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11 settembre 2014

Interpol

EL PINTOR

2014 - Matador Records
[Uscita: 09/09/2014]

USA

elCirca 150 anni fa la chitarra elettrificata giocava ancora a fare il verso al futuro mentre un simpatico filosofo nato a Treviri, tale K. Marx già intuiva quale ripetitiva invenzione sarebbe stata - se riposta nelle mani sbagliate - scrivendo da qualche parte:  “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa”. Peccato abbia dimenticato di dirci che la farsa vive nella ripetizione. Quindi è possibile la stessa storia si ripeta non due ma anche cinque volte. E proprio questo è il numero di album confezionato dai celebri newyorchesi Interpol che, sempre alla ricerca di nuove soluzioni, hanno anagrammato il loro nome in modo da produrre il titolo del disco: “El Pintor”. Fedeli a questa soluzione gli Interpol hanno deciso di incidere un prodotto musicale composto di schizzi e bozzetti provenienti dalla loro storia più o meno recente. Del resto basta inserire il supporto nell’apposito lettore per imbattersi immediatamente in All the rage back home con i suoi riff taglienti e ipnotici; tuttavia non ci ipnotizza tanto da non sentire una eco che da PDA di “Turn on the bright Light”, il loro lavoro d’esordio datato 2002, arriva sin qui. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per convincere le nostre orecchie che le citazioni siano parte di un sistema che produce la novità. Si va quindi avanti rincorsi da questa piacevole eco e piacevole perché, sia chiaro, di piacevole eco si tratta. Arriviamo quindi a My Desire che ci accompagna più soffice verso Anywhere che vorrebbe essere per questo lavoro ciò che Antic è stato per la storia degli Interpol nel suo complesso, vale a dire una bella carezza all’orecchio dell’ascoltatore che è invitato a lasciarsi anche strizzare l’occhio e magari a muovere i lombi a tempo. Ma non per troppo tempo: arriva la parte centrale dell’album nella quale si insabbiano tutte le velleità creative, come spesso avviene e come gli Interpol a quanto pare ben sanno (Same townnew story)

 

interpol bigA questo punto la band prova a tirarci fuori della palude melodica nella quale ci ha abbandonato con lo zelo sognante di My blue supreme:  apprezzabile l’impegno vocale di Paul Banks e la volontà di stupire con controtempi chitarristici all’altezza della fama planetaria degli Interpol. Tuttavia il risultato è ancora molto affettato, e ci lascia il dubbio che sia proprio questa raffinatezza che confina con lo stucchevole l’unica vera novità del disco, e quindi anche solo per questo apprezzabile; tanto da farci pensare che la voce di Banks che ci accarezza piacevolmente, anche se in modo sempre un pochino untuoso, e le chitarre accordate da un serafino ubriaco (qualcuno direbbe sognanti) potrebbero essere la nuova cifra stilistica degli Interpol. E invece no: l’album si dipana tra languori vari alla Interpol passando per Breaker 1 nella quale la cosa più interessante è la presenza nel finale di una traccia sonora di qualche secondo in lingua italiana del maxiprocesso alla mafia celebrato a Palermo. Cosa avranno voluto dire? I pezzi che chiudono il disco (Ancient ways e Tidal wave) purtroppo non ci rispondono e pongono altri interrogativi soprattutto sull’uso purtroppo legale degli fx sulla voce, soprattutto quando non hanno nessuna necessità espressiva all’interno di un brano musicale (Twice as hard). Se non lo avessimo già ascoltato nel 2002 ci sentiremmo di consigliare El Pintor. Forse avrebbero dovuto presentarsi come i soliti mediocri americanotti da dancefloor: il disco lo avremmo dimenticato in fretta; e invece no, hanno deciso di proporci buona musica, per questo tendiamo a rammentarcene. Come si fa con le promesse.

Voto: 5.5/10
Luca Gori

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