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10 febbraio 2012

Il Teatro degli Orrori

Il Mondo Nuovo

2012 - La Tempesta Dischi
[Uscita: 31/01/2012]

Si chiama  "Il Mondo Nuovo" il titolo del nuovo disco de Il Teatro degli Orrori, a seguire il folgorante esordio "Dell'impero delle tenebre"  (2007), che aveva squarciato in due la scena indie rock ed il suo degno successore "A sangue freddo" (2009) uno dei migliori dischi italiani del decennio zero. Il disco si doveva inizialmente intitolare Storia di un immigrato, con ovvia citazione per De Andrè, poi con grande sagacia ed acume tattico Capovilla e banda hanno pensato bene una volta tanto di lasciarlo in pace, visto anche il deprimente e vergognoso sciacallaggio mediatico avvenuto alla morte di Fabrizio, continuato con le decine di pubblicazioni di libri, tributi vari e covers di qualità spesso meno che mediocre. Il titolo più che a quello quasi paritetico dell'altra grande band nostrana, Bologna Violenta di Nicola Manzan, "Il Nuovissimo Mondo" (2010),  fa riferimento al celebre romanzo omonimo, nella traduzione italiana, di Aldous Huxley, che narrava di una società in deterioramento, ovvero l'esatto specchio dell'attuale situazione, con egoismi personali a dominare su tutto.  

 

Anche "Nuovomondo" (2006) del nostro Emanuele Crialese (Terraferma) narrava di un certo Salvatore che ai primi del novecento andava in cerca di fortuna in America, ovvero era uno dei tanti migranti che scelsero la via del mare per tentare fortuna ed un futuro migliore, con annessi i soliti problemi di inserimento nella società di accoglienza. Il disegno di copertina, che è stato chiamato Face Cancel, è stato realizzato da Roberto Coda Zabetta ed è perfettamente rappresentativo del contenuto musicale, vista la crudezza delle liriche e delle sonorità dell'intero lavoro.  Era difficile superare i due precedenti lavori, anzi era elevato il timore di sterili ripetizioni,  ma la forza di questa  band sta anche nel superare le sfide più difficili:  dopo due anni d'attesa abbondanti Il Teatro degli Orrori si ripresenta con un concept album di durata chilometrica, quasi a giustificare il tempo impiegato alla composizione del tutto. Lo stile musicale del gruppo è rimasto immutato, i soliti assalti sonori a cui si aggiungono delle angosciose slow ballads, anzi quasi murder ballads tanto per citare Nick Cave e visti gli argomenti trattati. Su tutto emerge il solito inconfondibile canto/recitativo di Capovilla, del resto quest'ultimo oltre all'attività di frontman del Teatro, è solito proporsi in reading dei suoi autori preferiti, Celine, Brodskij, Esenin e Majakowski, grandi poeti diretti e sinceri  che dicono la verità  al pari dei fantastici uomini libro di "Fahrenheit 451" del grande Ray Bradbury. 

 

Nelle sue 16 canzoni-storie per oltre 77 minuti di durata, vengono trattate delle piccole odissee di allontanamenti, di drammi personali e profonde disperazioni, ma anche della speranza, magari utopica  che tutto questo un giorno possa finire. Il tema dell'immigrazione è uno dei più scottanti ai giorni nostri: nel nostro paese per anni il tristissimo binomio xenofobo-leghista ha pensato bene durante il suo governo  di metterlo come priorità assoluta, ma nel senso più dispregiativo del termine, ovvero di infondere nel popolino italico il terrore dello straniero, addossando a quest'ultimo tutte le malefatte e nefandezze possibili. Capovilla ed Il Teatro affrontano il discorso di punta, senza peli sulla lingua:  del resto già il precedente disco conteneva la dedica-tributo a Ken Saro Wiva, il grande  poeta nigeriano massacrato a sangue freddo, proprio come il titolo dell'album. I personaggi delle mini biografie eviscerate in questa autentica odissea musicale in sedici atti possono essere accostati  a certe songs di perdenti dell'ultimo disco degli Zen Circus, vedi Franco Il Cattivo pagatore; anche le creature del Teatro degli Orrori sono nate per subire, che siano emigranti o emarginati poco cambia nella sostanza. Ogni canzone meriterebbe una singola citazione, Rivendico aperta da una batteria scalpitante è una partenza alla grande, nel classico stile del gruppo.  

