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24 giugno 2016 , ,

The Claypool Lennon Delirium

MONOLITH OF PHOBOS

2016 - ATO Records-Fontana North
[Uscita: 03/06/2016]

Stati Uniti   #consigliatodadistorsioni    

 

delirium_albumNon si dà vera musica nella falsa potrebbe essere la rivisitazione del noto grido di battaglia adorniano dei “Minima Moralia”. Qualcosa di simile devono aver pensato Les Claypool e Sean Lennon allorquando hanno deciso di dar vita a questo strambo progetto artistico nato, a quanto afferma lo stesso Les, nel backstage di un tour del 2015 in cui i suoi Primus dividevano il palco con i Ghost of a Saber Tooth Tiger, l’ensemble di cui Lennon è leader.

Da qui al Delirium contenuto nel nome della band la distanza è quella, breve, che porta allo studio di registrazione di Claypool dove con osservanza crediamo ben poco claustrale i due hanno inciso gli 11 brani stralunati che compongono questo “Monolith of Phobos”. Se come si diceva in apertura non si dà vera musica nella falsa è sempre possibile iniettare sane cialtronate in modo così massivo da rendere indecidibile ogni giudizio. E dal falso, come si sa, discende qualsiasi cosa. Anche un barlume di follia prog dal nitore talmente carico di artificiosità da considerarsi un vero gioiellino della modernità di plastica. Ci sembra questo il senso delle atmosfere sfrangiate di Mr. Wright, testimonianza viva di crisi epilettiche sopite da una cascata di suoni 70’s e tanto tipicamente 70’s da non essere rintracciabili in nessuna incisione dell’epoca. Claypool e Lennon inaugurano una speciale forma di iperrealismo sonoro, una grande macchina per la produzione di un passato musicale mai esistito, producono ricordi di sogni che nessuno ha sognato.

 

Questo ci sembra l’aspetto realmente sensazionale di una produzione che altrimenti si sarebbe limitata allo sciatto manierismo stilistico, per intenderci quello che spupazza i generi musicali, li riacconcia secondo lo spirito del tempo; quello che propone la non lescreatività come l’unica originalità possibile e altre panzane consimili. E sì, perché Monolith of Phobos è anche un grande viaggio all’interno dei timbri sonori, delle piccole variazioni musicali come la rivisitazione fin troppo colta dei Beatles del “White Album” di Cricket and the Genie - Movement I, The Delirium e Cricket and the Genie - Movement II, Oratorio Di Cricket; una narrazione dalle forti tonalità evocative organizzata in due tracce; una sorta di concept-track per organo e smargiassate lisergiche. Qui e lì compare in penombra anche Frank Zappa ma si ritrae immediatamente les1scuotendo la testa e indietreggiando circospetto. Non per lo scarso valore artistico del progetto, ma a causa di autoreferenzialità di scrittura ingombrante.

D’altra parte come si apprende dal sito ufficiale del progetto, lo stesso Les definisce in questo modo la sensibilità artistica del suo sodale: “He definitely reflects his genetics--not just the sensibilities of his dad but also the abstract perspective and unique approach of his mother. It makes for a glorious freak stew”. Ipse Dixit. Non ci fidiamo e nel dubbio ascoltiamo timorosi la title track che deve il suo nome alle astute considerazioni complottiste dell’astronauta Buzz Aldrin riguardo un monolite, sospettosamente perfetto, da lui stesso avvistato su uno dei satelliti di Marte (Phobos, appunto).

 

Se ci siamo dilungati su questo particolare è perché la traccia non ha molto altro da dire se non che per Les non è considerato illegale tenere il volume della traccia del basso allo stesso livello delle altre e che citare i Pink Floyd non significa scrivere un pezzo dei Pink Floyd. Esattamente come in Bubble Burst in cui le citazioni beatlesiane diventano les2talmente tante ed intrecciate da non distinguere più citazione e costruzione melodica originale. Eppure anche qui come nel resto delle tracce e del disco vi è una soteriologia del talento che trasforma una copia tanto estenuata in un originale senza possibilità di imitazione. Certo, perché il talento ai due non manca e il polistrumentista Lennon non può che affrancarsi dal suo cognome, ora lo ha capito, se non per consunzione della mitologia genitoriale.

Allo stesso modo Claypool deve lottare contro il suo stesso eclettismo barocco e pedante, decide di farlo esasperandolo: esemplare l’ipertrofia del basso in Boomerang Baby, uno dei momenti più alti del Delirium del duo.  Si esce dall’ascolto del disco irritati e felici, forse stanchi dall’affastellarsi di citazioni, groove, psichedelia, progressive, simbolismi infantili, eppure consapevoli che si tratta di una delle migliori uscite dell’anno per quanto concerne il giudizio di chi scrive. Il che la dice molto, al tempo, su chi scrive e sulle uscite dell’anno. 

 

Voto: 7/10
Luca Gori

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