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11 gennaio 2015

American Sniper

Clint Eastwood

2015 - Usa - Cast: Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban - Durata 134 min. - Uscita italiana: 1 gennaio

 

Clint Eastwood è tra i più grandi registi viventi, forse l'ultimo portabandiera di quel cinema classico che ha reso grande Hollywood dagli anni 30 in poi. Il suo è un cinema epico, grandioso, ma al contempo straordinariamente intimo e personale: difficile pensare a un altro regista che si sia raccontato con tanta sincerità e passione al suo pubblico come ha fatto lui negli ultimi 40 anni circa. In più il caro vecchio Clint, proprio come il cecchino protagonista di questo suo ultimo film, non sbaglia quasi mai un colpo (il quasi è d'obbligo: è pur sempre un essere umano!) e così, alla soglia degli 85 anni, sforna due pellicole di qualità nel giro di un anno, come se fosse la cosa più naturale del mondo. American Sniper è la storia di Chris Kyle, un ragazzone texano sorridente e protettivo (un “cane da pastore”, come lo definisce suo padre da bambino) cresciuto a fucili e rodeo, che a 30 anni finisce con l'arruolarsi nell'esercito per amore del proprio paese, ma forse anche perché non ha molto altro da fare. Chris entra nei Navy Seals, l'élite dell'esercito statunitense, che fanno di lui un letale cecchino, il più letale di tutti.

 

Conosciuto in patria come “La leggenda” e tra le file opposte come “Il diavolo” Kyle è passato alla storia per aver ucciso 160 nemici durante le sue quattro missioni in Iraq. E sono proprio queste quattro missioni a scandire il ritmo del film: per quattro volte gli stessi gesti si ripetono, dal saluto alla famiglia all'arrivo sul campo di battaglia e poi dalle atrocità della guerra al rientro a casa; per quattro volte Chris scende all'inferno e ritorna in superficie, ma ogni volta un po' di quell'orrore penetra sotto la sua pelle sempre più in profondità. Laggiù, in quell'Iraq polveroso e scolorito Chris ripete ogni giorno la sua routine: trova il punto più alto, quello con la visuale più ampia, indossa il suo berretto, piazza il fucile, si stende a pancia in giù, regola il mirino, controlla il perimetro. In basso, sulla strada, i suoi compagni camminano tra i palazzi, e lui, da buon angelo custode, veglia su di loro ed elimina qualunque pericolo.

 

A casa Chris ha una moglie e due figli che lo amano, ma ogni volta il ritorno si fa più difficile, ogni volta è sempre più dura distogliere l'occhio dal mirino. In più lì in quella terra ostile anche negli eventi atmosferici (una spettacolare tempesta di sabbia fa il paio con quella di Interstellar) la sua nemesi lo aspetta. Sì, perché in battaglia Chris si scontra col cecchino siriano Mustafa, suo corrispettivo dall'altra parte della barricata, e, come nel più classico dei western, la loro rivalità li porterà a rincorrersi a vicenda fino al duello finale. Dopo la quarta adrenalinica missione Chris torna definitivamente in Texas, dove dovrà riprendere le fila della sua vita e trovare un nuovo motivo per andare avanti, qualcosa che plachi il suo istinto da cane da pastore e gli scrolli di dosso quello che una guerra folle e sanguinosa gli ha lasciato sulla pelle. American Sniper non è un film di guerra, è un film sulla guerra, sui suoi "eroi" ma anche sui suoi effetti: i giovani americani si arruolano per amor patrio e se non muoiono in battaglia rischiano comunque di tornare con la morte nell'anima. Molto se ne è parlato negli ultimi giorni, molto si è discusso e molto si è scritto riguardo ai giudizi espressi da una parte di critica e di pubblico al film: polemiche già sentite, che tornano a galla almeno una volta l'anno (nel 2014 è toccato alla serie Gomorra, nel 2013 aZero Dark Thirty e così via). Sono due i principali punti alla base di questa enorme predica moralista: il primo sarebbe lo spirito troppo patriottico e guerrafondaio del film, il secondo la mancata fedeltà ai fatti realmente accaduti (o peggio ancora, l'aver raccontato solo un lato della storia – ma se Eastwood avesse voluto raccontare l'altro lato lo avrebbe chiamato Iraqi Sniper). 

 

SniperUn giudizio del genere sulla pellicola di Eastwood rimane estremamente superficiale (forse chi ha mosso certe critiche si è distratto un po' durante la proiezione); resta tuttavia opportuno rubare un paio di righe alla recensione per tentare di spiegare in che modo e misura polemiche simili non colgano nel segno. L'errore alla base è tutto di concetto: l'idea che il cinema debba necessariamente avere intenti didattici, una morale da insegnare come quelle delle favole per bambini, un'utilità sociale o uno scopo politico è totalmente errata, quella poi di pretendere dalla settima arte una perfetta trasposizione della realtà è assolutamente folle. Il cinema, per sua definizione, non può e non potrà mai riportare fedelmente la realtà, anzi, è forse il suo opposto. Tornando invece al film, Eastwood mette su una pellicola grandiosamente patriottica e conservatrice (a sua immagine e somiglianza: impossibile non pensare a lui guardando l'occhio di ghiaccio di Bradley Cooper mentre prende la mira) che non dà però spazio alla becera ideologia né a falsi moralismi, ma anzi, proprio come lui ha sempre fatto, si pone delle domande e lascia spazio all'umanità e al dubbio. E allora le parole che un compagno d'armi scrive in una commovente lettera a sua madre pesano come un macigno sul protagonista e su tutto film: “Quand'è che la gloria svanisce e diventa una crociata sbagliata?”.

Yippie Kay Vale

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