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29 aprile 2012 ,

Steve Hogarth & Richard Barbieri

NOT THE WEAPON BUT THE HAND

2012 - K-scope
[Uscita: 28/02/2012]

Steve Hogarth & Richard Barbieri – Not the weapon but the hand# Consigliato da DISTORSIONI

A volte ritornano. Sì, perché nel caso lo si fosse dimenticato questi “three of a perfect pair”, cioè Hogarth, Barbieri e Gregory facevano già allegra comunella nell’ottimo “Ice cream genius” opera solista del cantante dei Marillion  fin dal lontano 1997. E se Barbieri e Gregory sono e sono stati nei rispettivi gruppi (citiamo solo i più importanti: Japan e Porcupine Tree per il tastierista e Xtc per Gregory) degli onesti comprimari con a volte punte di eccellenza, Steve Hogarth è colui che ha preso per mano i Marillion nel momento di totale sbandamento dovuto all’abbandono del carismatico Fish, conducendoli inaspettatamente in altri lidi, che, se mi è consentito uscire fuori tema per un attimo, vorrei segnalare dicendo che è uno strano e forse triste destino quello dei Marillion ormai quasi del tutto abbandonati dai fans del progressive per la difficoltà di accostarsi alla rarefazione e alle impegnative complicanze degli ultimi splendidi album, rimanendo comunque erroneamente vituperati e inascoltati da coloro che osteggiano il prog che ancora li considera facenti parte di quel movimento non sapendo che accostandovisi senza pregiudizi e con mente aperta scoprirebbero le molte piccole gemme disseminate lungo tutti gli anni 2000.

 

Ma veniamo invece a quest’album che oltre ai tre citati (Dave Gregory ovviamente si destreggia alle chitarre) vede la presenza di Chris Maitland primo batterista dei Porcupine Tree che divide i tamburi con Arrah Ahmun (già alla corte di John Martin), e di Danny Thompson contrabbassista emerito dalla lunga e multiforme carriera iniziata sotto il nome degli immensi Pentangle. Per capirci da subito, i quattro punti cardinali tra cui si muove la musica di questo disco, oltre i rispettivi gruppi dei due protagonisti sono: certe cose del Peter Gabriel più tronico; quel magnifico disco del 1991 di Mark Hollis che porta il suo stesso nome, la strepitosa Kate Bush degli ultimi due album e, udite! udite!, persino i Radiohead più eterei e rarefatti del loro ultimo periodo. Quest’ultima influenza, si avverte particolarmente nel secondo brano A cat with seven souls dove piccoli tocchi elettronici coadiuvano la voce ispirata di Hogarth in una danza soffusa semi-tribale che vede la presenza discreta della chitarra di Dave Gregory impreziosire le atmosfere quasi impalpabili del brano. Ma è la prima canzone Red Kite il fantasmagorico biglietto da visita di tutto l’album con gli arrangiamenti orchestrali (ancora Dave Gregory) che si aprono in momenti di struggente bellezza sonora in un brano che si spezzetta e si dilata ondeggiando come un’aurora boreale prima della dissoluzione.

 

Naked vede ancora un incipit à la Radiohead per poi diventare un suggestivo valzer sghimbescio e altalenante mentre la successiva Crack è il brano più ritmato dell’album con soluzioni Gabrieliane e  la voce filtrata di Hogarth, che, se fosse possibile trarre un singolo da un’opera così rarefatta e “difficile”, potrebbe assurgere a tale titolo. Your beatiful face è forse il pezzo che più ricorda i Porcupine Tree più onirici ed evocativi con il contrabbasso acustico di Danny Thompson a tessere trame da cui si dipanano le parti cantate doppiate e sovraincise con bellissimi effetti magici e stranianti; mentre a pareggiare i conti Only love will make you free sembra estratta pari pari dal catalogo dei Marillion, specie da quel capolavoro intitolato “Anoraknofobia” che li aveva fatti accusare dai fans della prima ora di accasarsi dalle parti dei Massive Attack il che è tutto dire.

 

Le atmosfere ambient di Lifting the lip invece dilatano nuovamente i tempi in una lentezza ritmica esasperante e onirica sottolineata dal piano di Barbieri, da effetti elettronici che spuntano qua e là morbidi e sognanti e da ritmi “spazzolati” e lontani, piazzati nel sottoscala dei vocalismi da attico di Steve Hogarth che conclude infine l’album con il brevissimo recitativo (meno di un minuto) spalmato su tappeto di tastiere che intitola questo disco etereo, rarefatto e impegnativo, che non si rassegna a un facile e superficiale ascolto ma pretende quell’attenzione che sarebbe giusto dedicare a un’opera di questo livello e di questo interesse. Un album di “evoprog” (evolution progressive o prog evoluto) si potrebbe dire se esistesse questa denominazione che invece non esiste, o meglio, non esiste ancora. E se mai in un futuro esisterà, dovremo ricordarci che la prima volta è stata attribuita a questo immaginifico e suggestivo album.

Maurizio Pupi Bracali

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