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15 gennaio 2015 , , ,

Sparklehorse

DREAMT FOR LIGHT YEARS IN A BELLY OF A MOUNTAIN

2006 - Uscita: 25 Settembre

reamt-for-light-years-in-the-belly-of-a-mountainDodici ballate cariche di fascino slow-core dall’effetto narcolettico (uniche eccezioni le movimentate Ghost in the sky e It's not so hard): il maestro di cerimonie Mark Linkous-Sparklehorse, con See the light, Mountains, Morning Hollow (Tom Waits al piano e Jane Scarpantoni al cello!), Some Sweet Day, sigilla a fuoco una vena introversa ed intimistica - già ben presente nei dischi precedenti - che scava nel profondo del suo animo ed in quello dell'ascoltatore, consegnando al primo volgere del terzo millennio un piccolo capolavoro di pathos discreto. "Dreamt for light years in the belly of a mountain" è il quarto di uno splendido poker di lavori incisi dall'ombroso Linkous in poco più di un decennio, a cavallo il vecchio ed il nuovo millennio, preceduto da "Vivadixiesubmarinetransmissionplot" (1995), "Good Morning Spider" (1999) e "It's a Wonderful Life" (2001). Molte le sottili suggestioni dream pop dalle melodie avvolgenti dal passato: dai Beach Boys di Brian Wilson (Don't take my sunshine away) a Bowie ed ai Beatles. 

 

linkousL’intrigante e dolente trip-hop di Getting it wrong, con la voce sussurrata di Linkous filtrata, le manipolazioni ed i beats-scarabocchi elettronici di Danger Mouse, è uno dei brani che attanaglia di più dell'intero album, davvero memorabile! Linkous era anche un polistrumentista ed in Shade and honey, Some Sweet Day e Ghost in the sky fa tutto da solo. Si chiude con gli oltre dieci minuti strumentali della title-track, vellutata, magnetica sinfonietta guidata dal piano di Linkous. Quattro anni dopo l'uscita del disco, il 6 Marzo 2010, a soli 47 anni, l'introverso linkoussongwriter si suicida con un colpo di fucile, privando la comunità artistica internazionale di uno dei suoi interpreti più sensibili e creativi, dall'inconfondibile delicata vena compositiva: è paradossale, stava completando il nuovo lavoro in studio di Sparklehorse, il suo moniker di sempre. Il vuoto artistico lasciato da Linkous si fa ogni giorno più angosciante: riascoltare oggi questo disco lo attenua, ma la vena agrodolce che lo attraversa, con picchi di meraviglioso avvolgente pop depresso (Return To Me, Getting It Wrong) - stessa dignità artistica del Neil Young dell'età dell'oro - suona terribilmente premonitrice.

Pasquale Wally Boffoli

foto 2: Mark Linkous, di Tim Saccenti   

 

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