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30 aprile 2017 ,

Pontiak

DIALECTIC OF IGNORANCE

2017 - Thrill Jockey
[Uscita: 24/03/2017]

Stati Uniti

 

Caratterizzati da una prolificità che gli ha consentito di pubblicare otto album in undici anni, i Pontiak rilasciano "Dialectic of Ignorance”, ultimo episodio della saga. In tutti questi anni i fratelli Carney hanno continuato a condividere il loro ideale di vita in comunità, soggiornando con le rispettive mogli in una fattoria della Virginia, registrando i propri album in loco e producendo una birra artigianale. Rispetto al precedente "Innocence" (2014), la formazione americana ha cercato di organizzare meglio l’album, lavorando maggiormente sul suono e realizzando un lavoro per certi versi più ragionato. Ma gli ingredienti sono sempre gli stessi: psichedelia robusta, massicce dosi di heavy blues, garage e un pizzico di stoner. E come per gli altri episodi, i Pontiak richiedono un ascolto a volumi elevati («please, listen at full volume» è la raccomandazione riportata nella quarta di copertina) e lo sa bene chi ha avuto modo di verificare il livello straordinariamente alto dei decibel degli amplificatori di un loro concerto live. Si tratta di una psichedelia garage tutto sommato genuina, da parte di una band che vive  con naturalità il rapporto con la propria terra, nel cuore delle Blue Ridge Mountains. «Ignorance Makes Me High» cantano nel secondo brano, quasi a volere elogiare le virtù della vita semplice.

 

L’album prende avvio con Easy Does It che gira intorno a un semplice riff che ripetuto in loop produce degli effetti ipnotici, per passare all’intrigante Ignorance Makes Me High che sotto la guida di un basso persistente si sviluppa come un flusso magnetico. Il southern psych si manifesta in tutta la sua potenza in Tomorrow Is Forgetting, nel quale l’insistenza ossessiva del ritmo si risolve alla fine in un possente assolo di chitarra. La psichedelia si fa più oscura e gilmouriana in Hidden Prettiness, mentre le sonorità acquistano più densità e calore in Youth And Age. Le chitarre  assumono sembianze stoner all’avvio di Herb Is My Next Door Neighbor per poi perdersi in variazioni pinkfloydiane. La conclusiva We’ve Fucked This Up sviluppa quel che nelle note di copertina è definito un «desert session groove», ovvero un rituale lisergico nel quale lo spazio sembra volersi dilatare a dismisura. Un album che non deluderà i nuovi e vecchi fan della band americana.

 

 

Voto: 7/10
Felice Marotta

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