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16 giugno 2018

All India Radio

SPACE

2018 - Not On Label Records
[Uscita: 1/06/2018]

Australia

 

Sin dal primo erompere sulla scena ambient-elettronica australiana, allo spirare degli anni Novanta, gli All India Radio, fondati e guidati dal mentore e factotum, il tastierista e chitarrista Martin Kennedy, qui affiancato valorosamente da Graham Lee, ex Triffids, e Rob Vickers, già coi Go-Betweens, hanno incarnato le migliori istanze di mediazione tra stilemi di musica di pretta matrice sperimentale e un meno ostico modus di proposta elettronica, ecumenica diremmo. Molte delle loro musiche, infatti, sono state utilizzate per colonne sonore, film o serie televisive, di un certo qual successo. Si potrebbe affermare, senza tema di smentita, che l’evoluzione della loro carriera musicale si dirami in due direzioni ben riconoscibili: da un lato la produzione di colonne sonore e le collaborazioni con artisti di pregiato rilievo (Steven Kilbey dei mitici Church, Nick Cave, ad esempio), dall’altro, una decina di album di superba fattura, dei quali questo “Space” è l’ultima fioritura. Un suono accattivante, quello che gli All India Radio riescono a tessere in questi otto frammenti di materia siderale, sospeso tra reminiscenze ‘floydiane’ (non è un caso che la copertina è originalmente creata da quel David A. Hardy che realizzò quella splendida di “Dark Side Of The Moon” dei mitici Pink Floyd) e suggestioni di morbida e avvolgente elettronica.

 

Partendo da Vega, traccia inaugurale dell’album, la rotta stellare appare tracciata con un certo nitore: un suono fluido, spiraliforme, che sembra involgere in sé sciami di pulviscolo astrale. Verso un più raffinato techno-pop vira Monsters, arricchita dalla sinuosa voce di Leona Gray. Un impianto decisamente più sperimentale nella concezione ispiratrice mostra senz’altro Heirs Of Neptune, maestosa cavalcata cosmica di oltre tredici minuti, prossima agli echi della migliore elettronica tedesca degli anni Settanta (si pensi al Klaus Schulze di “Black Dance” o “Timewind”). Holding ricalca i canoni classici del techno-pop di gran classe che i Nostri sanno elevare ai massimi livelli, un suono morbidamente declinato da strumenti elettronici usati con parsimonia e leggerezza e la voce splendida di Leona a far da contrappunto. Dall’impianto più greve e fortemente innervato di frastagliature elettroniche è certamente la traccia successiva, Eurydice In Scarlet, mentre il puro spirito sperimentale, che pure germina costantemente dal patrimonio genetico della band australiana, trova adempimento nel breve frammento di Anja’s Eternal Light, con echi floydiani avvincenti nel finale. Theo’s Sunlight Dream si riadagia su sonorità di soffice fluttuazione spaziale, mentre la conclusiva Sonda IV pare rievocare elementi della migliore architettura ‘kraut’ dei Corrieri Cosmici teutonici. Un album di spiccata bellezza estetica.

Voto: 7,5/10
Rocco Sapuppo

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