifarla a modo mio. Ma è abitudine nelle prove rifare brani di altri (ad esempio ultimamente saltano fuori spesso Roadrunner dei Modern Lovers, Sex beat dei Gun Club o Burning house of love degli X). Ogni tanto qualcuna finisce nei dischi.

 

Domanda da un milione di euro: che significato ha, oggi, fare dischi? Realizzarli, produrli e portare in giro la propria idea di musica? Cosa è più cambiato negli anni, al di là delle evidenti differenze strutturali con il passato?

E' cambiato radicalmente tutto. Il disco è ormai un mezzo quasi secondario. Nessuno li compra più (se non ai concerti) perchè te li trovi comodamente e gratuitamente sul web, dal primo all'ultimo. Noi siamo rimasti, generazionalmente, attaccati al passato e stringere tra le mani un nostro CD ha ancora un grande significato. Ritengo purtroppo scarsamente condiviso dalle nuove generazioni.

 

Ascolti band attuali?

Recentemente ho rimesso sul piatto "Nuggets" e l'ho trovato assolutamente attuale. Ascolto quello che capita. A volte prendo a caso dall'immensa discografia che tappezza le pareti di casa e (ri)scopro cose che non ascoltavo da decenni e le sento nuove, filtrate attraverso una sensibilità completamente diversa. Tra le band attuali posso citare quelle di coloro che hanno collaborato come Cut, Julie's Haircut, Loud Vice, Guignol, Paolo Apollo Negri.

 

L'amore per il blues, per la canzone d'autore degli anni sessanta, per il garage-punk e comunque per una certa idea di musica rivolta al passato, pensi che possa farvi considerare "nostalgici"? O comunque credi che, in fondo, il blues, il rock ed il jazz siano, diciamo, la strada "maestra"? Mi spiego: consiglieresti questo disco a un ventenne di oggi o pensi che, inevitabilmente, lo troverebbe troppo poco attuale?

Parliamo di musica immortale e poi non così "vecchia" (sono pochi decenni in fondo) che consiglierei vivamente a un sacco di ventenni cresciuti, loro malgrado, a suon di musica quanto meno discutibile. C'è molto da scoprire, anche attraverso Lilith and the Sinnersaints.

 

C'è qualcosa che vuoi aggiungere?

Ogni disco è un'avventura, nata con il pretesto nebbioso che servirà a suonare più facilmente in giro: da lì ci si prova, si tira fuori, si lustra, si taglia e si mescola cervello e cuore, dove la musica è un mezzo. Grazie da Rita ... la santa. Amen.

 

Grazie a te, Rita-Lilith!

Andrea Fornasari
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