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Ry Cooder

The Prodigal Son

11 Maggio 2018 - Fantasy Recordings

cooder

                                I N T R O

 

Fresco musicista settantunenne, coraggioso e libero

 

Ry Cooder è un pò il David Byrne della Roots Music. Intendiamoci, è venuto prima del Talking Heads, già mescolava ritmi e corde all'inizio dei Settanta, e ha persino sfiorato i Rolling Stones che lo volevano con loro dopo che lui, per loro, aveva ravvivato Love in vain e Sister Morphine. Sotto ai capelli bianchi, esattamente come il geniaccio originario di Dumbarton, ha una materia grigia che vede, prevede, anticipa, ripercorre. Curiosi catalizzatori, li chiamano questi tipi qui. Così non ci si meraviglia che impastino il nero e il bianco, che avvolgano un po' tutto con le loro idee, che precorrano i tempi senza sembrare mai troppo moderni nè troppo conservatori. Si permettono tutto, e tutto gli permettiamo. Con i loro tempi se necessario. 

Ryland Cooder, da Los Angeles, fresco settantunenne, coraggioso e libero, non ha mai davvero riposto le sue tante chitarre: ha solo rallentato. Una lentezza comunque produttiva, la sua. Accendiamo il radar, verifichiamo gli ultimi passi, vediamo gli ultimi dieci anni, per comodità: dopo che una bella raccolta del meglio che si potesse raccogliere in 2CD, 37 canzoni, per comprendere il tratto 1971-2008 aveva portato sulle spalle il pesante ma più che giustificato titolo "l'UFO è atterrato" (2008, The Ry Cooder Anthology: The UFO Has Landed”), Cooder ha pubblicato "Pull some dust and sit down" (2011) ed "Election special" (2012) e  nel 2013 come Corridos Famosos, una superband di americani e messicani, grandi voci nere, fisarmoniche e ottoni(lui e il figlio Joaquim compresi) il "Live in San FranciscoLive at the Great American Music Hall, San Francisco Aug 31-Sept 1 2011". Dal  2013 luci abbastanza spente, a meno che non si voglia considerare l'uscita pubblica del 2014 quando, nel corso degli Americana Music Awards, aveva accompagnato il vecchio amico Jackson Browne che a Nashville, dinanzi a un pubblico particolarmente preparato ed esigente, aveva fornito al Ryman Theatre un assaggio del suo album "Standing in the breach" vicino alla pubblicazione.

 

The Prodigal Son

 

son MI0004404980Qualcosa scatta nel 2015 quando durante un tour insieme al musicista country Ricky Scaggs il piccolo Cooder di casa, il percussionista Joaquim (oggi sulla soglia dei quarant'anni), invoglia il padre - che lì si trova - a riprendere confidenza con canzoni maneggiate da ragazzo. Quei vecchi gospel, uniti a nuove canzoni (che poi è da sempre una formula vincente in casa Cooder: quel mix straordinario di cover scelte con il lanternino e brani di nuova scrittura che con il mondo recuperato per l'occasione si sposano a meraviglia) funzionano a meraviglia in “The Prodigal Son; tanto bene che i colleghi della stessa categoria e delle stesse ambizioni possono provare ad imitarlo o a guardarlo con ammirazione il Signor Ry, tanto non ce n'è per nessuno. Stravince sempre lui. Con la chitarra, con le intuizioni, con la voce e con quella sua voglia di attraversare, da bianco, il tunnel impervio della musica di estrazione nera senza farsi nemmeno un graffio. Avete presente la vecchia tuba di Zio Paperone che passa indenne le ruote di un vecchio camion o le peggiori delle bufere? Ecco, Cooder finito e pubblicato l'11 Maggio 2018 questo The Prodigal Son esce dal confronto come al solito rafforzato, illuminato, rigonfio, lucido come una Dodge di colore nero minaccioso appena uscita dal lavaggio a mano.

 

ryFa le cose per bene, come le ha sempre fatte. Ripesca Nobody's fault but mine, attribuita al bluesman Blind Willie Johnson, nato nell'altro millennio e morto nel 1945, e a noi nota anche per via dei Led Zeppelin, bluesmen del secolo scorso che la incisero in "Presence" del 1976. La ripesca e la rende meno rabbiosa di quella di Robert Plant e soci, meno Delta blues con sprazzi jazz di quella di Nina Simone: è semplicemente Cooder, magnetica, cupa, lenta, quasi una marcia funebre made in New Orleans. In una parola: meravigliosa. Sa ricordare quei trattamenti che riservava a scampoli di blues il Moby un po' di anni fa. E non dispiacerebbe sentirla, così, rifatta dai Depeche Mode. Perché c'è una cifra ultramoderna che attraversa il lugubre canto, alla maniera dell'ultimo Johnny Cash, quello delle American Recordings"C'é qualcosa che riguarda queste canzoni - ha dichiarato il musicista californiano, autore anche di parecchie colonne sonore tra le quali "Alamo Bay" e "Paris, Texas" -  che ha a che fare con il senso profondo della Gospel Music, è quella roba che ti scava dentro se la lasci fare, si impossessa di te e del tuo spirito, specialmente se sei uno che la canta e la suona". 