 

 

Io cerco teche ha fatto da singolo apripista, è già celeberrima per il noto passaggio "Roma capitale sei ripugnante, non ti sopporto più", una citazione dovuta alla città capitolina per il suo lento degrado oltre che il recente aumento della criminalità, una song con belli stacchi della magica acustica di Gionata Mirai, già evidenziata nel suo esordio solista  "Allusioni" .  Dopo Ken Saro-Wiva in A sangue freddo si torna  a parlare di Nigeria in Gli Stati uniti d'Africa, più precisamente di Henry Okah, leader del movimento per l'emancipazione del Delta del Niger, che da anni lotta per ripartire i ricchissimi introiti  derivanti dai giacimenti petroliferi della regione anche alla poverissima popolazione locale. C'è poi il miserabile soldato yankee catapultato sulla rotta Cleveland-Baghdad, più in cerca di money che di gloria, che è "stanco di ubbidire" e di uccidere bambini innocenti scambiati per terroristi. Ma altrettanto intenso è il dramma di Ion, operaio rumeno bruciato vivo a Varese nel 2000 solo perché si voleva far "regolarizzare" al lavoro, e la cui "pelle non c'è più", perché dilaniata dalle ustioni. Martino - il testo è riadattato dal Compagno di  Esenin -  è invece un figlio incazzato di un operaio, ha solo un vecchio gatto ed Antonio Gramsci come amici;  bizzarro nella canzone l'accostamento tra il più grande comunista italiano della storia ed uno dei capolavori del prog-rock inglese di sempre,  "Selling England by the pound" degli amati Genesis.

 

Fra le vette creative de "Il Mondo Nuovo " un posto di riguardo lo merita il rap scorticato di Cuore d'oceano unito all'epico canto di Caparezza che ha pure scritto il testo:  il tutto parla del dopoguerra italiano, di tutti quei nostri migranti che scelsero la strada del mare, per arrivare all'America, alla terra (ferma) promessa, ed anche se sono storie di quasi 70 anni fa sono purtroppo attualissime perché potrebbero pure riferirsi ad uno dei tanti barconi carichi di rifugiati di guerra nel Mediterraneo che affondano con decine di disperati a bordo, nell'indifferenza generale di un paese, il nostro, pronto a commuoversi soltanto per le disavventure dei croceristi e dello schettino di turno.  Angosciose sono le storie di Monica e Pablo, l'ultima con strizzata d'occhio a De Gregori, con Pierpaolo che ripete i refrains all'infinito giusto per far aprire gli occhi oltre che le orecchie di chi ascolta.  Nicolaj uno degli apici del disco, un intro in puro stile post-punk inglese a cavallo dei 70-80, poi entra la voce maestosa ma drammatica di Capovilla, un testo che è una pugnalata nello stomaco, si invoca anche il signore, "forse Dio avrà pietà di noi".  

 

Splendida la canzone che intona Doris, da un brano degli Shellac, con miracolose utopie come la suora che "compra il Corriere e ci nasconde il Manifesto" o un "pompiere in preda al panico salvato dai bambini" per finire con "i politici che crepano", grande immenso Pierpaolo viene da gridare.  Adrian  Vivere e morire a Treviso chiudono il tutto, la prima è la traccia più lunga del disco con i suoi 8 minuti scarsi e parla di Bmw che esplodono, del sicario maledetto che "compra" la vita di giovani disadattati mentre l'altra ha un testo bellissimo ma crudissimo, "il cielo di stelle è l'ultima cosa bella che ci rimane" ,"c'è così tanto amore da rifare il mondo intero", ma anche "sveglia devi lavorare, spezzare la schiena dei giorni feriali". Il Teatro degli Orrori mai come in questo disco tiene fede al suo nome di battaglia, l'opera di Antonin Artaud parlava di un teatro della crudeltà, dello spettatore che non ha via di fuga, che non può sottrarsi  dalla situazione oggettiva, deve solo guardare e partecipare come perno sul quale ruota tutto: come  l'Alex di "Arancia Meccanica" sotto la tortura della cura Ludovico nel capolavoro kubrickiano.  

 

Nelle note al disco si spiega che questo è un disco politico: giustissimo, perché nell'attuale società italiana  si scontrano "gli anticorpi democratici con i batteri e i virus della xenofobia, dell'intolleranza, della paura dell'altro".. I magnifici intepreti di questa opera monumentale sono oltre al cantante Pierpaolo Capovilla, Gionata Mirai alla chitarra, Giulio Ragno Favero al basso e Francesco Valente alla batteria. Grazie a tutti. 

 

 

Ricardo Martillos
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