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1 marzo 2015

Vizio di forma

Paul Thomas Anderson

2014 - USA - Cast: Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro, Reese Witherspoon, Jena Malone, Owen Wilson, Martin Donovan, Sasha Pieterse, Martin Short, Joanna Newsom, Jillian Bell, Maya Rudolph Durata: 148 min. - Uscita Italiana: 26 febbraio 2015

"Sento che tutta la mia vita è stata basata su presupposti illusori. Ho perduto la realtà. Può dirmi, per favore, dov'è la realtà?"

(Thomas Pynchon, Vizio di Forma).

 

Il vizio di forma è un problema intrinseco, un problema alla base delle cose che inficia qualsiasi sviluppo successivo. Paul Thomas Anderson nella sua carriera ne ha inseguite e raccontate molte di queste anomalie, disfunzioni di sistema che mettono in discussione un fenomeno. C'era il vizio di forma del capitalismo rampante (Il Petroliere), il vizio di forma dell'America del dopoguerra, con le sue speranze e i suoi bisogni (The Master): il regista li ha descritti col senso della dismisura che gli è proprio, ne ha fatto affreschi di tragica complessità. Il romanzo di Thomas Pynchon, dunque, gli offre lo spunto per continuare un discorso iniziato da tempo; il cinema dell'ultimo Anderson infatti pare seguire un filo conduttore e con questo ultimo lavoro siamo davvero arrivati ad uno snodo cruciale.

 

Il romanzo di Thomas Pynchon è un libro catastrofico che s'interroga con un sorriso beffardo sulla morte del postmoderno (e su un ritorno ad un individualismo digitale neo-modernista e paranoico) scritto da chi il postmoderno lo ha inventato. Un grande ed ondivago libro che dimostra (con una certa dose di autocritica) come un certo modo di fare letteratura sia finito, morto e sepolto: parodia d'una parodia di un noir alla Chandler, cortocircuito al quadrato tra teoria e prassi del romanzo contemporaneo. Più che un pastiche, un pastiche sulla sublime arte del pastiche, un trip in acido iper-postomoderno; la fine di tutto attraverso un parossismo esasperato. Portare sul grande schermo un oggetto narrativo del genere (e forse Inherent Vice è il più accessibile, almeno apparentemente, tra i romanzi di Pynchon) è impresa titanica e sulla carta impossibile. Paul Thomas Anderson, però, non è nuovo a sforzi del genere, ed anzi nella sua trasposizione cinematografica non solo riesce a cogliere lo spirito dell'opera (e del tempo) ma ci offre una lettura del romanzo che aggiunge elementi in più rispetto alla parola scritta, sovrapponendo la sua poetica a quella dello scrittore e riuscendo nella disperata impresa di segnare col proprio marchio autoriale l'opera d'un gigante. Pynchon, insomma, non schiaccia Anderson e anzi tra i due è proprio il regista ad attirare l'altro nella propria visione del mondo.

 

La trama è un pretesto: le allucinate indagini di Doc Sportello, detective privato hippie e gran consumatore di marijuana in una California del 1970, tra palazzinari scomparsi, ex fidanzate mai dimenticate, sassofonisti surf creduti morti, Black Panthers e neonazisti, LAPD e FBI; un groviglio di situazioni (e anzi, Anderson sfoltisce di molto l'intreccio del libro) il cui scioglimento è fin dall'inizio impossibile (ma il senso sta proprio lì: nell'intrico, nel groviglio neobarocco d'una realtà allucinata). Nel portare sul grande schermo questo romanzo il regista compie un'operazione di grandissima riscrittura; il libro avrebbe autorizzato infatti una lettura di tipo virtuosistico (una sorta di iper-Scorsese), ultra-pop e massimalista. Andeson invece abbassa i toni e gira una commedia che guarda più ad Altman e a Polanski (Chinatown), con un occhio (sbilenco) al noir classico e alla sua vena malinconica (sbaglia chi lo paragona a Il grande Lebowski); e lo fa con uno stile che tende a sottolineare questa amarezza di fondo: grandi primi piani e un uso, si potrebbe dire, “virtuosistico” della staticità della macchina da presa. La capacità d'orchestrare scene ed attori (Phoenix è grande come al solito) è subito evidente, fin dalla prima, grandissima, sequenza accompagnata dalle note di Vitamin C del Can, scandita da un ritmo che è quello proprio del grande cinema.

 

Ma il discorso sulla fine resta intatto: fine della speranza, fine della controcultura, fine della realtà. Gli anni Settanta sono un momento di svolta, un periodo in cui l'entusiasmo cede lo spazio alla paranoia, al complotto. Una serie di spettri aleggiano per tutto il film, fantasmi d'un mondo finito in procinto di cambiare, in peggio. Spettri spaventosi: quello di Charles Manson (che chiuse nel sangue il flower power) e di Altamont, quello di Ronald Reagan e di Richard Nixon: angeli della morte d'una società che per un'ultima volta nella sua storia ha cercato di cambiare ma che di nuovo ha fallito (e qui il paragone con The Master è d'obbligo). Il vizio di forma è finalmente uscito allo scoperto: cambiare, migliorare non sarebbe stato comunque possibile perché l'avaria è alla base, e quello che abbiamo davanti agli occhi altro non sono che i sintomi di quell'anomalia intrinseca (inherent vice) che ci portiamo dietro da molto e che finora abbiamo fatto finta di non vedere (e questo discorso vale anche per il cinema hollywoodiano, come prodotto di quell'ambiente e dunque di quei “vizi”). E allora l'era di sicurezza scivola lentamente nell'epoca dell'entropia, un disordine che non è solo costatazione della complessità del reale, ma probabilmente testimonia la fine stessa di quella realtà che ormai ha lasciato il posto alla finzione, al complotto e alla paranoia (e basta guardarsi un attimo intorno per capire quest'era non è ancora finita).

 

Il film di Anderson, forse ancor di più del romanzo da cui è tratto, ci fa riflettere sugli albori di un cambiamento sociologico epocale, la fine dello sballo, la fine del colorato trip psichedelico degli anni Sessanta (lo ripetiamo: il film ha una malinconia di fondo che il libro forse non ha), che scivolano verso un riflusso che come un pesante cappa avvolge d'un aura mortifera la civiltà occidentale. Proprio per questo il film è ancor di più pynchoniano, a di là della fedeltà al testo d'origine: ci torna alla mente quella pagina del racconto Entropia in cui uno dei personaggi “ebbe la visione della sua cultura nella stretta di una morte calorica in cui le idee, come energia calorica, non sarebbero più state trasmesse, perché ogni punto finiva con l'avere la stessa quantità di energia; di conseguenza qualsiasi movimento intellettuale sarebbe cessato”.

Gli albori di un'apocalisse che piano piano ci consuma: l'inizio del regno del disordine.

Luca Verrelli

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