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22 luglio 2016

Beth Orton

KIDSTICKS

2016 - Anti Records
[Uscita: 27/05/2016]

Inghilterra   #consigliatodadistorsioni     

 

bethcoverA quasi quattro anni dal precedente “Sugaring Season”, già favorevolmente recensito su questi schermi, torna a farsi viva Beth Orton. La quarantacinquenne ragazza di East Dareham, Norfolk, Gran Bretagna, ha avuto una carriera piuttosto rada, avendo partorito solo sette album (compreso questo) dal 1993. Eppure, a suo modo stiamo parlando di un’artista di notevole creatività: la sua vena folk, incrociata con l’elettronica messale a disposizione da autorevoli compagni di viaggio come Andrew Weatherall, William Orbit, Red Snapper e Chemical Brothers, ha dato origine ad un peculiare pastiche sonoro che si è meritato, negli anni ’90, l’appellativo di tripfolktronica. Si era allora in pieno boom del trip-hop, e fu facile appiccicare alle melodie lente ed elettrificate di Beth quell’appellativo. Col tempo e con il trasferimento dalla piovosa isola oltremanica alla solatia California, Orton ha optato, oltre che per un paio di maternità, per un ritorno alle basi acustiche del suo sound, prendendo addirittura lezioni di chitarra dal monumento Bert Jansch. Tale svolta ha avuto il proprio culmine, appunto, con il citato “Sugaring Season”.

 

bethBeth, però, ha sempre in serbo qualche sorpresa, infatti questo “Kidsticks” rappresenta un testacoda completo, un ritorno tanto inaspettato quanto riuscito al suo periodo elettronico, questa volta con la collaborazione di Andrew Hung dei Fuck Buttons e dell’ingegnere del suono David Wrench, uno che ha lavorato con Hot Chip e Caribou, tanto per inquadrare il genere. Messe in magazzino, o almeno nella stanza accanto, le chitarre acustiche, la nostra Beth ci scodella una raccolta di dieci canzoni in cui il suo soprano sottile, spesso sussurrato, naviga tra flutti a volte procellosi, a volte calmi, di beats elettronici, loops e suoni sintetici, che conquista fin dal primo ascolto. Tutti gli ingredienti sono perfettamente mescolati, come in uno di quei piatti dei grandi chef in cui la miscela dei bewthgusti è ottima in sé, pur permettendo di assaporare ognuno dei componenti. Colpiscono in particolare il singolo scelto per anticipare l’album, Moon, in cui compaiono anche Guillermo Brown alla batteria e Bram Inscore al basso, un pezzo dance che resta inesorabilmente nelle nostre orecchie, l’elettrofunk 1973, in cui risuonano addirittura echi dei Kraftwerk, l’atmosferica Wave, il cui titolo è di per sé una dichiarazione d’intenti, la rarefatta Flesh & Blood, bagnata della pioggia di Portsmouth. Questo disco è qualcosa di più di un semplice ritorno alle origini, un recupero di sonorità consuete: è l’inizio di qualcosa di nuovo.          

Voto: 7.5/10
Luca Sanna

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