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25 novembre 2017 ,

Lucio Battisti

Battisti icona pop – Diatribe: Battisti e la politica

2017

Lucio-BAttisti_280x0                       Battisti icona pop

 

Nessun musicista in Italia è fondamentale nella costruzione dell’immaginario collettivo quanto Lucio Battisti, lo diciamo senza timore di smentita. Chi non ha mai cantato una sua canzone, chi non ne conosce a memoria i versi? Ovviamente dobbiamo parlare di Battisti e Mogol (Giulio Rapetti), dato che il secondo era l’autore dei testi. Ma poiché nel successivo sodalizio con Pasquale Panella Battisti non ebbe lo stesso riscontro di pubblico, così come i testi di Mogol per altri compositori non raggiungono le stesse vette di quelli scritti per Lucio, è evidente come l’osmosi tra i due fosse perfetta. La libertà compositiva che Battisti seguiva nel comporre musica dava al paroliere un senso di emancipazione dai cliché letterari, che si rifletteva nell’usare versi sciolti, termini inusuali, metafore imprevedibili o, al contrario, a rischio di banalità studiata. L’opera di Battisti e Mogol segna un vero spartiacque nella storia della canzone italiana. Negli anni ’60 la canzone italiana è attraversata dal quel terremoto che già scuoteva Francia, Inghilterra e America. La cosiddetta Scuola Genovese (Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Gino Paoli, Sergio Endrigo), rompe la barriera tra autore e interprete e, in un linguaggio che pur rimane altamente poetico, inserisce la lingua quotidiana: nessuno, scrive Enrico De Angelis, aveva mai usato la parola “portacenere” in una canzone. Certo, c’erano i precedenti di Buscaglione/Chiosso, Carosone/Nisa (Nicola Salerno), la canzone comica in genere, ma si trattava di un contesto molto diverso, influenzato dal cinema e dal cabaret.

 

Con Battisti/Mogol il tiro si alza ulteriormente. Prendiamo La collina dei ciliegi, che si apre con “… e se davvero”: un’arditezza sintattica davvero unica per una canzonetta, poi doppiata dal “perché non ti vuoi azzurra e lucente”. Il quotidiano, in Battisti e Mogol, non è sinonimo di superficiale: pensiamo a quello straordinario trattato sul desiderio maschile lucioche è Dieci ragazze: “...una la voglio perché ha conosciuto tutti tranne me”, chi non ci è passato? I testi di Mogol/Battisti diventano oggetto di un esilarante monologo di Walter Chiari (per i lettori più giovani: cercate in rete gli sketches di questo grandissimo comico e confrontateli col piattume odierno). Una ventina di anni dopo è Paolo Rossi a sfruttarli, ma in senso opposto: non più astruse stranezze di un compositore pazzoide, ma pezzi di un immaginario che chiunque può riconoscere e quindi storpiare in forma goliardica. Sono infiniti gli esempi che potremmo fare sull’impatto dei testi battistiani sul costume: da “...lo scopriremo solo vivendo” (da Con il nastro rosa) che diventa un tormentone della Gialappa’s band, fino al documento delle BR intitolato “Le discese ardite e le risalite”. Tutto questo con un artista che gran parte della critica snobba: non sa cantare, non ha voce, è banale, è incomprensibile, è maschilista, non è abbastanza sperimentale: lo era, eccome, pensiamo alle incursioni nella psichedelia, nel prog, nel funky, nell'elettronica; Battisti ha i periodi come Picasso; ma l’analisi della forma musicale non è tema di questo articolo.

 

Poi Battisti decide di sparire. Non è l’unico, pensiamo a Mina, a Salinger, o a Thomas Pynchon, e ai Residents che non sono mai nemmeno apparsi. Molte le spiegazioni che furono date alla rinuncia dall’esibirsi live, dalla timidezza all’eccessivo perfezionismo, dai limiti delle sue capacità vocali fino alle minacce di rapimento del figlio. Battisti, in una delle poche dichiarazioni rilasciate alla stampa, disse che il suonare dal vivo lucio_battisti-2ostacolava il suo lavoro di compositore, che esercitava con orari da ufficio. Ben presto la sparizione si estese a ogni forma di vita pubblica, e anche questo contribuì fortemente alla creazione dell’icona. Studiato a tavolino? Forse. Però è da preferire chi sparisce a chi non sa gestire il proprio rapporto con la stampa e i fan, trasformando la timidezza in alterigia. Viene da chiedersi come affronterebbe oggi Battisti la realtà dei social network, se sarebbe stato all’avanguardia anche in questo campo, come ha saputo esserlo un’altra icona pop arci-taliana, Gianni Morandi, che ha stregato anche i più acerrimi detrattori rispondendo con signorilità e ironia ai peggiori razzisti della rete.

 

 

Diatribe: Battisti e la politica

 

Si è sempre detto che Lucio Battisti fosse “di destra”. Del resto, in un periodo storico in cui chiunque non fosse “a sinistra del partito comunista cinese” (cit.) era tacciato come reazionario, non era difficile sfuggire allo stigma dei rivoluzionari duri e puri. Al contrario era rivendicato da destra chi non trattava di politica ma solo di relazioni, comeProfilo-lucio-battisti.svg Claudio Baglioni (che poi diede un terribile dispiacere a quella parte del suo pubblico confessando di aver sempre votato P.C.) o chi, come Rino Gaetano, cantava una protesta non chiaramente indirizzabile. Gaetano era un populista? No, non era così grossolano. Per gli amanti dell'argomento aggiungiamo che è amato da Casa Pound perché gira la leggenda che sia stato assassinato da una setta massone. Battisti non era interessato alla politica e di politica non parlava. Giravano leggende che fosse fascista, che finanziasse Ordine Nuovo o il Fronte della Gioventù; non le smentì mai, perché, disse a Bruno Lauzi, “…alimentavano la leggenda”. Mogol però smentiva tali dicerie, anche adducendo una certa tirchieria dell’uomo; si è scritto che Battisti avesse simpatie liberali e, in seguito, radicali e poi ecologiste. Sempre secondo Mogol non andava neppure a votare.

 

Le prove addotte del fascismo di Battisti sono esilaranti, tra ardite interpretazioni dei testi e la famosa foto col braccio alzato (stava dando segnali all’orchestra), ma imbattendosi nei social nei post dedicati ai rapper al servizio della massoneria si capisce come la Lucio-Battisti-Il-Mio-Canto-Libero-Vinile-lp2paranoia umana non abbia limiti. Piuttosto è vero che alcuni testi apparivano serenamente maschilisti, e furono fonte di attrito tra Mogol e le femministe. Fatto sta che Battisti si era fatto la fama di “fascio” e il bravo ragazzo impegnato doveva fingere di ignorarlo. Ma lo si ascoltava, eccome, tanto più che musicalmente Battisti era più avanguardistico e complesso rispetto a molti altri colleghi: se riuscite a trovare la versione incisa da David Bowie di Io vorrei… non vorrei… non faticate a confonderla con un originale del Duca Bianco. Vi furono trattative per averlo ai festival del Parco Lambro, e si sa che suoi dischi vennero trovati nei covi delle BR. Poi, con l’avvento del postmoderno che tutto ha appianato (fin troppo, pensiamo per altri versi all’inutile, insensata, riscoperta del cinema trash), Battisti è stato riabilitato, e noi adolescenti cinquanta/sessantenni con chitarre possiamo, insieme a La locomotiva e Bella ciao, intonare senza problemi  Il tempo di morire e altri classici dell’ artista laziale. 

 

Alfredo Sgarlato

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