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7 luglio 2014

Pasolini Roma

dal 15 aprile al 20 luglio 2014, Roma - Palazzo delle Esposizioni


Pasolini Roma  è un’esposizione che coinvolge quattro città europee (Parigi, Roma, Berlino e Barcellona), quattro centri culturali (a partire dalla prestigiosa Cinémathéque Francaise) che ospiteranno la mostra su Pier Paolo Pasolini e sul luogo simbolo della sua poetica (a Roma invece la mostra è al Palaexpo fino al 20 di luglio). Pasolini Roma è una mostra che lega con uno strettissimo filo un poeta, un intellettuale ed un luogo collegando due anime, fuse per molto tempo, strette da un vincolo d’amore che – come sempre – sarà destinato a finire in tragedia. L’insistenza sui luoghi rende questa esposizione unica nel suo genere, mettendo in risalto un concetto su cui forse si riflette poco: se si vuole indagare e ben comprendere la storia della letteratura (e del cinema) italiani, non bisogna mai smettere di delinearne una geografia. E per Pasolini questa linea d'indagine è necessaria assai più che per altri; nella sua opera poetica, di prosa e cinematografica Roma sarà un punto di riferimento, nel bene e nel male, con cui fare costantemente i conti.

 

Roma oltre l'allegoria

 

I luoghi pasoliniani sono densamente carichi di significato, di un simbolismo che ha bisogno d’essere scavato a fondo, che riguarda non solo la semplice sensazione ma che, già dagli esordi poetici dell’autore si insinua nella sfera del ricordo, della memoria. E così Roma, fin da quando il poeta, insieme alla madre, vi arriva giovanissimo (e dopo il primo scandalo, l’espulsione dal PCI friulano, con l’accusa di corruzione di minori: prima commistione tra il puro e l’impuro, caratteristica prima della vita e della poetica pasoliniana) diventa un luogo che si carica di significati molteplici e stratificati. Ma non si tratta di semplici metafore, di trasformare Roma in un’allegoria; la concretezza del luogo, gli odori, i suoni, il calore sferzante del sole d’agosto rimangono, sono essi stessi la poetica e la metafora, rimanendo tuttavia strazianti e concreti ad uno stesso tempo. "Fuggii con mia madre e una valigia e un po’ di gioie che risultarono false / su un treno lento come un merci, / per la pianura friulana coperta da un leggero e duro strato di neve". Pasolini nel 1950 abbandona il Friuli, luogo in cui l’idillio è ancora possibile (anche se destinato a spezzarsi presto), e lui, giovane poeta e marxista, ne aveva cantato l’arcaica grazia assimilandone prima di tutto il dialetto ("il fascismo non tollerava i dialetti, segni / dell’irrealizzata unità di questo paese dove sono nato"). Arriva a Roma, insieme all’amatissima madre: "la cosa più importante della mia vita è stata mia madre / (le si è aggiunto, solo ora, Ninetto)", e la capitale d’Italia si sta ancora rialzando dalla rovinosa caduta della guerra; le macerie sono ancora per le strade, la ricostruzione procede ma c’è ancora molto da fare. È una Roma povera, ancora in parte arcaica, ma che velocemente (forse troppo velocemente, almeno agli occhi di Pasolini) si avvia verso una modernità tanto rapida quanto effimera. Ma quella Roma dei primi anni Cinquanta è caratterizzata anche da una vivida presenza intellettuale ("erano quelli i tempi di ‘Ladri di Biciclette’ / e i letterati stavano scoprendo l’Italia)"; il Neorealismo era ancora vivo anche se già stava diventando qualcos’altro: Moravia l’aveva descritta nei suoi racconti e romanzi, Gadda costruiva quello gluommero, inestricabile come la vita stessa, che è Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, un altro emigrante di lusso era da poco giunto anch’egli dall’Italia settentrionale (da Rimini, a voler essere precisi) e si chiamava Federico Fellini.