 

Anche se non si professa religioso Cooder sceglie dei pezzi di repertorio che parlano di religione e spiritualità; lo fanno con il linguaggio della chiesa ma anche della strada, tanto dei ghetti neri quanto dei front porch della periferia bianca dove si canta il folk. Per questo, in un imprevedibile abbraccio tra la chiesa e la migliore voce della musica popolare laura nea nellabianca, ci sta qui benissimo l'originale Jesus and Woody, dove tra citazioni di grandi classici della musica popolare nordamericana (uno su tutti, This land is your land) un immaginario Guthrie si sente dire da Lui "lei era un sognatore, esattamente come me". Accade tutto in maniera sussurrata, con dietro quel pizzicato inconfondibile sulle corde che rendono Cooder unico. Solo David Lindley, a lungo prezioso collaboratore di Jackson Browne, possiede quella gamma di suoni e l'abilità e la cultura per dar voce alla tradizione del Messico come a quella di Cuba o delle Hawaii. Tante provenienze sembra avere You must unload, ma la firma è quella american made di Blind Alfred Reed. Nelle mani di Cooder il pezzo prende le movenze delle grandi ballate della California moderna imparentata con il gospel e l'effetto è quello di pastorali assimilabili ad alcuni angoli del repertorio di Lowell George, di Warren Zevon e dello stesso Browne. Qui macchiano tutto di nero Terry Evans, Bobby King Arnold McCuller, vecchie conoscenze. I primi due hanno fatto a lungo coppia in altri importanti titoli di Cooder, ed è un dolore sapere che la morte di Evans avvenuta a registrazioni ultimate ha spezzato l'antico sodalizio; McCuller è corista di razza sentito con James Taylor in molte registrazioni e dal vivo. 

 

Non mancano nell'album quei tintinnii che portano più lontano, nei mondi musicali che si affacciano nel Mar dei Caraibi. Ecco la curiosità di Cooder per gli altri mondi, altre acque, altre casse di risonanza e altre corde. Antillana quasi pare I'll be rested when the rolled is call, dal repertorio di Blind Roosevelt Graves ma transitata in passato anche dalle arton14591parti di Mavis Staples, anch'essa pronta a misurarsi con quel sentore di aldilà così frequente nel blues: "Mi riposerò quando toccherà a me, lo farò nella meraviglia del Paradiso, e vedrò i miei vecchi quando sarà il mio turno". L'iniziale Straight Street lascia scoprire più di un'assonanza con The Tattler, che ascoltammo prima in "Paradise and lunch" del 1974 e poi in una splendida versione fornita da Linda Ronstadt in "Hasten down the wind". Arriva da Willie Alexander e Jesse Whitaker ma potrebbe averla scritta Cooder, che qui non compone molto (tre soli pezzi) ma quando lo fa (Shrinking Man), recupera lo smalto dei giorni migliori, che davvero non si sa se siano stati quelli dei dischi più acustici d'inizio carriera o quelli con una produzione più matura come "Bop til you drop" (1979) e "Get rhythm"(1987). Shrinking man sembra da sola sintetizzare egregiamente tutte le peculiarità di una discografia lunga ormai quarantacinque anni e trenta e più dischi, soundtracks comprese. 

 

E' come se non finisse mai di approfondire la musica del suo paese questo eccelso strumentista che è riuscito anche a tirar fuori una voce con un carattere. E' come se, pause a parte, non fosse mai stanco di studiare quelle dei paesi che più lo stimolano dal punto di vista del timbro sonoro e delle connessioni con la storia nella quale è cresciuto. Cooder possiede la sensibilità per scegliere il meglio di ciò che ricorda e trattarlo come se sonfosse nuova musica da portare all'attenzione dei popoli. La musica contenuta in The Prodigal Son sembra più che mai adatta a questi tempi: è un manufatto antico e forse anche per questo è consolatoria, mette forza e allegria. Quando decelera, poi, sul terreno della nostalgia e della paura del domani dispensa coraggio. Cooder, che mancava in tour per conto proprio nel Nordamerica da 9 anni, si imbarcherà a inizio giugno in una serie di date statunitensi. L'atteso giro di concerti si srotolerà sul territorio e salterà l'oceano per portare tanta bellezza e tanta storia anche in Europa. Suoni attesi in belle concert hall del vecchio continente, compresa l'Olympia a Parigi. Appuntamento da non mancare, potendo.  

 

 

Ascolta  The Prodigal Son  

 

Ermanno Labianca

foto 1 di Aart van Hoften 

foto 4 di Laura Lea Nalle

 

Everybody Ought to Treat a Stranger Right 

 

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