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23 ottobre 2017

Juju

OUR MOTHER WAS A PLANT

2017 - Fuzz Club
[Uscita: 22/09/2017]

#consigliatodadistorsioni

 

Dopo il bellissimo esordio eponimo del 2016 attendevamo con interesse il nuovo lavoro del multistrumentista siciliano Gioele Valente col suo progetto Juju, che si annunciava sotto i migliori auspici: una nuova etichetta, l'inglese Fuzz Club, un ritorno sul prestigioso palco del Liverpool Psych Fest, la partecipazione di Capra Informis degli svedesi Goat. Ebbene le aspettative non sono certo andate deluse, “Our Mother Was A Plant” è disco di grande e affascinante psichedelia, declinata in quel terreno quanto mai fertile nel quale l'elettricità del rock si sposa con sonorità arcaiche e tribali. Un dialogo e un confronto continuo fra il nostro presente e le nostre più lontane radici che affondano nel primigenio e ancestrale compenetrarsi con la natura. Se tema del primo disco era il legame con le culture altre visto attraverso l'odissea dei migranti, qui Juju interpreta la psichedelia come via per ritrovare l'unità con il mondo naturale: «"Our Mother Was A Plant” prende ispirazione dai grandi ricercatori psichedelici ed esploratori di piante come Timothy Leary, William Burroughs, Jim Morrison, TerenceMcKenna, Jeremy Narby e molti altri. Persone che sono riuscite a rivelare il meccanismo segreto dell’inconscio legato al mondo naturale che ci circonda, e dal quale siamo decisamente separati. Ogni separazione, ogni nevrosi, sessismo, razzismo, specismo, violenza, terrorismo deriva dalla divisione che l’essere umano ha operato tra sé e la biosfera”.

 

Musica come incanto panico, ritmi incalzanti e ipnotici, percussioni tribali, canto evocativo di misteriose visioni esoteriche, travolgenti progressioni chitarristiche, sintetizatori, droni strumentali che si stratificano lungo i brani, riverberi e distorsioni, tutto contribuisce a fare dell'ascolto di “Our Mother Was A Plant” una lisergica immersione totale nell'universo sonoro imbastito da Juju, autentica esperienza di abbandono delle miserie del quotidiano per essere proiettati in un'esperienza altra, un viaggio nel nostro incoscio, nel nostro remoto passato, ma anche l'epifania di un possibile presente diverso. Influenze kraut, shoegaze, funk, afrobeat, space rock, orientali, fra le quali Juju si muove con animo ispirato, contribuiscono a fare di questo lavoro un ascolto affascinante e sorprendente. Otto sono le splendide tracce del disco, ci limitiamo a segnalare la travolgente trance ipnotica In A Ghetto, una delle due  con Capra Informis al djembe (l'altra è Sunny After Moon dalle distese atmosfere floydiane), dal rutilante ritmo percussivo e dalle suggestive incursioni del canto, di chitarre distorte, di sonorità orientali; What A Bad Day dominata da un basso implacabile in primo piano che disegna un funk scuro, mentre tutto intorno lamenti di chitarre, angosciosi suoni distorti e la voce in stile mantra tratteggiano atmosfere cupe e inquiete, e la meravigliosa traccia iniziale Death By Beautiful Thing dove su una linea di basso funk la chitarra disegna riff di sublime suggestione psichedelica fino a un finale di matrice kraut. Davvero un gran disco! 

 

Voto: 8,5/10
Ignazio Gulotta

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