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23 dicembre 2014

Gone Girl – L’amore Bugiardo

David Fincher

2014 - USA - Cast: Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Carrie Coon, Tyler Perry, Kim Dickens, Missy Pile, Emily Ratajkowski - Durata: 145 min. - Uscita italiana: 18 dicembre 2014

Il cinema americano, quando si fa (auto-)riflessivo e teorico, quando ragiona su se stesso e, dal di dentro, sul genere, inevitabilmente deve fare i conti con Hitchcock e la sua eredità. Lo aveva fatto Park Chan-Wook, in trasferta hollywoodiana, con Stoker, e ora ci pensa David Fincher con il suo ultimo film, Gone Girl. Dopo la variazione sul tema (e soprattutto sul genere) di Uomini che odiano le donne (non un film memorabile, ma sicuramente un prodotto rigoroso e ben pensato) il regista americano torna sugli schermi con un thriller di fredda armonia (L’amore bugiardo, titolo italiano, aggiunge una patina sentimentale, da fiction televisiva, davvero fuori luogo; ché di amore non se ne trova un briciolo in questa pellicola).

 

Hitchcock, si diceva. La costruzione del thriller (tratto da un romanzo di Gillian Flynn, anche sceneggiatrice) richiama il maestro del brivido non solo dal punto di vista del rigore della forma, ma anche e soprattutto da quello dei temi trattati. E ci si aspetta davvero, nella prima parte del film, di vedere Ben Affleck (che offre una bella prova, un po’ bamboccione, quel tanto che basta per non farci affezionare, giustamente, al suo personaggio) salire legonegirl scale di casa con un bicchiere di latte illuminato dall’interno come Cary Grant in Suspicion. Il doppio e il falso, l’innocenza e la colpa, il tarlo del sospetto, la persecuzione e il linciaggio sociale e mediatico (che nel film di Fincher s’incarna nella tv spazzatura dei talk show pomeridiani per casalinghe annoiate), tutti temi ereditati dal thriller nero classico (e oltre ad Hitckcock non dimentichiamo il Fritz Lang “americano”) che Fincher rielabora con maestria, mettendo in piedi uno spettacolo di glaciale composizione. Una costruzione, che pecca forse un po’ di eccessiva artificiosità in alcuni momenti (mano a mano che ci si avvicina verso il finale), ma che è capace di offrire ribaltamenti di punto di vista (il montaggio rasenta il magistrale) che sono veri e propri saggi su un genere cinematografico che molto spesso si limita ad essere stanca ripetizione di stereotipi.

 

E se Ben Affleck è azzeccato nel ruolo del marito che oscilla (per buona parte del film) sul filo dell’ambiguità buono/cattivo-vittima/carnefice il punto di forza sono le donne: prima su tutte la protagonista, Rosamund Pike, che mette il proprio corpo – e le sue trasformazioni – a disposizione della psicologia complessa di un personaggio anche in questo caso forse gone-girltroppo costruito, ma sicuramente efficace nel complesso; ma sono notevoli anche i personaggi minori: Carrie Coon, Kim Dickens, Lisa Banes, Emily Ratajkowski, con una particolare menzione per Missy Pile, che ci offre una grottesca caricatura dello squallido televisivo di oggi. Ma oltre ad essere un buon thriller il film è anche un glaciale saggio sul non-amore contemporaneo, freddo e distaccato (complice la fotografia di Jeff Cronenweth, e le musiche stranianti dei fidi Trent Reznor e Atticus Ross) ritratto d’un mondo privo di sentimento, da cui escono devastati sia uomini che donne (di tutti i personaggi si potrebbero infatti elencare decine di difetti: vi sfido a trovare un pregio). Altro che amore bugiardo: il sentimento – e Fincher ce lo aveva dimostrato già in The social network – è finito da un pezzo.

Luca Verrelli

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