 

Una purezza arcaica

 

Pasolini, alla costante ricerca di una purezza che sente sgretolarsi ogni giorno di più s’innamora (letteralmente) di un’altra Roma; la Roma sottoproletaria, quella delle borgate, un’oasi incontaminata, di primitivo splendore ("Improvviso il mille novecento / cinquanta due passa sull’Italia: / solo il popolo ha un sentimento / vero: mai tolto al tempo, non l’abbaglia / la modernità, benché sempre il più / moderno sia esso, il popolo, spanto / in borghi, in rioni, con gioventù / sempre nuove – nuove al vecchio canto – / a ripetere ingenuo quello che fu"). Una città nella città, vivace, permeata da una gioia di vivere che dovrebbe essere il senso ultimo dell’umanità stessa, e che solo tra quelle casupole bruciate dal sole, quelle strade sterrate e polverose sembra essere sopravvissuta. E su questa Roma Pasolini scriverà versi d’amore d’un’impura purezza e d’una straziante commozione: una vampa di calore e di vaghezza indefinita lo coglie ogni volta che lo spettacolo della città in tutta la sua squallida bellezza gli si para davanti. Quella purezza provoca l’eccitazione poetica nel giovane (ma sempre più adulto) Pasolini, e i versi che ne scaturiscono sono dichiarazioni d’amore e manifestazioni di rigore militante allo stesso tempo, tutto in uno, passione e ideologia: "Rinnovato dal mondo nuovo, / libero – una vampa, un fiato / che non so dire, alla realtà / che umile e sporca, confusa e immensa, / brulicava nella meridionale periferia, / dava un senso di serena pietà. / Un’anima in me, che non era solo mia, / una piccola anima in quel mondo sconfinato, / cresceva, nutrita dall’allegria / di chi amava, anche se non riamato". Su questa Roma scriverà due romanzi, Ragazzi di vita, Una vita violenta, che con la loro prosa magmatica (vicina eppur lontana dal romanesco "milanese" di Gadda) tenterà d’entrarvi dentro, di penetrarla fin nelle sue più intime sfaccettature.

 

Il cinema e la vita

 

Ma Roma è anche la città del cinema, e quelli sono gli anni della Hollywood sul Tevere, l’apogeo di Cinecittà, la nascita del grande cinema italiano, quello che influenzò e influenza registi di tutto il mondo. Con Accattone Pasolini, il poeta, lo scrittore entra nel mondo del cinema, per sperimentare quella "lingua scritta della realtà” che è la settima arte ("poiché il cinema non è solo un esperienza linguistica, / ma proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica"). Una trilogia, quella romana, composta da tre film "materici", primitivi ma pervasi da quell'astratto lirismo che solo i primitivi sanno avere. Accattone, girato senza conoscere la tecnica cinematografica se non per sommi capi (ad aiutarlo il giovane figlio d’un amico poeta, Bernardo Bertolucci), ma con in testa gli amati pittori del rinascimento, studiati all’università di Bologna con Roberto Longhi. Mamma Roma, in cui la tendenza all’astrazione lirica si fa ancora più forte ed intensa. E poi La ricotta, film-scandalo, breve capolavoro che parla di fame e di Cristo, di povertà e di spiritualità, che dà scandalo perché crocifigge un sottoproletario, ma è in realtà d’una leggerezza chapliniana (ma i giudici non lo capiranno e la denuncia per blasfemia non tarderà ad arrivare). In questi tre film luoghi e volti saranno un tutt’uno: Testaccio, il Pigneto, la Tuscolana, il parco degli Acquedotti, i caseggiati popolari (l’INA-Casa del Tuscolano) e le baracche, i "pratoni" dove ancora negli anni del boom si pascolavano pecore, si fondono con la faccia di Franco Citti, questa specie di Toshiro Mifune di borgata, strafottente e sornione, di Anna Magnani che è (mamma) Roma come nessun’altra lo è mai stata, e con i mille figuranti, amici, colleghi (Orson Welles ne La ricotta) che entrano prepotentemente nei suoi film. E poi, nelle pellicole successive, ci saranno le due persone più importanti nella vita di Pasolini (se si esclude sua madre, pur presente, come Madonna Addolorata, nel Vangelo secondo Matteo): Ninetto Davoli e Laura Betti, persone e personaggi antitetici, e spesso in contrasto, oggetto d’amore e d’ammirazione, e poi, in modi assai diversi cultori del ricordo del poeta scomparso.

