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28 agosto 2014

Various Artists

HAPPY BIRTHDAY GRACE,1994 -2014, A tribute to Jeff Buckley’s masterpiece

2014 - QB Music
[Uscita: 23/08/2014]

hbgSono passati oltre 17 anni dalla scomparsa di Jeff Buckley, da quel triste 29 Maggio 1997 a Memphis, quando le fangose acque del Mississippi se lo portarono via per sempre. Aveva una voce straordinaria e talento compositivo, sia pure di qualità inferiore a quella del celebre padre, Tim. Ma forse il paragone è ingiusto visto che, almeno da vivo, ci ha lasciato solo un disco in studio, l'indimenticabile "Grace" (Columbia, 23 agosto 1994). Avendo assistito dal vivo a due delle esibizioni italiane del 1995 non possiamo che confermare anche la sua grandezza on stage, il fascino magnetico e pathos emozionale che sempre sapeva regalare. Tra i migliori live act della sua epoca. Dopo Jimi Hendrix non abbiamo ricordo di un altro artista così pesantemente saccheggiato dopo la morte come Jeff Buckley. La madre Mary Guibert, violoncellista, ha pubblicato in pratica qualsiasi registrazione avesse fra le mani del figlio, facendo sì da saturare il mercato con registrazioni spesso simili una all'altra, sia pure di qualità sempre accettabile. Dopo Ian Curtis e Kurt Cobain - morti suicidi - con Jeff Buckley il mondo della musica rock ha trovato un altro artista da venerare, situazione che quantomeno ha riportato a piena luce anche la ben più importante produzione discografica del padre, che purtroppo ha avuto una operazione di ripescaggio ben inferiore.

 

Jeff-Buckley-Grace"Grace" 20 anni fa aveva dato un bello scossone ai sonnacchiosi anni novanta, una fase musicale con molti riciclatori e pochi suoni nuovi. Quella voce così particolare si elevava da tutte le altre, come appartenente ad un altro pianeta. Adesso nel 2014 appare lodevole l'iniziativa di dieci artisti italiani e della QB Music di riproporre per intero quel disco magico. L'album si intitola senza troppa fantasia "Happy birthday Grace" e si presenta con un disegno non bello in copertina di Paolo Castaldi teso quasi a deturpare il bel volto di Jeff. Ma passiamo oltre. Una delle cose più straordinarie del disco originale era ovviamente l'incredibile voce dell'allora 28enne uomo di Anaheim, che nel corso dei 52 minuti dell'album dava prova di capacità sconosciute a qualsiasi altro contemporaneo. Detto questo l'impresa degli artisti di casa nostra era senza ombra di dubbio una mission impossible. Facile essere profeti in casi come questi. Il risultato finale lascia alquanto a desiderare. Ok per il cercare di non rifare i brani in copia carbone, ma non per rovinarli con arrangiamenti a dir poco sconcertanti, che rovinano la magia dell'opera originale. 

 

L'inizio è da incubo o quasi. La coppia iniziale di pezzi formata dalle bellissime Mojo Pin e Grace, entrambe scritte da Jeff con Gary Lucas, viene rovinata da due riedizioni da censura. La prima, dei milanesi Starcontrol, viene ridotta ad una mediocre canzone dalle jeffannacquate sonorità post punk, la seconda ha un arrangiamento quasi soul latino, con la singer Naima dei Black Beat Movement, che perlomeno ha dalla sua la miglior voce dei dieci partecipanti a questo tributo. Ma siamo lontani mille miglia dai vertici emozionali dell'originale. Lo stesso debole risultato lo ottengono Last Goodbye, So real, rifatto in una confusa versione elettronica dai Two Fates, ma non va meglio con Lover you should've come over dove la timida prova vocale della Linea del pane pare poco di più di un generoso tentativo. Tremenda anche Eternal life fatta dai Nation of giants, che sembra un pezzo da fm americana dei settanta, mentre Dream Brother di Metadata + Denise non si sa sinceramente come definirla. Tralasciamo volentieri parole forti. Fin qui i pezzi scritti da Jeff Buckley, che già di per sè erano difficile da riproporre. 

 

Ma come la mettiamo con le cover? Quando i pezzi si chiamano Lilac Wine, di Robert Shelton o Hallelujah, di Leonard Cohen, ti tremano le gambe ma soprattutto la voce. Queste canzoni nel disco del 1994 avevano subito due superbe interpretazioni da parte del californiano, talmente belle da apparire brani scritti da lui in tutto e per tutto. Di Lilacjeff Wine resta memorabile la versione della inarrivabile Nina Simone, la trovate in uno dei suoi tanti capolavori per la Philips, "Wild is the wind" del 1966. I predestinati al patibolo in questo disco tributo qui si chiamavano Sergio Arturo Calonego e  Io?Drama. Sul primo taciamo per pudore e rispetto, nel secondo caso invece performance vocale ed arrangiamento non sono affatto disprezzabili. La palma del migliore del tributo spetta proprio a Io?Drama. Costa tanto dirlo, ma "Happy birthday Grace" è un operazione presuntuosa ma soprattutto una grande occasione persa. Questo tributo è - involontariamente, ne siamo convinti, ed in buona fede - quanto di più lontano da un atto d'amore nei confronti di Jeff Buckley. L'unico sollievo è che lui non avrà mai occasione d'ascoltarlo.

Voto: 4.5/10
Ricardo Martillos

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