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2 ottobre 2015 , ,

Don Henley

CASS COUNTY

2015 - EMI-Capitol
[Uscita: 25/09/2015]

Stati Uniti    #consigliatodadistorsioni  

 

donDon Henley, voce texana tra le più belle (che senso ha qui parlare del batterista di “One of these nights” e “The long run”?), è uno che da quando ha formato, sciolto e riformato gli Eagles – storia più che quarantennale ormai -  ha prodotto, da solista, dischi rari e perfetti. Cinque dal 1982 ad oggi sono un bottino di successi (da “The Boys of summer a The end of the innocence”, parliamo di canzoni milionarie almeno quanto quelle più luminose degli Aquilotti) e di saggezza, perché con quelle capacità vocali e quella scrittura così classica e armoniosa altri si sarebbero tuffati sul mercato ogni due anni. Henley no: parsimonioso, attento, pure antipatico e fin troppo astioso quando si parla di faccende legate al business. Da chi pretende troppo, come alcuni compagni di banda meno potenti di lui, a chi si appropria indebitamente delle canzoni di casa, vedi Frank Ocean che nella sua “America wedding” ha cincischiato troppo con Hotel California, fino a quelli della Geffen, i suoi ex discografici: per Henley sono tutti nemici.

 

maxresdefaultBasta ascoltarle con le intenzioni giuste quelle cinque opere da solista per comprendere la cifra di questo fuoriclasse del pop (oggi si può dire, un tempo sembrava deviare dalla sua strada) a stelle e strisce.  E non solo pop, perché Henley ha sperimentato sul suono Eagles, elaborando idee che assecondavano un gusto per l’elettronica più marcata (quella del pop, non fate voli pindarici) quando ha collaborato con Stevie Wonder (sentire Nobody else in the world but you da “Inside Job”), oppure facevano affiorare la sua passione per il soul (Not enough love in the world da “Building the perfect beast”), o – ancora – degradavano verso una forma canzone imparentata col country già frequentato negli Eagles (Long way home e Talking to the moon da “I can’t stand still”).

don2Questo “Cass County” sembra riprendere il filo di quell’ispirazione più folk già osservata quando Henley partecipò nel 2001 a “Earl Scruggs and friends” contribuendo con Passin’ thru, scelta nel repertorio del banjoista che è tra le influenze del country-rock. E se si tiene a mente anche l’omaggio agli Eagles “Common Thread” del 1993, operato da star della new country music, il cerchio è chiuso. E’ l’Henley maestro anche nei duetti quello che qui tiene banco quando canta insieme a Merle Haggard, Martina McBride e Dolly Parton, un pantheon  di star del country vecchia e nuova maniera.

 

Compone alla maniera sua, soffice e graffiante al tempo stesso (Too much pride è uno schiaffo soul-blues al magnate Donald Trump), liberando la voce al massimo delle possibilità, che sono lievemente inferiori rispetto a un tempo ma ancora una spanna sopra a tanti. Ed anche quando si rivolge alla tradizione (Too far gone di Billy Sherill, già don1interpretata splendidamente da Emmylou Harris) fa centro. 

Superbo l’avvio, a tre voci, con Mick Jagger e Miranda Lambert (Bramble rose) e riflessiva anche se energica nella sua struttura la chiusura del disco: Where I am now, molto Eagles, con quella frase programmatica “me la sono spassata, ho fatto mille fesserie, avrei dato tutto per quel bel faccino, ma se mi chiedessero torneresti indietro risponderei ‘no sto bene qui”, sembra un po’ la Life’s been good di Henley. Un lavoro riuscitissimo, per chi ama gli Eagles, il country più tradizionale e tutto ciò che Henley ha prodotto da solista. Dunque vadano pure a colpo sicuro quelli che si trovano a loro agio in quel triangolo magico.

 

Voto: 8/10
Ermanno Labianca

foto 3: di Danny Clinch

 

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