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10 gennaio 2019 , ,

John Mellencamp

OTHER’S PEOPLE STUFF

2018 - Republic Records
[Uscita: 07/12/2018]

Stati Uniti   #consigliatodadistorsioni     

 

718vp6wLAiL._SX425_Il nuovo John Mellencamp - che da anni ormai galleggia agile tra la sponda del folk e quella del blues - ti fa dapprima arrabbiare, perché lo trovi (e lo percepisci subito) indolente e sfacciato, striminzito nell'abito e frettoloso per costituzione. La copertina è bella: arriva in faccia una di quelle tele intrise di impressionismo che si intravvedevano dalla grafica di "Whenever we wanted" (parliamo del Mellencamp con i pennelli in mano), un'immagine, quella scelta qui, che  se non occupasse la facciata di un misero cartonato nemmeno apribile (dunque privo di testi e note esaustive) soddisferebbe in pieno. Quell'aria trasandata scompare quando la musica gira. Questa raccolta di "cose degli altri" recuperate qui e lì nell'ormai ampissima discografia di Mellencamp, mescola con stupefacente efficacia canzoni in alcuni casi minori, in altri apprezzate ma nascoste in dischi pieni di bellezza.

 

Comune denominatore è l'autografo del ragazzo dell'Indiana, che manca del tutto, ad eccezione dell'apripista To the river, la più "anziana" di produzione (1993), in arrivo dall'eccellente "Human Wheels", dove il Nostro la firmava insieme a Janis IanTeardrops will fall e Stones in my passway erano in "Trouble no more" (la svolta folk-blues, 1323anno 2003); i due omaggi a Jimmie Rodgers e Stevie Wonder (Gamblin bar room blues e la conclusiva I don't know why I love you) risalgono al 1997 e 2003; Mobile blue era nel precedente album; In my time of dying l'aveva incisa anche Bob Dylan nel 1962 e Mellencamp la sfoggiava nell'interessante "Rough Harvest", disco del 1999 che aveva più di un punto in comune con questa raccolta "a tema"; anche Dark as a dungeon e Eyes on the prize arrivano dal grande songbook americano, erano appartenute, sotto forma di cover, anche a Johnny Cash la prima, e a Bruce Springsteen con la Seeger Session Band la seconda; Wreck of the old 97 era nel non facilmente reperibile cd (come altre fonti qui consultate per la compilazione) "The rose and the briar: death, love and liberty in the American ballad" (anche un libro a firma di Sean Wilentz e Greil Marcus).

 

La bellezza di questo progetto consiste nella fusione meravigliosa tra canzoni scelte con lo stesso spirito in momenti diversi e registrate nel tempo, sia pur tutte nei Belmont Mall Studios di proprietà di Mellencamp (da qui anche una certa unità sonora), con i tanti musicisti che hanno accompagnato il little bastard dagli anni Ottanta ad oggi. Figurano così, tutti insieme, Kenny Aronoff, Lisa Germano e Larry Crane che costituiscono la vecchia guardia, Mike Wanchic e Toby Myers che rappresentano la continuità tra allora e John-Mellencamp-late-show-2018-billboard-1548oggi, la violinista Miriam Sturm e il chitarrista Andy York che ormai da vent'anni affiancano l'artista. Un bel modo per Mellencamp di rileggere una carriera, far luce su angoli nascosti della sua discografia, trovare un modo trasversale, colto e mirato per ribadire su quale strada si trovi da tempo senza negare il bel passato, quando la confidenza con le classifiche era maggiore e la ribalta più luminosa. Con giri di blues, melodie ora dolenti ora energizzanti, sferzate di violino che sono un marchio di fabbrica, e l'occhio sempre indignato e quasi solo pronto a cogliere gli umori di quell'America problematica in lotta per i diritti civili che tanto assomiglia, amaramente e dolorosamente, a quella di oggi. Un grande nuovo, vecchio disco. Una bellissima idea. Un prezioso artista dannatamente coerente.

 

Voto: 8/10
Ermanno Labianca

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