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8 marzo 2013

Tetuan

Qayin

2013 - Brigadisco Records, Onlyfuckingnoise Records
[Uscita: 23 /02/2013]

tetuanLa potenza espressiva dei Tetuan si era già palesemente rivelata nel loro primo disco del 2010 “Tela”, un’autoproduzione successivamente raccolta da un considerevole pugno di etichette tra le quali Brigadisco Records (I Dischi del Minollo, Timpan Records e Onlyfuckingnoise Records). Proprio attraverso la Brigadisco si erano potute mettere in luce le qualità sperimentali del trio di Macerata composto da Cristiano Coini (tastiere e basso), Riccardo De Luca (chitarra e percussioni) e Edoardo Grisogani (batteria ed elettronica). Se ne ricorda infatti il singolo Delta del Niger, presente nella complilation n° 3 “Ulula”. Con questo ultimo lavoro la band giunge decisamente ad una piena maturità sonora, smussando ogni spigolosità del loro sound granitico e dirompente, rendendolo corposo e fluido, armonizzato nella destrutturazione e altamente descrittivo nella sua visionaria e iper realista crudità psichedelica. Un’impalcatura che assume solidità e stabilità ancorandosi alle lectio di scuola post hardcore, agli scenari apocalittici incarnati da Ian MacKaye, al noise dissonante e metallurgico dei Sonic Youth così come alle reiterazioni e alle derive brutali dei Big Black.

 

Ma soprattutto i Tetuan mettono in mostra un mordente sperimentale del tutto peculiare, aprono una finestra su una visuale sospesa di oscurità ed espressionismo, su sentori di tribalità e primitivismo scarni quanto contorti e parossistici. Rangoon è giocata su percussioni incalzanti e metronomiche lacerate da accordi di basso. I ritmi sono reiterati e tesi, suggeriscono un’atmosfera di saturazione al limite della claustrofobia spezzata da tocchi più morbidi delle tastiere che però non spezzano l’affannoso vortice cui rimane ancorato il filo conduttore e monocromatico imbastito dalle percussioni. I ritmi orientaleggianti e cingolanti lasciati intravedere nel primo pezzo vengono ripresi attraverso impercettibili trame in Welcome to, una specie di rito berbero in parte sospeso e raggelato da cori lugubri e metalliche scampanellate, in parte reso convulso dal battito ferino della batteria e il tocco monocorde del basso. Bengasi prosegue nella destrutturazione arabeggiante e iper cinetica che diventa quasi frenesia, incedere zombiano ed errabondotetuan di totale nevrosi psichica. Con Barakallahulekom la carnalità primitiva atterra direttamente nei luoghi d’origine, nella città marocchina da cui il gruppo prende nome.

 

La batteria descrive un crescendo delirante che altro non è che possessione ipnotica, convulsione, catalessi, sincretismo tra esoterismo da cerimoniale voodoo e fervore da ascesi mistica. Degli otto brani presenti, la seconda metà, accentua la disgregazione noise, l’alienazione androide di scuola Chrome, specie nel bellissimo Qayin (Caino) che dà il titolo all’album. Si ripercorrono le atmosfere di degrado metropolitano, gli stridori e le deformazioni dell’era post industriale. Con una vena di creatività a tratti macabra a tratti morbosa, scarna e sibilante, nevrotica e ossessiva ma sempre intensamente pregnante. La deriva desertica dell’espiazione, il fardello della colpa, la monografia dell’astrazione esistenziale, l’archetipo della rivolta e della ricerca, della contraddizione e dello smarrimento. Hevel è il brano in cui si aprono i baratri delle domande irrisolte e in cui il silenzio sfida la gravità. L’impotenza del fratello buono martirizzato dalla colpa del mondo, dalla colpa dei limiti umani. L’iconografia della lotta impari. L’estremo apice concettuale di questo lavoro che vuole annegare il peso di una lucidità consapevole quanto opprimente nelle danze di perdizione della finale Luxor.  La fase del rigetto e della rassegnazione. Lasciatemi dire, non senza una punta di orgoglio, che vibrazioni così viscerali potevano provenire solo da certi ‘covi’ anacronistici e da certe menti in cui la sovversione corre nel sangue.

 

Voto: 7,5/10
Romina Baldoni

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