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6 maggio 2015 ,

Wire

WIRE

2015 - Pinkflag Records
[Uscita: 13/04/2015]

Inghilterra

 

Wire-LP-coverFinito di lavorare su una lunga serie di ripubblicazioni e raccolte che, sotto l’esclusiva dell’etichetta di loro proprietà Pinkflag, contribuivano a ridare nuovo smalto e nuova visibilità alla loro immagine, gli Wire, dopo “Red Barked Three” (2011) tornano a proporre materiale nuovo. E tornano a stupirci. Se il full lenght del 2011 suonava come un tentativo (convincente solo in alcuni episodi, nda) di attingere alle atmosfere sofisticate e arty degli esordi, questo ultimo omonimo sembra venire alla luce con propositi del tutto diversi; tornare ad una musicalità ordinariamente pop. La cosa che spiazza è che i tre ex studenti dell’art school (Newman, Lewis e Gilbert) che giocavano a fare gli alternativi portando l’arte e l’avanguardia nel mondo un po’ patinato e ammiccante della new wave, rientrano in scena  da ‘sir’ (Gilbert ha lasciato la formazione proprio nel 2011) dimostrando che per essere eleganti e per contraddistinguersi con vera classe si può anche ricominciare dalla melodia. E forse questa è una mossa intelligente: decidere di abbandonare l’ambizione iconografica, la tensione e l’inquietudine creativa ad ogni costo, per rientrare in un alt rock cristallino, magnificamente strutturato, qualitativamente in grado di conferirgli un’impronta e un’identificazione senza bisogno di rompere gli schemi. 

 

I tre membri originali, Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey, affiancati dal giovanissimo Matthew Simms, hanno davvero perso la velleità di stupire e di sperimentare traiettorie inesplorate e giocano a fare gli Wire con tutta la consapevolezza colindella loro esperienza, senza scivolare nella tentazione di rincorrere anche solo idealmente i tempi d’oro. Sfoderano undici brani di rock poderoso, con riff chitarristici energici, ripresi dalla tradizione dark punk, ma mai eccessivi. La forma canzone e la cura sonora sono perseguite impeccabilmente anche con il ricorso ad un cantato molto più esteso e presente rispetto a tanti lavori precedenti. Cadono anche i loro proverbiali minimalismi astratti e malinconici. Brani come Blogging, che pure sono di indubbia intensità lirica, si sviluppano su grovigli di arrangiamenti sofisticati e calibrati all’eccesso. Il loro nuovo manifesto estetico sembra essere diventato cesellatura pignola, cura del dettaglio, assenza di sbavature. Dal funk morbido di Burning Bridges, al delicato romanticismo di In Manchester. Ritmicità metronomiche, rotonde ed orecchiabili come in Joust & Jostle, Shifting o Split Your Ends, fino alla zuccherosa High, ci fanno interrogare con un certo disagio sull’effettiva opportunità di scadere tanto banalmente in un revival che, tra pregi e difetti, ci ha già davvero detto tutto più di quaranta anni fa!

 

Salviamo con riserve brani più ispirati, con sottesi sentori di quella tensione narrativa, di quelle ombre esistenziali misteriche e accattivanti che pure dei Wire erano l’essenza più marcata, che si fa davvero fatica a ritrovare se non in Sleep Walking, nella roboante compressione di Harpooned (l’intuizione di base c’è ma si pecca di eccessivi ritocchi e wirepomposità nel finale), nel buon cadenzato di Swallow e Octopus. Vogliamo pensare ad un’improvvisa voglia di leggerezza portata da una maturità che sa convivere con un calo creativo fisiologico e non ha davvero nulla da dimostrare e, allora, tanto di plauso per questo album godibile e piacevole. Vogliamo pensare ad una voglia di riscatto per uscire finalmente dai circuiti di nicchia e mettere d’accordo tutti, dimostrando che Wire potevano essere cavalli vincenti al botteghino, se solo avessero voluto, anche qui ci scappa il plauso. In fatto di opportunità e in prospettiva di una lettura del loro percorso artistico le riserve sono invece di rigore, la calma è piatta, non c’è nulla di rilevante da registrare, ma probabilmente la vecchia volpe Newman e il fido esteta Lewis avranno messo tutto in conto.

 

Voto: 6/10
Romina Baldoni

foto 2: Colin Newman

 

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