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11 dicembre 2017 ,

The Church

MAN WOMAN LIFE DEATH INFINITY

2017 - Unorthodox Records
[Uscita: 06/10/2017]

Australia   #consigliatodadistorsioni  

  

church_coverFormatisi in quel di Canberra nel 1980, The Church hanno ormai totalizzato ben 37 anni di carriera e raggiunto la ragguardevole cifra di 25 album pubblicati, l’ultimo dei quali risalente a tre anni fa. Steve Kilbey (voce, basso, chitarra, tastiere) e Peter Koppes (chitarre, chitarre, chitarre...), dopo aver smarrito per strada la seconda chitarra di Marty Willson-Piper proprio all’altezza del precedente, monolitico “Further/Deeper”, da allora sostituito egregiamente da Ian Haug (ex Powderfinger)  tornano con questo nuovo disco a macinare il loro psych-pop gentile, come d’altronde si attendono i fedelissimi fans della band australiana, nutrita compagine alla quale ci onoriamo di appartenere.

La linearità degli arpeggi, le chitarre liquide, le tastiere eteree, il cantato mai troppo enfatico, i ritmi mai troppo esagitati, continuano ad essere i protagonisti di quel  “suono Church” che abbiamo imparato ad amare in questi (quasi) quattro decenni, churchun periodo quasi costantemente sostenuto da un’ispirazione miracolosamente mai scesa sotto il livello di guardia, mantenendosi anche nei periodi più “appannati” in una sfera di aurea mediocrità che ha sempre consentito ai nostri di pubblicare album comunque dignitosi. Non fa eccezione questo “Man Woman Life Death Infinity”, composto da dieci brani narranti quanto espresso dall’esplicito titolo e ricco di un’appropriata densità.

La seriosità del tema dominante, evidente sin dall’introduttiva, epica Another Century, rimanda alternativamente agli esordi (For King Knife, In Your Fog, la splendida Before The Deluge – solo omonima del capolavoro di Jackson Browne e ben sostenuta dal lavoro ritmico del batterista Tim church1Powles) o sfodera accenti più psichedelici (Submarine, Undersea, I Don’t Know How I Don’t Know), fino a lambire le atmosfere à la Nick Cave del periodo “Priest=Aura” (Something Out There Is Wrong, la conclusiva Dark Waltz), con una leggera patina pinkfloydiana  che emerge qua e là. Un album che guarda avanti cercando, riuscendovi, di mantenere aggiornato il proprio linguaggio espressivo, lo stesso che nel tempo il gruppo ha contribuito a sviluppare e codificare e al quale si sono ispirate miriadi di gruppi contemporanei. E tutto ciò vorrà ben dire qualcosa. 

 

Voto: 8/10
Massimo Perolini

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