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4 settembre 2013

Electric Wizard

DOPETHRONE

2000 - JVC Victor/Import

dopethroneGli Electric Wizard sono l'esempio estremo di un viaggio dopato, vissuto nel l'angoscia e nella paranoia ossessiva. La loro musica è un morboso mantra di magia nera, una sorta di psichedelia cupa e asfissiante, figlia degenerata dei primi Black Sabbath e naturale continuazione delle atmosfere psicoattive dei seminali Sleep. Il loro delirante viaggio musicale, iniziato nel 1994 con il discreto disco d'esordio "Electric Wizard" (a detta di molti, troppo influenzato dai primi Cathedral), prosegue nella definizione del proprio stile, caratterizzato dalla maggiore presenza di elementi psichedelici, intuibili già nel secondo album "…come my Fanatics" (1996) e sviluppati in modo completo nel successivo Ep "Supercoven" (terrificante esempio di psichedelia estrema, un sublime concentrato di atmosfere spaziali tormentate dalla mortifera cadenza del doom-metal). La band inglese, minata da continui problemi di tossicodipendenza e relative conseguenze, si immerge in un lungo periodo di silenzio durato quasi quattro anni (tralasciando i due Ep "Supercoven" e "Chrononaut"), rendendo incerti possibili sviluppi futuri. Lo stato di catalessi che avvolge la creatività del gruppo viene però interrotto da una sorta di culto crescente che, associato all'insistenza dei fans, produce l'effetto sperato: un nuovo album e relativo tour. Nell'autunno 2000 esce finalmente l'attesissimo terzo Lp "Dopethrone", una sorta di concept-album basato sulle travagliate esperienze trascorse dal gruppo, assurto a manifesto del proprio malessere esistenziale.

 

L'inclinazione musicale espressa da questo intensissimo disco è maggiormente rivolta verso una forma marcatamente doom con accenni sludge, rendendo il suono forse più claustrofobico ed opprimente che in passato, ma ugualmente imbevuto di quelle divagazioni spaziali ormai saldamente consolidate nel DNA della band. Il lento e devastante incedere del brano di apertura Vinum Sabbathi sfoga la sua ira con unelectric wizard condensato di elettricità negativa e malsane vibrazioni che introducono la successiva Funeralopolis, una sorta d'epico rituale dai forti riferimenti apocalittici, battezzato con l'accensione di un bong e relativo sospiro di piacere appena percepibile all'apertura del brano. L'oscurità evidenzia ulteriormente la sua supremazia nella successiva Weird Tales, un interminabile horror trip che diluisce ed espande l'eccessiva saturazione del suono, creando una cupa atmosfera lisergica che cresce e disegna immaginarie traiettorie verso l'ignoto. La fiamma del doom tuttavia continua a brillare, mantenuta costantemente in vita da una ormai cronica tensione, che conduce alle mostruose Barbarian ed I, the Witchfinder, e viene a sua volta spezzata dal breve intervallo strumentale The Hills Have Eyes. Le conclusive We hate You e Dopethrone risorgono dall'inferno, per mutare in un malefico inno alle droghe leggere ed affermare ancora una volta l'immenso potere dello stregone elettrico.

 

Marco Venturini

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