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7 aprile 2013 ,

Tomahawk

ODDFELLOWS

2013 - Ipecac
[Uscita: 29/01/2013]

Tomahawk “ODDFELLOWS”  29.1.2013 – IpecacMike Patton ne ha combinate un pò di tutti i colori, basterebbe dire che è tra i fondatori dei Mr. Bungle, uno dei gruppi musicali più indecifrabili della storia del rock, capaci di mescolare metal, funk, musica sperimentale, jazz, ska, techno e forse non basta. Ma la sua ormai lunga carriera, della quale fanno parte sperimentazioni soliste piuttosto radicali,  l’ha visto alla guida di altre formazioni quantomeno eclettiche, come i Faith No More, pionieri del crossover tra metal e hip-hop, i Fantomas, capaci di sottoporre colonne sonore di film famosi ad una radicale cura “metallica”, Peeping Tom, miscela indistinguibile che non resta che chiamare “pop”, o, ancora, questi Tomahawk, una specie di supergruppo con dentro reduci di Jesus Lizard, il chitarrista Duane Denison, Helmet, il batterista John Stanier, Melvins, il bassista Kevin Rutmanis, sostituito in questo disco da Trevor Dunn, sodale del nostro Mike sin dai tempi dei Mr. Bungle. Insomma, la crema di quella scena che sta a cavallo tra il metal più evoluto e le ultime propaggini del punk d’oltreoceano. Con i Tomahawk, Patton è alla quarta prova discografica in una dozzina d’anni, ma per lui è un’abitudine tenere i piedi in più scarpe, quindi di certo in questo periodo non ha avuto chissà quanto tempo libero. Il precedente lavoro, “Anonymous”, risalente al 2007, era un concept album fortemente influenzato dalla musica dei nativi americani, tanto meritorio quanto difficile da digerire. In questo nuovo disco, invece, i nostri sembrano voler tentare una strada meno ardua, diciamo più accessibile, pur rimanendo negli standard di questi quattro cattivoni. Sentite cosa dice Duane Denison, il chitarrista e co-fondatore del gruppo: “questo è quello che facciamo quando vogliamo far casino e divertirci”. Ora, è evidente che ‘sti ragazzi (insomma, età media over 45) hanno un’idea abbastanza particolare del divertimento, almeno dal punto di vista musicale, ma tant’è.

 

 

Sta di fatto che questo “Oddfellows” (tra l’altro, significa, più o meno, “tipi strani”) convince, fin dal primo, omonimo pezzo, dal riff tanto storto quanto contagioso, sulle tonalità “sludge” che i nostri prediligono. A seguire, Stone Letter flirta con il punk, mettendo in evidenza la fantastica voce di Mike Patton, I.O.U. è quasi una ballata, in crescendo, sul pulsare del basso “mr. bungliano” di Trevor Dunn, che è protagonista anche nella seguente White Hats/Black Hats, insieme, ma che ve lo dico a fare ai possenti polmoni di Patton. Dopo un’altra pseudoballata,  A Thousand Eyes, arriva uno dei momenti più interessanti dell’album, Rise Up Dirty Waters, che inizia con basso e batteria jazz, per svilupparsi in un’aggressione punk e ritornare man mano alle origini. Un gran pezzo, seguito da The Quiet Few, dal finale cacofonico, da I Can Almost See Them, dall’incedere lento e inquietante e dall’incalzante South Paw. Ecco poi Choke Neck, una specie di blues scarnificato, Waratorium, un alternarsi di basso/batteria con pennellate lontane di chitarra e voce e riffs colossali, Baby Let’s Play , una specie di cantilena dalle atmosfere orrorifiche, e la finale, possente Typhoon. È ora di trarre le conclusioni: il disco è notevole, contiene almeno tre o quattro pezzi assolutamente di alto livello. A volergli trovare un difetto, tolti questi, il resto è interessante, ma non fa gridare al miracolo. 

Voto: 7/10
Luca Sanna
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