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15 dicembre 2018 ,

Bruce Springsteen

Springsteen On Broadway

14 Dicembre 2018 - 2 CD - Columbia

818sEqvokyL._SY445_                                  I N T R O 

 

Dopo il one man show nei teatri è l'ora del CD. E questa notte le immagini su Netflix, in attesa di un DVD

 

Nelle ore in cui "Springsteen On Broadway", lo spettacolo, inizia a serrare i battenti dopo che il Walter Kerr Theatre di New York City è stato la casa di Bruce Springsteen per cinque sere alla settimana dal 12 ottobre 2017 (al 15 dicembre 2018), il potente registratore di cassa dell'intera operazione lucida le sue cromature.  Entra il CD souvenir nelle case di chi c'è stato e dei moltissimi che sulla terra delle speranze e dei sogni non hanno messo piede, nemmeno per farsi una fotografia sotto il luminoso e ormai popolarissimo marquee affacciato sul lato ovest della Quarantottesima Strada. Quell'insegna un po' kitch che per oltre un anno è stata, per gli springsteeniani, croce e delizia. Croce per chi ne ha inseguito il bagliore, delizia per chi poteva scrivere "c'ero" accanto al selfie dei selfie. La ritroveremo, chissà, nella prossima Springsteen Exibit al Rock'n'Roll Hall of Fame Museum di Cleveland, insieme alla Corvette nera che troneggiava sulla copertina dell'autobiografia "Born to run" (che ha offerto lo spunto per questa non prevedibile fila di concerti residenziali, intimi e acustici), al piccolo organo glockenspiel che Danny Federici ha suonato in "Born in the U.S.A." e al sassofono di Clarence Clemons. Pezzi di una storia che è stata, e continua ad essere, oggetto di culto da parte di molti ma che è inevitabilmente una strepitosa macchina da soldi, una inarrestabile cash machine che qualche dubbio lo solleva preso quel popolo instancabile che ha attraversato i sette mari per coltivare la sua passione.

 

Springsteen On Broadway

bruce0190759043622_0_0_300_75L'edizione in compact disc, doppia, era stata prevista come parte di una release che simultaneamente avrebbe garantito la versione digitale e quella in vinile, quadrupla (la prima nella discografia del Boss dopo i cinque dischi serviti per "Live 1975-85" e i tre che costituivano le edizioni a 33 giri di "Live in New York City" e "The Promise"). A ordinazioni fatte, su Amazon o dove altro era stato possibile, agli acquirenti è giunta notizia che il prezioso pacchetto in vinile subisce un notevole slittamento in avanti: fine gennaio 2019. Questo dipenderà probabilmente da problemi di produzione, ma è indubbio che porterà molti dei potenziali compratori del vinile - parliamo dei collezionisti e degli accumulatori seriali - ad acquistare subito il CD e, viceversa, troverà chi ha preso i dischetti subito più disponibile a fare anche lo sforzo successivo. Uno split non facile da decifrare commercialmente ma che potrebbe aumentare i profitti. Una release di gennaio, non inizialmente prevista, è pur sempre un titolo. E magari in primavera, chissà, consumata l'esclusiva televisiva con il canale Netflix che se ne fa vanto questa sera, staremo parlando qui della versione in DVD. Ma affrontiamo un argomento per volta, che da dire ce n'è.

 

"Springsteen On Broadway", il CD, è il primo gadget di una certa rilevanza offerto dallo spettacolo. Considerando che la grafica essenziale delle t-shirt offerte in teatro a una cifra esorbitante non era proprio un must e che il minuscolo poster dell'evento non era proprio a buon mercato - diciamo una settantina di euro per la coppia di souvenir, in aggiunta al 392487costo medio di 503 dollari (si andava dai pochi loggioni venduti a 75 dollari agli 849 verdoni per le primissime file) del biglietto di ingresso - va osservato che i 20 euro che ci vengono chiesti adesso per musica e parole messe in fila dall'impeccabile registrazione sono una bazzecola. Raggiungere per una sola sera una delle 975 poltrone dell'accogliente e storica sala del Theatre District di Manhattan è costato a qualcuno anche 10.000 dollari per il solo biglietto di accesso, altre spese escluse. Broadway è storicamente costosa quando si parla di teatri, ma per Springsteen sono stati raggiunti livelli pazzeschi nel mercato parallelo e le cifre stanno a dimostrarlo. L'indotto è stato incredibilmente alto e chi dopo aver tentato anche l'ultima carta - vedi andare davanti al teatro senza titolo di ingresso nella speranza che qualcuno rinunciasse al suo - rimanendo deluso si è comunque portato a casa il famoso selfie avendo speso comunque una cifra importante solo per provarci.

