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11 aprile 2019 , ,

Mekons

DAL BRITISH PUNK ALL’AMERICANA

2019 - Bloodshot Records

mekons FOTO-4Ancora un pò d'impegno, pochi sforzi, qualche anno, e i Mekons potranno affiancare i Rolling Stones come band inglese più longeva della storia. In altri termini tra questo nuovo "Deserted" e il loro album di debutto "The Quality of Mercy Is Not Strnen" (30 Novembre 1979, Virgin Records) ci stanno quarant'anni, che non sono noccioline o patatine. Il compact disc non era ancora sul mercato e i Mekons facevano già un gran casino. E allora devono pur valere qualcosa: band formatasi nell'università di Leeds tra ragazzi che invece di studiare urlavano invasati dal punk inglese del '77 e ormai da anni residenti a Chicago.

Questo loro bipolarismo geografico, England/USA, è tutto evidente nella loro corposa produzione discografica che, partita da una comprensibile impostazione british-punk, mostrò subito cifre stilistiche mekons FOTO-3avanzate per quei giorni del lontano 1979. Post-punk, dunque, in anni in cui il concetto di "punk" non era ancora stato del tutto superato e metabolizzato. Nel 1980 arriva il secondo album, omonimo, meno sorprendente del primo e tuttavia ancora di buona qualità. Il rallentamento creativo rispetto al primo disco è giustificabile con le vicende interne del gruppo che proprio in quell'anno si paralizza, quasi uno scioglimento vero e proprio e non di breve durata (tre/quattro anni circa).

 

Il leader della band, Jon Longford, se ne va in giro per i fatti suoi, formando anche una nuova band, The Three Johns e sfogando le sue energie con molti concerti live. Ma i Mekons sono lì, nello sgabuzzino al buio, magari sotto formalina ma in paziente attesa di resuscitare e con mille direzioni geografico-musicali ancora da intraprendere e da mekons FOTO-2sondare. A metà anni '80, infatti, la band si riunisce e, punk alle spalle, rinasce vestendosi di suoni americani classici e, insieme, moderni. Niente prevedibili ammiccamenti al punk californiano o alla no-wave newyorkese. Sono i suoni roots che ammaliano i Mekons, ma solo se inglobano l'assurdo opposto, cioè stili in apparenza incompatibili. E' questa la vera potenza dei rinati Mekons, una nuova musica americana quasi all-inclusive. I suoni cambiano e convincono, ci lasciano tranquilli nel cambiamento perchè l'anima post-punk, indistruttibilmente, affiora sempre, anche in quei brani più folk & country oriented.

 

Nuovi componenti nella band arrivano, un violino (Susie Honeyman) per sdolcinatezze country (ma-non-solo), una voce femminile (Sally Timms, quasi una loro piccola velvettiana Nico), un polistrumentista (Rico Bell, e la geografia sonica è coperta) e il nuovo batterista Steve Goulding, insieme ai due membri originari Jon Langford e Tom The_Quality_of_Mercy_Is_Not_Strnen.jpegGreenhalghUn ensemble, più che una band, apre questa nuova fase negli '80, con tre ottimi albums, "Fear and Whiskey" (1985), "The Edge of the World" (1986) e "Honky Tonkin" (1987), senza dimenticare gli EP "Crime and Punishment" (1986), "Greetings Eight" (1988) e "The Dream and Lie of..." (1989). Numerose sono, comunque, le fughe dalle radici americane, a volte stupefacenti (ascoltate Ghosts of American Astronauts, una ballad che ovatta le nostre vissute orecchie con oniriche sensazioni riconducenti alle dolci stralunate ballads di Nico/Lou Reed e i Velvet Underground). Gli anni '80 si concludono con "The Mekons Rock'n'Roll" (1989), disco compatto, chiuso, ben prodotto, tra i più noti e apprezzati della band e tra i nostri preferiti.

 

MekonsHonkyTonkinI Mekons hanno trovato la giusta sintesi di stile e per i due decenni seguenti produrranno diversi album, sempre legati alle radici USA e con un maggiore ampliamento di strumentazione dedicata al country-folk (slide guitar, banjo, fiddle, armonica), mantenendo però sempre vive, a volte celate altre volte evidenti, le proprie innegabili origini "british". Una sottile vena punk, spesso visibile anche nell'impostazione e nell'impeto vocale di Langford e Greenhalgh, che in alcuni momenti rimandano perfino ai Clash o ad altre britt-band dei tempi che furono. Mekons, una band da non inquadrare completamente dentro i suoni american-roots, ma che riserva sorprese (più o meno riuscite, ma sempre originali) in ogni disco. Forse non particolarmente riuscita è qualche loro uscita "melodic-country" talvolta affiorante nella produzione, ma è innegabile la forza downloadche si ritrova in diverse altre composizioni dove il furore punk e la densità sonica country-folk si sposano a meraviglia. Scegliamo tre albums tra i '90 e i 2000: "The Curse of The Mekons" (1991), "I Love Mekons" (1993) e "OOOH! (Out of Our Heads)" (2002). Il loro ultimo lavoro, "Ancient And Modern", risale al 2011 e non ne aspettavamo più. Ma questi (ex)ragazzi vogliono festeggiare le loro nozze di rubino (40 anni) e così arriva "Deserted", anno di grazia 2019.

 

 

Mekons: "DESERTED", il nuovo disco (29 Marzo 2019, Bloodshot Records)

 

mekons FOTO-1"Deserted", nuovo album dei Mekons: ci stanno dentro tutte le componenti stilistiche ormai ben consolidate in passato. Eppure c'è anche un certo furore giovanile. Apre l'ascolto l'assalto iniziale di Lawrence of California, poi la ballata post-punk di Harar 1883, l'ambient space-age di How Many Stars, il country-pop carino di Andromeda e la conclusione tipicamente roots-rock di After The Rain che ricorda band quali Wilco, Jayhawks o, ancor di più, il new country-folk dei Fleet Foxes. Durante tutto l'ascolto questo sano robusto rock'n'roll di stampo americano, sinuose melodie country-folk, art-rock e una indissolubile attitudine post-punk che in quarant'anni non si è mai spenta in questa band. Here are The Mekons! One more time! Musicalmente ubiqui, obliqui e polidirezionali. Ma dopo quattro decenni ancora giovani, un DNA punk che nascondono per pudore d'età.

 

Nico Scolaro Greco

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