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25 marzo 2016 , ,

Bob Mould

PATCH THE SKY

2016 - Merge Records
[Uscita: 25/03/2016]

Stati Uniti    #consigliatodadistorsioni

 

bob mould folderChi non conosce Bob Mould? Crediamo pochi tra coloro che visitano queste pagine, perché Bob Mould vuol dire Husker Du, una delle band più influenti della scena punk statunitense, dai quali hanno tratto ispirazione gruppi di successo al di qua e al di là dell’Atlantico, tanto da far dire a Krist Novoselic, bassista dei Nirvana, a proposito dello stile musicale di Cobain e c., “nulla di nuovo, gli Husker Du l’avevano fatto prima di noi”.

La storia personale di Mould dovrebbe essere altrettanto nota: lo scioglimento traumatico degli Huskers, dopo aver partorito il capolavoro “Warehouse, Songs And Stories” e il suicidio del manager David Savoy, del quale si è sempre sentito in parte colpevole, hanno lasciato in lui segni profondi, così come il faticoso processo di distacco dalla dipendenza da droghe e alcool. In fondo la sua attività musicale da quel lontano 1988 in poi è stato qualcosa di simile ad una terapia psicologica, nei suoi lavori ha sempre messo a nudo la sua personalità e i suoi demoni, quasi ad esorcizzarli. O, forse, per venire in qualche modo a patti con essi.

 

bobSiamo, con questo “Patch The Sky” all’undicesima prova solista, un percorso, anche questo, piuttosto accidentato, tra frequenti cambi di etichetta e pause assortite, esplorando il versante acustico e quello elettronico. In una di queste pause, fatto piuttosto significativo, pensando al suo stile compositivo, ha trovato anche il tempo di prendere parte all’album tributo al grandissimo Richard Thompson “Beat The Retreat”.

La sua carriera, in ogni caso, ha avuto un colpo di coda a partire dal 2012, anno in cui ha firmato per la sua attuale etichetta, la Merge, dando alle stampe l’ottimo “Silver Age”, seguito dal forse ancora più notevole “Beauty And Ruin”, nel 2014, con i quali l’album di cui ci occupiamo forma una specie di trilogia. 

 

 

Lo stesso Mould, comparando i tre lavori, ci comunica che questo è tra essi contemporaneamente il più oscuro e il più orecchiabile. In effetti, la musica è quella che ci aspettiamo da lui e dal suo “power trio”: possente e nello stesso tempo melodica, con la bob1sua chitarra al limite del feedback e la voce “indietro” nel mixaggio, secondo un copione che conosciamo dal tempo ormai lontano degli Huskers.

I testi, invece, sono spesso pieni più di tristezza che di gioia, complice anche la recente morte della madre. Un esempio per tutti, nella deragliante cavalcata punk The End Of Things Bob paragona una festa di compleanno ad un atto di graduale decadimento. Detto tutto ciò, o meglio, proprio a causa di quanto detto, ci troviamo di fronte ad un grande album, monolitico, fiammeggiante, coinvolgente, anche commovente. Il lavoro di un uomo che nella lunga ultima ballata, Monument, canta “cerco di essere allegro ogni giorno, ma il mio cuore nero brucia”. Grazie, Bob.  

 

Voto: 8/10
Luca Sanna

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