 

Il CD, dicevamo, possiede una sua luce ma è inevitabile che sia gravato dai mille pensieri che girano attorno all'operazione. Chi l'ha amata, chi l'ha contestata per partito preso perché si trattava di Springsteen, chi l'ha snobbata o liquidata col più generico dei "dove andremo a finire con questi prezzi". Non è in nessuno dei tre casi l'atteggiamento giusto, 4461037797249326619perché il troppo amore rende ciechi, le contestazioni in questo mondo dei Duemila inoltrati sono spalmate su ogni argomento e francamente hanno stancato, snobbare o liquidare con facilità senza entrare troppo nel merito delle cose è figlio di una superficialità che un artista come Springsteen non merita. Quello che va fatto è chiedersi se questa uscita discografica vale il suo prezzo e capire come si colloca nella discografia di uno tra i songwriter più titolati e amati nella storia della musica dei nostri tempi. La prima risposta è si, e ci mancherebbe visto cosa affolla le classifiche di vendita e cosa racconta metà della musica che viene oggi prodotta. La seconda non può che essere il frutto di un ascolto che si spogli di ogni accento polemico perché ogni considerazione è stata fatta nella lunga premessa. Possono permanere i dubbi sulla vena speculativa di queste operazioni (ma allora vale per Sting, per i cofanetti sulla storia blues organizzati dai Rolling Stones, per X-Factor, per il tour dei Maneskin, per iTunes e per quello che gira attorno all'onda dello streaming: la musica è un prodotto, facciamocene una ragione) ma quel che resta quando infiliamo il disco nel lettore, ed è oggetto di critica, è l'arte.

 

Un uomo solo, con la sua chitarra

L'arte racconta un uomo solo, con la sua chitarra, davanti al suo pubblico. Normale amministrazione. Accade sempre e da decenni. Ma Springsteen è Springsteen, piaccia o no. Se l'ottimo John Prine avesse preso un teatro nella sua Maywood per un centinaio di repliche (le serate di Springsteen a Broadway sono state più del doppio) staremmo a parlarne solo nel circolo dei fedelissimi della canzone d'autore nordamericana. Dunque boss_internodi normale qui c'é ben poco. Parliamo di straordinarietà. Straordinario il performer, di strabordante bellezza le canzoni che ha raccolto e raccontato raccontandoci la sua vita in quello che fino ad oggi è stato il tour (se così vogliamo chiamarlo) più lungo e ricco di date della sua carriera. 

Una radiografia, intanto, prima di avviare l'ascolto delle 16 tracce e la fase critica. Le prime sette canzoni del set sono le uniche suonate sempre, ogni sera a Broadway, per 227 volte, esattamente come Born to Run che è l'ultima traccia del disco 2. Quella che chiude il primo disco, Tenth Avenue Freeze-out, un'ode a Clarence Clemons come lo era sempre stata finché il sassofonista era vivo e soprattutto dopo, è una delle tre suonate tutte le sere tranne una, dunque 226 volte; le altre due sono Dancing in the dark e Land of hope and dreams, anch'esse presenti, sul secondo disco. Completano l'opera Brilliant disguise eSpringsteen-on-Broadway-trailer-netflix-e1544213204642 Tougher than the rest che vantano 202 presente in scaletta, e le consecutive (terza, quarta e quinta del secondo disco) Long time coming (eseguita solo 24 sere), The Ghost of Tom Joad (96) e The Rising (225). Questa fotografia per numeri segnala che lo spettacolo per come è avvenuto nella quasi totalità delle sere è qui rappresentato nella sua interezza. Considerando che le canzoni totali eseguite a Broadway tra il 2017 e il 2018 sono state 21, all'appello mancano, per ora, solo Long walk home (dispiace perché si tratta di un brano che avrebbe rappresentato il miglior Springsteen della fase ultima), This hard land (12 uscite), The Lord's prayer (un gospel eseguito 5 volte), Two hearts (2 presenze) e il medley Dancing in the dark/Tenth Avenue freeze-out/Hungry heart presentato unicamente lo scorso 29 novembre.