 

Roma e la morte

 

Quella purezza dei ragazzi di vita sarà destinata però a finire presto; il mondo arcaico si lascerà corrompere volentieri dalle sirene del neocapitalismo. Non resterà allora che l’abiura, ma la rinuncia sarà talmente estrema che non solo quello che sono ora, ma anche ciò che erano stati diventa oggetto di ripensamento: "I giovani e i ragazzi del sottoproletariato romano [...] se ora sono immondizia umana, vuol dire che anche allora potenzialmente lo erano". Il crollo del presente, insomma., implicherà anche il crollo del passato. (Ancora, ne La nuova gioventù scriverà: "Bisogna condannare / severamente chi / creda nei buoni sentimenti e nell’innocenza. / Bisogna condannare / altrettanto severamente chi/ ami il sottoproletariato / privo di coscienza di classe"). L’apocalisse è vicina, e Salò ne è la fedele e disperata cronaca. In Salò Pasolini sfoga criticamene la sua visione della nuova realtà post-anni ’60, (quella visione disperata criticata più o meno apertamente da Calvino in un apologo, poi confluito in Palomar, intitolato Del mordersi la lingua) derivata da quel crollo di certezze – tra pubblico e privato – che gli aveva fatto rinnegare la Trilogia della vita (Il Decameron, I Racconti di CanterburyIl fiore delle Mille e una notte), ultimo ed estremo atto d’amore per quel sottoproletariato "poetico" che invece in Salò sarà annientato, proprio per mano di quelle istituzioni che avrebbero dovuto essere avversate se solo il sottoproletariato avesse avuto  una, ormai insperata, coscienza (si mettano a confronto i versi appena citati con la scena del film in cui vittime e carnefici cantano tutti insieme la stessa canzonetta). Roma sarà tutto questo: città pura ed impura, città del cinema, degli amici e dei (tanti) amanti. Città della vita e, infine, città della morte, trovata in quella notte del 1975 sul litorale di Ostia; quell’assassinio barbaro e rituale che strappa dalla vita il poeta, lo scrittore, il regista. Ne La divina mimesis, non finita riscrittura dantesca pubblicata postuma, Pasolini la sua morte violenta l’aveva drammaticamente immaginata molto simile a quella che poi s’è rivelata essere la realtà (ma non ci faremo ingannare dal mito d’un Pasolini profeta, così come da qualsiasi teoria del complotto riguardante la sua morte: la sua, e la nostra, intelligenza non lo meritano): "egli è morto, ucciso a colpi di bastone, a Palermo, l’anno scorso", scrive l’autore guardandosi dall’esterno come fosse un futuro filologo che compila un’edizione diplomatica di quel lacerto poetico ritrovato accidentalmente (staccarsi da sé, farsi filologo di se stesso sarà una caratteristica fondamentale dell’ultimo Pasolini, che si considera “postumo” ancor prima di esserlo realmente). Un’apocalisse che, teorizzata prima (Salò e Petrolio) si concretizza poi in un atto di cieca violenza: la purezza non c’è più, la (post)modernità ha vinto e ha preteso il suo agnello sacrificale.

 

 

[Le citazioni presenti nel testo sono tratte da: "Poeta delle ceneri"; "Il pianto della scavatrice" e "Il canto popolare"]

Luca Verrelli

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