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5 luglio 2018 ,

Green Day

GOD’S FAVOURITE BAND

17 Novembre 2017 - Reprise Records

Stati Uniti

 

god's favourite band coverQual è la band preferita da Dio? Se lo chiedete ai Green Day avrete una risposta perentoria e categorica, molto immodesta e per nulla obiettiva: sono loro. Senza nemmeno fare lo sforzo di mostrarsi modesto, il trio di Berkeley regala al suo illustre fan, e anche ai tantissimi altri in giro per il mondo sprovvisti di poteri divini, il secondo ‘best of’ della sua carriera (il primo fu pubblicato nel 2001 con il titolo di “International Superhits!”). “God’s Favourite Band” racchiude ventuno momenti utili a raccontare la trentennale storia di una delle più famose e influenti band pop-punk di sempre. Una specie di punto e a capo con cui Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool tirano le somme dei primi due decenni del nuovo millennio, che li hanno visti prima ascendere al trono di grande rock band contemporanea, poi cadere nella spirale dell’insuccesso, dei problemi con alcool e farmaci del frontman e leader del gruppo, e infine risorgere dalle proprie ceneri con il ritorno sulle scene del 2016.

Un viaggio diacronico nella musica del trio californiano, che ripercorre la propria avventura partendo dai primi anni ’90 e dal boom planetario di “Kerplunk!” (disco del 1992 unicamente green dayrappresentato da 2.000 Light Years Away) e soprattutto di “Dookie”, la prima pietra miliare con cui i GD hanno conquistato milioni di adolescenti in tutto il mondo, gareggiando con altri fenomeni dell’epoca come il grunge e il britpop. Sono, infatti, ben cinque i brani tratti dal disco del 1994: la famosissima Basket Case è accompagnata da altri gioiellini come Longview, Welcome to Paradise, When I Come Around e She.  La timeline prosegue con “Insomniac” (disco del 1995 rappresentato dalla sola Brain Stew) e “Nimrod”, album del 1997 che pur senza lasciare grandissima traccia nella discografia dei Green Day e nelle loro esibizioni live ha comunque regalato due brani molto significativi (gli unici a trovare posto in questo best of): Hitchin’ a Ride e soprattutto Good Riddance (Time of Your Life), la prima ballata acustica pubblicata dalla band divenuta da quel momento in poi il pezzo deputato a concludere le esplosive scalette dal vivo.

 

Il viaggio proposto dai tre prosegue con il salto nel nuovo millennio. Si passa per l’interlocutorio album del 2000, “Warning:”, i cui brani “ambasciatori” in questa raccolta sono la title track e Minority, il pezzo con cui i Green Day hanno iniziato a dare una greendaymarcatissima colorazione politica alle loro opere. A distanza di cinque anni troviamo “American Idiot” senza dubbio il disco più bello della band californiana. Il monumentale concept trova ampissimo spazio in questo greatest hits (secondo per numero di presenze soltanto a “Dookie”): sono ben quattro le gemme dell’opera targata 2005 a rientrare nella compilation. Si parte da American Idiot e si arriva a Wake Me Up When September Ends, passando per Holiday e Boulevard of Broken Dreams.

Pochissimi invece gli accenni alle due opere che separano il periodo d’oro dei Green Day dal ritorno in grande spolvero del 2016. Dal controverso concept “21st Century Breakdown” (2009) e dalla fallimentare trilogia “Uno!, Dos!, Tré!” (2012/2013) vengono unicamente estratte Know Your Enemy, 21 Guns e Oh Love. Il viaggio nel tempo si conclude con il disco del 2016, “Revolution Radio”, che presta alla compilation, oltre agreen day live Bang Bang e alla bellissima Still Breathing, una nuova incisione della ballad Ordinary World (colonna sonora del primo omonimo film di Billie Joe nel ruolo di attore) con la vincente ospitata della cantante country statunitense Miranda Lambert come seconda voce. La raccolta si chiude con Back in the USA, unico brano inedito e prima canzone pubblicata dalla band dopo l’elezione alla Casa Bianca di Donald Trump, personaggio contro cui Billie Joe e soci si erano schierati apertamente fin dagli albori della campagna elettorale e che aveva ispirato gran parte di “Revolution Radio”. Una specie di trait d’union tra il passato e il futuro dei Green Day. 

 

Riccardo Resta

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