 

I brani, i racconti - Il primo CD

Andare in play a luce basse e ritrovarsi al Kerr, o immaginare di esserci stati, è un tutt'uno. La voce è stata mandata a memoria ormai, è come rispondere al telefono e trovare l'amico dei banchi di scuola che, con tono confidenziale, ammette di essere diventato una rockstar speculando su conoscenze della vita che lo sfioravano appena ("raccontavo di esistenze consegnate alla fabbrica senza esserci mai entrato"). E così via, per riscaldare l'atmosfera, con l'aria divertita del consumato attore che tante volte avevamo verificato. Il tutto mentre è Growin' Up la protagonista, con gli stessi rallentamenti e le stesse pause di quando ospitava altre storie, altri monologhi o divertiti scambi con Clemons, in quell'impagabile teatrino rock'n'roll che ci ha riempito gli occhi per tante sere. Pensi d'istinto alle esibizioni acustiche del 1973, in cui la canzone, ancora fresca, dava la voce al ragazzo impaziente di affermarsi, invece respiri e ti passa davanti l'intera sua vita, slanci professionali e difficoltà personali incluse. Tutto ciò che è stato da sprin-870x600lui rivelato, poi dai lettori raccolto, attraverso la biografia "Born to run", che oltre al libro aveva prodotto un CD antologico. Entrambi i prodotti, la raccolta di memorie e quelle canzoni messe in fila partendo da un demo dei Castiles per arrivare a Wrecking Ball, sono serviti da base concreta sulla quale costruire il progetto "Broadway", che ne è l'evoluzione sul palco. C'è chi aveva già acquistato ad alto prezzo un cofanetto contenente diversi cd nei quali Springsteen, come si usa parecchio nel mondo della letteratura scritta, leggeva le sue stesse parole (nel caso di molti autori si opta per la voce di un famoso attore). Ti portavi il Boss a casa e lo sentivi raccontare solo a te le sue avventure, amplificando a dismisura i tanti, lunghissimi parlati conosciuti nei vari tour o attraverso storici bootleg. L'atto finale, dopo un libro, la raccolta di canzoni scelte a rappresentare i tanti momenti di vita e l'esoso box con le "parole parlate" e dunque l'avventura spalmata sui quattordici mesi vissuti in teatro. Un gran bel business, dicono i più scettici, e non sono pochi. Una magnifica e generosa pausa prima di un bel disco, aggiungono i più speranzosi.

 

My Hometown è il primo pezzo al pianoforte. Springsteen sfiora i tasti e chiosa "abbiamo tutti un rapporto conflittuale col posto dove siamo nati. Poi, "prendete me: sono il signor Born to run, il Signor Thunder Fottuta Strada, quello che voleva correre via, non rimanerci intrappolato in quei luoghi. È una trappola mortale, un rosario che spinge al suicidio... tutte balle, le sentite le parole di quelle canzoni? Voglio fuggire, devo gettarmi sull'autostrada e viaggiare, ho la passione per la linea di mezzeria, per questo corro, corro, corro... eh si, non tornerò mai indietro.  Bene, vivo a dieci minuti da dove sono nato. Fatevi due conti... Nato per tornare indietro. Ma chi l'avrebbe mai comprata una merda simile?". E così via, dsc1771-pc-robdemartin-2ironizzando su tutti i luoghi comuni della sua poetica ben sapendo che può permetterselo e che il mondo l'ha amato per quello, per quelle dosi di verità ma anche per quella normalità che non l'ha mai veramente allontanato dalle sue radici. Consumato l'atto due della serata, con una esecuzione non molto distante da quella resa nel 1990 a Los Angeles al Christic Institute Benefit, arriva My Father's House che non ha mai avuto la sede naturale di un proprio tour (l'album "Nebraska" lasciò attendere il tour dell'84/85 per liberare alcune sue canzoni) e che anch'essa fu protagonista in quella duplice serata californiana che avvicinò Springsteen all'idea di un intero show da condurre in solitudine. La sua introduzione è dedicata a quel padre che in My Hometown portava suo figlio sulle ginocchia mentre guidava per il New Jersey. "Ricordo quella sera in cui mia madre non vedendolo rincasare mi disse 'andiamo a prenderlo'. Mi mise in macchina e mi incaricò (lei che era "la legge") di entrare in quel bar che era il luogo impenetrabile dove nessuno doveva disturbarlo".

