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29 aprile 2015 ,

Blur

THE MAGIC WHIP

2015 - Parlophone
[Uscita: 28/04/2015]

Inghilterra   #consigliatodadistorsioni

 

blurVenuto alla luce quasi per caso, il nuovo album dei Blur giunge dopo ben dodici anni dal precedente "Think Tank" e addirittura sedici dopo "13", ultimo lavoro firmato dalla coppia Albarn/Coxon. Il rientro nella band di Graham Coxon non è una novità almeno dal 2009, anno nel quale la band britannica ha ricominciato ad esibirsi dal vivo con una certa regolarità, sfornando di tanto in tanto qualche singolo ma rinviando continuamente l'impegno di incidere un disco completo. Dicevamo che "The Magic Whip" nasce quasi per caso, grazie ad una manciata di giorni da spendere ad Hong Kong per via della cancellazione di alcune date del tour giapponese. E' lì che a Coxon viene l'idea di sfruttare il tempo inaspettatamente a disposizione per registrare del materiale nuovo coinvolgendo pienamente Damon  Albarn, il quale decide di mettere in gioco gli appunti musicali che ha con sé.

 

Ma, a detta del chitarrista, tornati in madre patria i Blur non avrebbero continuato a lavorare sull'album se ad un certo punto non fosse intervenuto Stephen Street, produttore che ben conosce da vicino i quattro  'ragazzi' inglesi e che ha messo mano con pazienza al materiale proveniente da Hong Kong. A questo punto le aspettative che circondano "The Magic Whip", quasi inutile affermarlo, sono piuttosto consistenti e coloro che hanno blur-reuniting-467sorriso alla notizia del ritorno dei Blur non resteranno delusi. Pur non essendo di fronte al loro miglior lavoro di sempre, le canzoni sono quasi tutte di buon livello e sottolineano alcuni degli aspetti stilistici della longeva band londinese. Marcati riferimenti al periodo che comprende "Modern Life Is Rubbish", "Parklife" e "The Great Escape" si possono rintracciare con una certa frequenza nell'album, ma in particolare nelle inglesissime Lonesome Street e I Broadcast. L'impronta del più recente Damon Albarn, quello più riflessivo di "Everyday Robots", si avverte invece con evidenza nella solitudine dell'onirica Thought I Was A Spaceman e in quella della disillusa There Are Too Many Of Us

 

Amaro è poi il ritratto che il cantante ci restituisce in Pyongyang di una città che appare desolata, un immagine contrapposta alla fastosità e agli eccessi di Hong Kong, luogo che sembra aver ispirato New World Towers. In My Terracotta Heart scorgiamo alcuni intimi riferimenti all'amicizia travagliata tra Albarn e Coxon, mentre momenti più spensierati e Unknown-528x352leggeri li ritroviamo nel gradevole Ice Cream Man e nei riempitivi poco convincenti Ghost Ship e Ong Ong. Il pezzo forte del disco arriva senza dubbio con Go Out, un pop irriverente, rumoroso, disturbato e trascinante che dimostra di saper ammiccare con competenza e freschezza agli ultimi Clash e ai primi Killing Joke. Un disco fottutamente inglese, non c'è che dire; salvo il fatto che i titoli di coda vengono caratterizzati dall'apprezzabile accento americano twang di Mirrorball.  Difficile fare pronostici sul futuro della band; ad ogni modo per ora i Blur sono qui e la cosa non ci dispiace per niente.      Nǐ hǎo...

 

Voto: 7.5/10
Aldo De Sanctis

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