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1 ottobre 2012 , ,

John Zorn

RIMBAUD

2012 - Tzadik
[Uscita: 28/08/2012]

JOHN ZORN, Rimbaud, Tzadik# Consigliato da DISTORSIONI

 

Dietro all’eclettismo musicale di John Zorn si nasconde una ben meditata consapevolezza del proprio ruolo di musicista, e soprattutto di compositore. "Rimbaud"  è un album in cui questo eclettismo tocca punte di sperimentazione e di eterogeneità musicale davvero sorprendenti, anche per un musicista che ci ha abituato a cambi di rotta tanto arditi quanto sorprendenti nell’arco della sua ormai trentennale carriera. Quattro pièce, interpretate da altrettanti ensemble, che traggono ispirazione dall’opera di uno dei padri del simbolismo europeo, Arthur Rimbaud. E le distanze sonore percorse sono davvero tante – pur conservando il disco un’unitarietà di fondo – e spaziano dal jazz al noise, dalle partiture sinfoniche all’avant-garde radicale. La prima traccia, Bateau Ivre (che riprende il titolo dal capolavoro di Rimbaud, e forse di tutta la poesia dell’Ottocento francese), eseguita dal “Talea Ensemble”, è una composizione per sette orchestrali più percussioni che guarda molto allo stile e alle sonorità della musica d’avanguardia novecentesca, caratterizzata da un andamento guizzante, portato avanti soprattutto dal flauto e dal clarinetto e dal loro nervoso virtuosismo.

 

A Season in Hell tenta, attraverso la sperimentazione sonora messa in atto da Ikue Mori (sodale di vecchia data del nostro), di dar corpo attraverso la musica alle atmosfere torbide dell’omonimo romanzo “allucinatorio” del poeta francese. È il pezzo più ostico del disco, ma forse è anche il più scontato nel suo essere “solamente” un pezzo di noise fatto al laptop. Illuminations è un brano avant-jazz molto ben eseguito da Stephen Gosling (piano), Trevor Dunn (basso) e Kenny Wollesen (batteria), fuori dagli schemi e con virate rumoristiche dovute soprattutto ad un utilizzo “violento” del pianoforte, che rende il pezzo una strana quanto interessante combinazione di tradizione e sperimentazione (resa dal contrasto sonoro tra sezione ritmica e strumento solista), tra melodia e dissonanza. Conneries, infine, è il pezzo più interessante del disco, una piece musical-teatrale in cui la violenza del sax di Zorn incontra la voce dell’attore francese Mathieu Almaric, che recita brani del poeta francese. In questa pièce Zorn combina le sonorità cui ci aveva abituato con i Naked City con una sperimentazione sulla voce (Almaric urla, biascica, sussurra, stravolge le parole rimbaudiane) che ricorda a tratti gli esperimenti radiofonici di Antonin Artaud (ancora, dunque, lo sguardo del compositore guarda alle avanguardie storiche).

 

 

Mi verrebbe da dire, vista l’osticità innegabile del disco, che si tratta di un prodotto per soli fan; pensandoci bene però, non mi è affatto chiaro quale sia il fan tipo di un artista come John Zorn, di un musicista che passa con tanta facilità dal grindcore alla musica da camera, dal jazz alla musica elettronica. Amare John Zorn significa amare un approccio aperto al discorso musicale in tutte le sue sfaccettature, purché queste siano, giustamente, prive di compromessi di sorta. Ecco, forse il fan tipo di Zorn è semplicemente una persona a cui non vanno giù i compromessi, non è certo una questione di musica più o meno “ostica”. Zorn è tutto, il contrario di tutto, e tutto insieme: e questo disco ne è l’ennesima prova.   

Luca Verrelli
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