 

La descrizione del piccolo Bruce immerso suo malgrado in quel mondo adulto finito lì per redarguire in un certo senso il padre è di una impressionante tenerezza, la stessa che precede The Wish che al Christic esordì e che qui è molto più amara di allora perché Adele Springsteen, a cui è dedicata, oggi è da sette anni preda dell'Alzheimer ma "balla, balla perchè il ballo è più potente della memoria, più efficace del linguaggio nella condizione in cui si trova, la ricollega a ciò che è sempre stata". I ricordi di Springsteen indugiano su quella famiglia cattolica "cresciuta con Dio ovunque" e pronta a scendere in springsteen-mainstrada ("tre, quattro, cinque famiglie, zii, cugini, nonni e bisnonni tutti stretti in due isolati") quando suonavano le campane della chiesa. E quando torna a parlare della mamma e del suo amore per il ballo, condiviso con le sorelle, rimpiange gli anni in cui quelle giovani donne potevano godere degli anni Quaranta e della bella musica che sprizzava dalle grandi orchestre che riempivano le ballroom. "Erano delle dancing machines, lo sentivano nelle ossa il ballo". Così scorre davanti agli occhi la vita di una famiglia italo-americana che va formandosi nel racconto. Prima Douglas, che Springsteen sognò dopo la sua morte ("Era tra il pubblico mentre cantavo davanti a migliaia di persone, così scesi, mi misi accanto a lui e insieme guardammo quell'uomo indemoniato sul palco... nel guardare me stesso gli dissi 'vedi papà, è così che vedo te'"), poi Adele, uniti in un ritratto familiare da middle class combattuta tra l'amore straripante che la mamma donava ai ragazzi e la durezza di un padre vittima della depressione.

 

Di depressione non si era mai sentito parlare in relazione a Springsteen fino a che non è stata data alle stampe la sua autobiografia. Un viaggio nella propria coscienza, che si somma alla lunga psicoanalisi, devono essere stati questi show per lui. Prima di attaccare Thunder Road è tempo per riflettere sulle sue sorelle - una minore Pam, l'altra di poco più grande, Virginia - che andarono via presto, una in California con i genitori, l'altra trasferitasi nel South Jersey con un uomo che cavalcava i tori ("il South Jersey è terra di cowboys. Mi si sgomberò la vita, anche i genitori erano lontani, così si aprirono delle bruce_stage1apagine bianche di fronte a me, una terra fatta di possibilità e di avventure". La grande avventura nella musica, l'ingresso in uno stadio che i primi due album ancora non gli avevano offerto, avvenne con l'album "Born To Run", che proprio Thunder road apriva.

Prima di quel tempo c'era stata l'attesa di essere scoperto da qualcuno, ventenne adagiato sul Jersey Shore. "Ora vi regalo una confidenza. Ho suonato ovunque laggiù, nel New Jersey. Da ragazzo mi sono esibito in ogni genere di luogo dove si potesse fare musica: ovvero, feste sulla spiaggia, intervalli durante le proiezioni di film all'aperto, palestre del YMCA, piste da hockey, matrimoni, prigioni, ospedali psichiatrici e chissà dove altro. Mandatemi degli assassini e dei maniaci, vedrete che saprò intrattenere, state tranquilli. Accadeva tutto entro i miei ventitré anni, me ne andavo in giro o stavo a casa, libero, ascoltavo a radio e ripetevo a me stesso 'io sono bravo almeno quanto quel tizio che sta cantando'". Viene celebrato, ricelebrato, rivissuto il mito della strada e la voglia di andare in cerca di qualcosa che ti salvi l'anima, ma "lontano da qui". Aggiunge Bruce: "ero solo come un cane, cercavo, cercavo, ma nessuno sembrava cercare me... dimenticatevi tutto il clamore che suscita adesso il New Jersey... grazie a me che l'ho inventato... perché a quei tempi non c'era nessun fottuto New Jersey per nessuno, nessuno veniva a cercare di capire se c'era qualcosa di buono da portarsi via".

