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5 febbraio 2014

Jack Goes Boating

Philip Seymour Hoffman

2010 - USA - Cast: Philip Seymour Hoffman, Amy Ryan, John Ortiz, Elizabeth Rodriguez, Daphne Rubin-Vega - Durata: 91 min.

Ci sono attori che definiscono una generazione: un momento della storia del cinema che si costruisce, si plasma, sulla loro presenza, più o meno discreta, e che da essi viene (ri)scritta in maniera particolare e singolare. Philip Seymour Hoffman era uno di questi attori, una fisicità, un corpo attoriale, una voce che senza dubbio ha ben caratterizzato un momento particolare del cinema americano. Assai legato al cinema indipendente – quel cinema indie che ha nel Sundance Film Festival la propria vetrina internazionale, ma che negli USA ha una tradizione che risale ben oltre gli anni Novanta e vanta maestri del calibro di John Cassavetes – Hoffman ne ha in un certo senso incarnato i modelli e gli stereotipi, riuscendo però molto spesso a reinterpretarli e soprattutto  a traslarli meticolosamente in qualsiasi tipo di produzione, al dì là del concetto stesso di indipendenza (sulla definizione di indie ci sarebbe molto da dire e da chiarire, specie riguardo all’interpretazione che nel vecchio continente si dà del termine).

 

 Mostro sacro fin da subito davanti alla macchina da presa, Hoffman nel 2010 passa dall’altra parte dell’obiettivo (pur rimanendone al contempo davanti) e realizza il suo primo lungometraggio da regista, "Jack Goes Boating". Tratto da un testo teatrale messo in scena e diretto da Hoffman stesso anche sul palcoscenico, il film porta sullo schermo lo stesso cast che lo aveva interpretato a teatro e conserva lo stesso regista, che trasferisce sul grande schermo la pièce riadattandola però al linguaggio del cinema, riscrivendo con le immagini (con la lingua filmica) un'opera nata in teatro, fuggendo così l’andamento derivativo in cui troppo spesso il cinema nato dalla prosa incappa. Questo passaggio dal palco alla città (una New York fotografata per scorci e angoli, a metà tra l’indie-pittoresco e il documentarismo sentimentale) diventa sottofondo della vicenda, anche se l’attenzione resta sui personaggi, secondo la lezione di Cassavetes, sui loro volti (e in particolar modo sul volto del protagonista), da cui si cerca quell’espressione minima, quello sguardo, quel mugolio della voce che bastano a rendere i sentimenti e che costruiscono l’intima e bizzarra love story su cui è basata la narrazione.

 

Jack è un timido e taciturno autista di limousine, single e di là con gli anni, alla costante ricerca di una felicità che tenta di trovare nelle piccole cose (una canzone, Rivers of Babylon dei Melodians), di una perfezione sentimentale che ha il sapore dell’illusione ogniqualvolta va a scontrarsi con la drammaticità intrinseca della vita. Il suo nucleo familiare, di fatto, è composto da una coppia di amici in perenne crisi coniugale, che gli fanno un po’ da genitori, un po’ da confidenti. Quando in questo triangolo entra Connie e lei e Jack iniziano a frequentarsi, lo scopo della vita di Jack sarà quello di far sì che tutto vada bene, che tutto sia perfetto, che, alla fine dell’inverno lui, incapace di nuotare, sia in grado di portare la ragazza in barca sul lago (meravigliosa metafora d’un rapporto sentimentale che si nutre di speranze e di illusioni, ma anche della ricerca del miglioramento personale). Ma la vita, ed è un dato di fatto (e di fato) non segue le regole di una presunta perfezione, anche se spasmodicamente ricercata. Il riso e il dramma, il bene e il male, l’amore e la violenza sono parti che convivono nell’esistenza di ognuno, e nessuno può tirarsi indietro escludendone una parte. E, soprattutto, spesso un lieto fine non è altro che un cambiamento, un rimescolarsi delle carte del destino, da accettarsi così come viene, così come la vita stessa ce lo offre.

 

Seguendo questo assunto Hoffman mette in piedi un film che mescola amabilmente e sapientemente il dramma e la commedia, senza diventare mai (e per fortuna) né commedia nel senso comune del termine, né melodramma (anche psicologico: qui forse la grande differenza con Cassavetes). Il film corre su un filo, che è quello del realismo poetico, e il regista è molto abile nello sciogliere i momenti di tensione con un tocco di ironia (la bella sequenza in cui i tre amici tentano di far calmare Jack, che ha bruciato la cena preparata per Connie, con la canzone dei Melodians), ma è altrettanto bravo (e molto spesso gli basta un primo piano o una semplice inquadratura) a  far entrare lo spettatore nel modo di essere dei personaggi. La patina indie che ricopre il film riesce a superare gli stereotipi di quello che ormai è diventato un vero e proprio genere, riuscendo a mantenere una sincerità di fondo, quella sincerità che si riesce ad ottenere solo quando le storie sono davvero sentite e comprese a pieno da chi le mette in scena (e qui il training teatrale deve aver avuto il suo ruolo importante). Un’opera prima, insomma, già permeata da una maturità sapiente e capace di costruire un film con un linguaggio proprio e d’uno stile personale. Peccato che debba rimanere non solo opera prima, ma anche opera unica.

Colonna sonora "a tema" con Fleet Foxes, Grizzly Bear, Goldfrapp, Cat Power.

Luca Verrelli

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