 

L'intro a The Promised Land serve a ricordare la formazione del nucleo che diede vita alla prima E Street Band, quando "mettemmo insieme cento dollari per spostare il nostro pullmino verso ovest, dove ci attendeva il Fillmore West". "Driving all night chasing some mirage" è una frase, cantata, che dice tutto. La canzone è stata composta per "Darkness on the edge of town", negli anni Settanta avanzati, ma noi vediamo quel furgone puntare ad ovest quando il decennio era ancora giovane, molto giovane, e i sogni erano davvero grandi, molto grandi. Non meno grandi di quanto può essere grande agli occhi di un ragazzo la terra promessa.

 

I brani, i racconti - Il secondo CD

Il secondo disco consuma all'inizio un ricordo di vita già adulta, ancora in terra californiana ma più avanti, con lo Springsteen dei tardi Settanta che incontra il veterano del Vietnam Ron Kovic, autore del libro "Born on the Fourth of July" che narra le vicende di una guerra bruceterribile che ha cambiato gli Stati Uniti per sempre segnando indelebilmente quella generazione di giovani. L'amore per l'America e per la musica della giovane America deve avere unito i due uomini. Nell'ultima pagina del libro di Kovic si legge: "c'era questa canzone intitolata Runaway, la cantava Del Shannon e il mio ricordo è di averla ascoltata per la prima volta al campo del baseball una mattina. Era primavera e tutti ci sentivamo giovani e vivi mentre respiravamo quell'aria fresca e bella. Runaway suonava, io colpivo la palla e pensavo di poter vivere in eterno. Era tutto facile... ma tutto arriva e va via". L'amicizia tra Kovic e Springsteen portò anni dopo alla scrittura di Born in the U.S.A.. Quell'incontro a Venice, durante il quale, dice Bruce, "io ascoltavo e ascoltavo e ascoltavo" legò fortemente Springsteen al movimento dei veterani di guerra, risvegliando un mai sopito sentimento di rabbia verso quella guerra che aveva portato via l'ingenuità del paese e alcune vite care al musicista di Freehold.

 

Lontano dal microfono Springsteen precede Tenth Avenue Freeze-Out e urla ora come un venditore, col pensiero che corre lontano a quei giorno in cui "venivi visitato dalle visioni, in cui il mondo intorno a te provvedeva a fare una raccolta di spiriti e ti sentivi benedetto, e veramente vivo, per questo... erano giorni in cui mettevi le fondamenta a un certo pensiero, al fatto che le vere rock'n'roll band non muoiono mai... così... penso a quello che siamo stati io, Garry, Danny, Little Steven, Mighty Max, Professor Roy, Nils Lofgren, Patti Scialfa e lei è uno di quegli esempi pronti a dimostrare che uno più uno fa... tre. Ma devo dire che nulla, nulla ha catturato mai l'attenzione del mio pubblico quanto Clarence, un soggetto che pareva uscito dal libro delle favole del rock'n'roll, era davvero come dice questa canzone (nel frattempo giunta a metà del suo percorso) uno in grado di spezzare questa città in due". Bruce ricorda l'amico dolcemente, e cambia il tono della voce mentre le dita indugiano sempre sullo stesso giro di note sul "Springsteen on Broadway" - Opening Nightpianoforte. "Perdere lui è stato come perdere la pioggia, siamo stati uno accanto all'altro e io sento davvero che noi siamo stati vicini in un altro tempo, in altri luoghi, abbiamo vissuto da amici altre vite, attraversato altri fiumi e visitato città antiche, campi e tutto il resto... per questo ti dico che ci vedremo in un'altra vita Big Man".

 

Le due canzoni che seguono - Tougher Than The Rest e Brilliant Disguise - sono quelle che  a partire dal 1988 hanno quasi sempre visto Patti Scialfa sul palco, così "the queen of my heart", "my flaming beauty", "my Jersey girl" si prende il posto che le spetta e canta come ha sempre fatto questi due episodi che parlano di virilità e doppiezza e che sono tratti da "Tunnel Of Love", il disco che usci quando Springsteen era sposato con Julianne Phillips e attraversò il mondo in tour nel 1988 con la "rossa" ormai compagna del Boss. Non è un caso che il racconto sul palco, dopo aver snocciolato i vari protagonisti di questo romanzo americano intriso di sentimento e rock'n'roll (mamma e papà, la famiglia che circondava la vita del giovanissimo Bruce, le due sorelle, gli amici fraterni che formavano e formano la band, la donna diventata prima moglie poi mamma), pieghi verso la paternità già vista, ma a ruoli invertiti (Bruce prima figlio, ora padre). "Ricordo una notte - racconta Springsteen - in cui mio padre venne a farmi visita, si era nei giorni che precedettero la nascita del mio primo figlio e lui voleva mettermi in guardia per evitare che io potessi compiere gli errori che lui aveva fatto con me. Lui che a lungo era stato quasi un fantasma nella mia vita era venuto per indicarmi la strada giusta da affrontare in quello che per me si presentava come un inizio". Douglas è sepolto dal 1998 nel cimitero di Santa Rose of Lima, che porta il nome della chiesa dove la famiglia Springsteen, a Freehold, era solita recarsi la domenica.

 

bruce1Long Time Coming parla del padre fantasma che un giorno raccolse le sue più buone intenzioni per indicare il percorso migliore a quel figlio col quale poco aveva condiviso. Parla di due bimbi in una cesta e uno che scalcia per farsi largo e venire al mondo. Vi è idealmente riunita l'intera famiglia Springsteen per la prima, vera family song del catalogo di Bruce, il quale la compose nei giorni di "The Ghost of Tom Joad" quando il terzogenito Sam Ryan era nato da poco. C'è dunque un legame voluto tra Long time Coming e la title-track del disco del 1995, qui presentate appaiate. Appartengono allo stesso momento compositivo e a quella fase di carriera in cui Springsteen si avventurò per la prima da solo in un tour che lo vedeva nudo davanti al proprio pubblico. The Ghost of Tom Joad è qui nelle vesti in cui il pubblico di quel tour l'ha conosciuta, ben distante dalla versione furiosa presentata insieme a Tom Morello nell'album "High Hopes" e nel giro di concerti che li vide impegnati insieme quando l'ex Rage Against the Machine venne chiamato nel 2014 a rimpiazzare temporaneamente Little Steven nella E Street Band. Una tra le canzoni più politiche di Springsteen cambia qui destinatari dopo oltre vent'anni e viene indirizzata al nuovo governo, quello di Donald Trump, verso il quale Springsteen non usa mezzi termini tra i velluti del teatro di Broadway: "sto vedendo cose per le strade che pensavo non avrei mai più rivisto in tutta la mia vita, cose che pensavo sepolte per l'eternità". Lapidario, furente il Boss, come non lo si sentiva da tempo.

 

153781163922914980The Rising, che segue, cantata tra i grattacieli di Manhattan non ha bisogno di spiegazioni. È lenta e dolente, bastano le prima parole "can't see nothin' in front of me, can't see nothing comin' up behind" a risvegliare la memoria dell'11 settembre e a far volare cenere tra i pensieri. È bellissima e il "dream of life" ripetuto che scuoteva la coda delle versioni elettriche qui si fa sussurro e conclude come fosse una preghiera interrotta dagli applausi. Sul finire dello show si tirano delle conclusioni. Così quando Bruce ha cantato se stesso con la schiettezza di sempre prende il microfono e parla alla sua gente. Lo fa regalando una sorta di testamento per introdurre Dancing In The Dark.

"Pensavo di essere il tipico americano che si impegna, studia, lavora per tutta la sua vita, quello che finisce con l'essere orgoglioso della bellezza e del potere del proprio paese. Ma volevo essere anche in grado di raccontare con lucidità la storia di questo paese e di essere una voce credibile. Questa è stata, tanto tempo fa, la mia giovane promessa consegnata a voi. L'ho presa come una missione, un servizio necessario. Chiamatelo pure il mio magic trick, chiamate questa mia rumorosa preghiera il mio gioco di prestigio. Perchè ho preso le storie delle vostre vite e le ho fatte diventare la storia della mia vita. L'ho fatto con gioia e spero di essere stato un buon compagno di viaggio per voi. E ricordate che in fondo, dopotutto io volevo infiammare la vostra anima e sono qui ora a dirvi che il futuro non è stato ancora scritto. Dunque mettetevi le scarpe da ballo e fate il vostro sporco lavoro".

 

bruce-springsteenÈ il momento in cui le ginocchia rifiutano la posizione costretta a cui sono state condannate per due ore e il singolo più potente ed efficace che Springsteen abbia mai avuto si libera nell'aria come le giunture dei presenti. Può ricordarlo chi c'era e immaginarlo chi ascolta ora tuffandosi in un sogno mai vissuto ma desiderato e ora in parte possibile. "There's something happening somewhere" e Bruce lancia lo sguardo oltre i mattoni del palazzo e idealmente si rivolge al coro di anime che di questo pezzo conosce il valore, che lo si consideri la canzone del proprio cuore o, come molti fanno, la canzone della discordia e dell'inizio della fase pop di un artista che in fondo non ha mai tradito veramente. Lì fuori c'è ancora, lo si creda o no, una terra migliore, un posto migliore, un ottimista impasto di speranze e sogni da coltivare contro ogni brutto presagio. Un altro magic trick in cui credere. Così Land of Hope and Dreams è il traghetto migliore verso la fine di questo spettacolo che ha già messo da parte un Tony Award e verso la più degna conclusione di tanti show elettrici di Springsteen.

 

Prima di Born To Run Bruce torna tra quelle strade nelle quali si era collocato all'inizio del racconto. Si porta a Freehold "dove ci sono case sbarrate da un mucchio di anni" e ricorda "quella bella serata di novembre in cui stavo finendo di scrivere il mio libro e volli tornare, ancora una volta, nei luoghi della mia infanzia per accorgermi che la chiesa di sempre aveva un'attività rallentata, nessun funerale, nessun matrimonio, e che il mio grande vecchio albero, quello piazzato accanto alla mia vecchia casa non c'era più, era stato tagliato e ciò che mi rimaneva da fare era scendere dall'auto, prendere una manciata della terra rimasta e sporcarmici le mani fino a sentire che una parte di me era bruce-springsteen-on-broadwayandata via con quell'albero, quella quercia secolare che era li da prima di me ed io pensavo lo sarebbe rimasta a lungo dopo che io ero passato su questa terra. Era un pensiero che cullavo e mi piaceva, tanto. Quel senso di eternità. Tutti i miei sogni di bambino, i miei dolori del cuore, tutto andato via con quei rami e quelle foglie. Noi conviviamo con tanti fantasmi, con il senso di tanta gente che non c'é più e che cerca in qualche modo di raggiungerci, di ricongiungersi a noi. Ora, se io potessi esprimere un desiderio, chiederei che mio padre - che sento accanto a me ogni giorno della mia vita - tornasse qui e potesse vedermi in questo momento, proprio adesso. Io in realtà ogni notte vedo Clarence, vedo Danny, vedo Walter e Bart, i miei amici andati, e vedo molti miei familiari che non ci sono più, perché quelle case sono abitate da estranei ma l'anima, l'anima di quelle persone è li, resta, non va via così facilmente. Tutto resta ed è nelle canzoni che insieme cantiamo. Per questo cantiamo. Cantiamo per il nostro sangue, per la nostra gente, che è tutto ciò che abbiamo alla fine di una giornata".

 

springsteen-on-broadway-2017-billboard-1548Un ultimo respiro, con una voce trasformata, calata in una sorta di trance da fine show, e Bruce Springsteen seduto forse ancora li, tra l'albero che non c'è più e la chiesta Santa Rose of Lima, saluta e ringrazia il suo pubblico. "Dio benedica voi e tutti quelli che amate. Grazie per essere venuti". Poi è la canzone delle canzoni, per Springsteen certamente la più rappresentativa, a ricordarci che il più atletico e generoso performer da stadio ci ha invitati nel suo salotto per un altro giro di sol e parole da sussurrare più che urlare col pugno alzato. Vuole dirci che c'è sempre "quel posto dove davvero vogliamo andare", certo, ma avvisarci che ogni storia finisce, come i rami, le foglie e le radici di un albero, anche il più forte di tutti.

 It's been a long time comin' my friend. Alla prossima

 

Ermanno Labianca

Foto 9 di Rob DeMartin 

Foto 12: Bruce Springsteen e Patti Scialfa, di Bruce Glikas/Bruce Glikas/FilmMagic 

 

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